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Il prezzo dello statalismo

Da troppi anni, da ben prima del PNRR, i governi parlano a Bruxelles la lingua delle riforme, del riordino dei conti pubblici e delle privatizzazioni, per poi agire in senso completamente opposto quando si tratta di prendere a Roma decisioni concrete.

di Redazione Pensalibero.it | 14 Agosto 2022

Quest’anno lo Stato dovrà spendere cinque miliardi di euro per salvare le imprese partecipate che si trovano in difficoltà, in aggiunta ai due miliardi già spesi per Saipem. Il Tesoro e la Cassa depositi e prestiti sono infatti chiamati a coprire le perdite di aziende che, altrimenti, potrebbero entrare in crisi. Nell’elenco, sulla scrivania del Ministro dell’Economia Daniele Franco e dell’amministratore delegato della Cdp Dario Scannapieco, ci sarebbero Fincantieri, Ansaldo Energia, Monte dei paschi di Siena, Ita e l’ex Ilva.

Ciascuna di queste aziende fa storia a sé. Alcune sono realtà tendenzialmente sane che stanno attraversando una fase complicata a causa della congiuntura internazionale. Altre, come Ita, hanno ben poche speranze di generare utili a meno di non entrare nel perimetro dei grandi gruppi internazionali. Altre ancora pagano pegno a uno Stato e a un ceto politico che non riesce ad accettare il principio per cui un’impresa, una volta privatizzata, non deve più prendere ordini dalla politica. Tutte hanno però in comune due aspetti.

Il primo sta nel fatto che sono nell’orbita pubblica per accidente. I casi forse più eclatanti sono Mps e Ilva. Mps era stata nazionalizzata per evitare le ripercussioni di un suo eventuale fallimento sull’economia nazionale. L’ingresso dello Stato aveva la forma di una “ricapitalizzazione precauzionale” e avrebbe dovuto essere temporaneo: dal 2016 a oggi, però, non si è ancora trovato il tempo né il modo di cedere le azioni del Tesoro. Per quanto riguarda l’ex Ilva, dopo le incredibili vicende che ne avevano decretato l’esproprio, in teoria era stato avviato il processo per il suo ritorno al settore privato, con l’acquisto da parte di ArcelorMittal. Fu il governo Conte-1 a cambiare le carte in tavola e spingere per la rinazionalizzazione, con scorno dei conti dell’azienda.

Il secondo elemento comune è che nessuno di questi soggetti può essere definito “strategico”, anche immaginando tale termine abbia un qualche significato. Non c’è, insomma, una ragione al mondo per cui debbano essere aziende statali e per cui il contribuente debba continuamente accorrere in soccorso. Invece di cercare di liberarsi di questo peso, che tra l’altro appesantisce i conti pubblici in un momento di rallentamento della crescita ed esplosione della spesa, il governo sembra interessato a fare shopping in altri settori: la nazionalizzazione di Autostrade per l’Italia ieri, la revoca della concessione per l’Autostrada dei Parchi oggi, e potenzialmente la statalizzazione della rete Tim domani sono tutte vicende che puntano verso un accresciuto ruolo dello Stato nell’economia.

Da troppi anni, da ben prima del PNRR, i governi parlano a Bruxelles la lingua delle riforme, del riordino dei conti pubblici e delle privatizzazioni, per poi agire in senso completamente opposto quando si tratta di prendere a Roma decisioni concrete. L’allargamento dello Stato ha però dei costi espliciti (come i cinque miliardi di cui stiamo parlando) e costi impliciti, perché rende l’economia meno dinamica e concorrenziale. La campagna elettorale offre un’opportunità ai partiti per spiegare agli elettori che lo statalismo ha un prezzo, e chiedere loro se sono disposti a sostenerlo.

Leggi sul sito dell’Istituto Bruno Leoni

Istituto Bruno Leoni

Pubblicato in : EditorialeTag: amministratore delegato, anni, azienda, bruxelles, campagna elettorale, conti, conti pubblici, costi, crisi, euro, fallimento, governo, italia, mondo, monte dei paschi, Monte dei Paschi di Siena, mps, privatizzazioni, processo, riforme, roma, siena, tesoro

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