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Il prezzo della libertà. Più tasse per tutti

di Gianfranco Sabattini | 14 Ottobre 2012

Per il ricupero di un equilibrato funzionamento dei sistemi economici, occorrono anche appropriate politiche pubbliche finalizzate a realizzare, nel lungo termine, riforme strutturali.

“Il prezzo della libertà. La crisi del capitalismo e la nuova strada verso la libertà” è il titolo dell’ultimo saggio di Joffrey Sachs. Il noto economista americano indaga le cause della recessione globale con particolare riferimento alla situazione del suo Paese; tuttavia, l’analisi che compie sottolinea che la recessione globale che ha investito gran parte dei Paesi industrializzati del mondo è di natura strutturale. Per affrontarla propone una “ricetta” difficile da essere accolta, ma concreta e praticabile.
La difficoltà della proposta consiste nel fatto che per uscire dalla crisi, per Sachs, occorre “pagare il prezzo della civiltà”, ovvero occorre accettare una più equa distribuzione del carico fiscale per realizzare una più condivisa equità sociale, nella consapevolezza che la soddisfazione degli obblighi fiscali sono il collante che tiene insieme tutti i componenti la comunità.
A tal fine, per Sachs, occorre ridefinire l’idea di “buona società” ed individuare un percorso che consenta la sua creazione; percorso che può essere individuato se si adotta una prospettiva macroeconomica per studiare, nel loro insieme, i problemi posti dalla crisi in atto. Per considerare correttamente questi problemi, per l’economista americano occorre inquadrarli in un “sistema di relazioni” che coinvolga l’economia, la politica, la psicologia sociale e l’ambiente naturale. Ciò perché i problemi economici non possono essere studiati se isolati dal loro contesto e la prospettiva macroeconomica serve ad evitare la “trappola interpretativa” nella quale si cade se si considerano i problemi solo dal punto di vista microeconomico.
Perché, si chiede Sachs, è stato smarrito il sentiero della prosperità, faticosamente individuato e percorso con successo dopo la fine del secondo conflitto mondiale, sino a causare, in nome delle “meraviglie del libero mercato”, la perdita della capacità di “coltivare” l’arte di elaborare politiche economiche in grado di conciliare l’efficienza, l’equità e la sostenibilità del funzionamento dei sistemi economici? Per Sachs, lo smarrimento è imputabile alla circostanza che l’esaltazione del libero mercato ha implicato la perdita del senso della grande sintesi che, sulla scorta del contributo allo sviluppo dell’analisi economica degli anni Trenta di John Maynard Keynes, è stata realizzata da Paul Samuelson, James Tobin, Robert Solow, Kenneth Arrow e da altri ancora.
La sintesi operata da questi economisti assegnava alle forze di mercato il ruolo di regolare l’impiego della maggior parte delle risorse del sistema sociale, lasciando allo Stato tre compiti essenziali, quali la ridistribuzione del prodotto sociale, l’offerta di beni pubblici e la stabilità macroeconomica. Questa sintesi, che non era il prodotto di pura speculazione teorica, ma il risultato della univoca considerazione di elementi analitici e di elementi esperienziali nella prospettiva della cosiddetta “economia mista”, aveva superato la prova della sua validità già prima del conflitto mondiale, durante la politica statunitense del New Deal.
La sintesi si sostanziava nelle idee centrali del “capitalismo misto”, che hanno costituito la base della formazione professionale delle generazioni di studenti delle facoltà economiche dei primi decenni successivi alla fine del secondo conflitto mondiale, sino alla metà degli anni Settanta. Essa serviva ad apprendere che i mercati competitivi erano istituzioni efficienti nell’impiego delle risorse, perché le indirizzavano verso alti livelli di produttività; che l’efficienza, però, non garantiva equità e giustizia sociale nella distribuzione del prodotto sociale; che per garantire un’equità condivisa, lo Stato doveva provvedere ad una ridistribuzione del prodotto; che i mercati, anche se competitivi, conducevano ad un’insufficiente offerta di beni pubblici; che il mercato competitivo, in assenza di regole, produceva un’instabilità finanziaria, che lo Stato poteva alleviare attraverso politiche pubbliche attive e politiche monetarie e fiscali opportunamente programmate.
Ma la crisi dell’economia mondiale degli anni Settanta ha segnato un importante cambio di prospettiva nel governo dell’economia dei Paesi industrializzati. La fiducie nell’economia mista ha iniziato a vacillare, mentre anche gli studi di economia teorica hanno incominciato ad privilegiare nuove prospettive di analisi dei fatti economici, spostando il focus dell’attenzione dall’economia mista al funzionamento del libero mercato. In tal modo, è accaduto che, a partire dall’inizio degli anni Ottanta, hanno preso il via negli Usa ed in Inghilterra programmi di riduzione del ruolo dello Stato nel governo dell’economia e l’importanza della “rivoluzione liberista” di quegli anni non è stata tanto una particolare combinazione di politiche pubbliche, quanto una generalizzata insofferenza per il ruolo regolatore dello Stato nella ridistribuzione del prodotto sociale a favore dei gruppi in stato di bisogno.
Tutto ciò è avvenuto nel convincimento che la comunità potesse trarre maggiori benefici abbassando gli obblighi fiscali dei percettori di alti redditi, al fine di stimolare le loro capacità imprenditoriali attraverso gli animal spirit dei quali erano dotati. E così è accaduto che il libero sfogo dell’avidità e della propensione ad un’accumulazione sempre più sostenuta dei “turbocapitalisti”, favorito anche dal processo di integrazione mondiale delle economie nazionali, abbia impedito che il mercato cessasse di impiegare in modo efficiente le risorse, che lo Stato potesse realizzare una condivisibile equità distributiva e che il funzionamento dell’economia fosse stabilizzato nel rispetto dei vincoli ambientali dei quali lentamente si iniziava a percepire l’urgenza.
Il risultato dello smantellamento dell’economia mista è ora sotto gli occhi di tutti; la deregolazione dei mercati finanziari, la finanziarizzaione della ricchezza e le crescenti disparità distributive tra i gruppi all’interno dei singoli sistemi sociali e tra gli Stati integrati nell’economia mondiale hanno creato i presupposti della crisi economica che da anni sconquassa tutti i Paesi che hanno subito gli esiti della presunta “rivoluzione libertaria”. Arruolare chi controlla la ricchezza oggi disponibile nel mondo per ricuperare il ruolo e la funzione dell’economia mista significa, osserva Sachs, risolvere solo una parte del problema della fuoriuscita dal tunnel della crisi; per il ricupero di un equilibrato funzionamento dei sistemi economici, occorrono anche appropriate politiche pubbliche finalizzate a realizzare, nel lungo termine, riforme strutturali. In assenza di queste non sarà possibile allargare la funzione regolatrice dello Stato, in quanto mancherebbe la possibilità d’imbrigliare l’arroganza dei “turbocapitalisti” in funzione del rispetto anche degli interessi collettivi.

Pubblicato in : Invito alla lettura

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