
Israele sta percorrendo una strada estremamente pericolosa. Le sue recenti azioni militari non solo alimentano la tensione in Medio Oriente, ma rischiano di trascinare il mondo in una crisi globale. Il raid sul territorio iraniano, battezzato “Operazione Rising Lion”, ha segnato un nuovo punto di escalation. Bombardare infrastrutture chiave in Iran non è solo un atto provocatorio, ma un gesto che potrebbe avere conseguenze incalcolabili. La giustificazione ufficiale è nota: impedire a Teheran di dotarsi dell’arma atomica. Una posizione che Israele difende da anni, spesso con l’appoggio incondizionato degli Stati Uniti. Tuttavia, la domanda resta: perché l’Iran no, mentre Paesi come Francia, Regno Unito, Pakistan o Israele stesso possono detenere arsenali nucleari? La risposta, per molti osservatori, non sta nel diritto internazionale ma nella geopolitica degli equilibri di potere. La questione israeliana è sempre più difficile da trattare pubblicamente senza incorrere in accuse di antisemitismo. Eppure, criticare il governo di Benjamin Netanyahu non significa mettere in discussione il diritto all’esistenza di Israele o il dolore della Shoah. Al contrario, è proprio alla luce di quella tragedia che ci si aspetterebbe da Israele una maggiore sensibilità verso il popolo palestinese e, in generale, un comportamento meno aggressivo sul piano internazionale. Invece, l’attuale leadership israeliana sembra guidata da una logica bellicista, che non distingue tra difesa e provocazione. Netanyahu, da anni al potere, ha trasformato la sicurezza nazionale in una leva politica personale. Il suo isolamento sul piano interno, acuito da scandali giudiziari e proteste popolari, si riflette ora anche sul piano diplomatico, dove Israele appare sempre più dipendente dal sostegno di Washington, in particolare dalla destra americana legata a Donald Trump. L’uso della memoria storica come scudo retorico ha ormai superato il limite della tollerabilità. Il paragone tra le vittime dell’Olocausto e le responsabilità attuali dello Stato israeliano nella crisi palestinese è diventato scomodo ma necessario. Perché se la sofferenza deve insegnare qualcosa, non può essere usata per giustificare nuove sofferenze. L’attacco all’Iran, al di là della narrativa ufficiale, rischia di aprire le porte ad un conflitto regionale più ampio. L’Iran è parte di un asse strategico che coinvolge anche Russia, Siria, Hezbollah e, in parte, la Cina. Un’eventuale risposta su larga scala potrebbe spingere il mondo verso una nuova guerra, forse non convenzionale. Lo spettro dell’arma atomica, finora confinato a dichiarazioni e trattati, torna così a proiettarsi sull’attualità come una minaccia concreta. In tutto questo, l’Europa resta spettatrice silenziosa. I governi occidentali, pur esprimendo preoccupazione, non sembrano intenzionati a frenare l’alleato israeliano. Eppure, servirebbe oggi più che mai una diplomazia coraggiosa, capace di distinguere tra legittima difesa e delirio strategico. A chi governa Israele, e a chi lo sostiene in modo incondizionato, sarebbe il caso di ricordare che il mondo è cambiato. Oggi otto miliardi di persone non possono essere governate solo con la paura. Bombe, virus, guerre e propaganda non bastano più a mantenere il controllo. Il rischio vero è che qualcuno, accecato dall’illusione della forza, accenda una miccia che non si potrà più spegnere. E forse, a ben vedere, l’unico Stato che oggi meriterebbe di essere “interdetto” per manifesta incapacità di intendere le conseguenze delle proprie azioni non è l’Iran, ma proprio Israele e soprattutto il suo Premier che si sta cimentando nel pericoloso “gioco dello scemo”.
Angelo Santoro

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