All’interno della sinistra e in particolare del Pd, la questione liberale esiste ed è allo stato ancora irrisolta.

Viceversa, a fondamento di ogni concezione moderna di stampo liberale è posto il principio dell’autonomia del soggetto agente, nella formulazione che attraverso l’interpretazione kantiana si può validamente così riassumere: “(agisci in modo tale che) la tua volontà possa, in forza della sua massima, considerare se stessa come istituente nello stesso tempo una legislazione universale”. Nell’ambito delle due diverse interpretazioni, emerge quindi il nodo ed il contrasto su quale sia il fattore, emergente dal caos, pre-ordinato alla decisione politica: il fattore economico-materiale, considerato in un’ottica prevalente di sistema, o non piuttosto la volontà stessa del soggetto, considerata viceversa in un’ottica prevalentemente individualista, di determinare, in entrambi i casi, la decisione politica.
L’epoca attuale, nella quale viviamo, direi che favorisce una lettura della realtà sempre più di matrice kantiana; mentre, per quanto concerne l’attualità politica nostrana, direi anche che la questione è stata opportunamente introdotta e riproposta, nell’ambito del dibattito in corso nella sinistra italiana, dalla Carta d’intenti del Pd, sottoscritta poi da Sel ed il Psi, in particolare laddove è scritto che “i democratici e i progressisti s’impegnano a promuovere un accordo di legislatura con le forze (del centro liberale), sulla base della loro ispirazione costituzionale ed europeista …”.
Ma se così stanno realmente le cose, dovremmo necessariamente argomentare che la componente liberale sarebbe oggi considerata estranea dalla sinistra, anche se tatticamente o strategicamente funzionale alla realizzazione di un nuovo patto, costituzionale ed europeo, che viceversa si renderebbe necessario!
Se così stessero davvero le cose, dovremmo chiederci ancora quale ruolo, ma sarebbe il caso di dire meglio, quale funzione strategica compete allora all’interno del maggiore partito della coalizione, il Pd, innanzitutto all’area liberal rappresentata da Morando, e poi ad altre molte istanze in parte rappresentate dall’area MoDem di Veltroni e tanti altri, e per finire all’area che il giovane candidato sindaco alle primarie, Matteo Renzi, dice di voler rappresentare. Nell’intervista a La Stampa del 22 scorso, parlando al plurale, egli sostiene infatti: “non siamo il brutto anatroccolo della famiglia di sinistra, siamo nella tradizione blairiana, in quella dei democrat americani. Siamo di sinistra anche noi”. In breve, concluderei piuttosto dicendo che, all’interno della sinistra e in particolare del Pd, la questione liberale esiste ed è allo stato ancora irrisolta.
D’altronde, in un recente saggio del dicembre 2011, edito in Italia da Laterza, dal titolo “Il potere dei giganti”, il politologo e sociologo Colin Crouch si chiede perché la crisi non ha sconfitto il neoliberismo. A tale proposito e sovente al fine di tentare di uscire dalla crisi, nel corso di questi anni si è sviluppato un ampio dibattito sull’opportunità di rifinanziare la crescita in Europa, e in particolare nei paesi maggiormente colpiti dalla crisi finanziaria, attraverso le ben note ricette del modello macroeconomico elaborate da Keynes. Eppure, “l’economia keynesiana aveva un tallone di Achille: le tendenze inflazionistiche del modello, dovute al suo meccanismo a senso unico azionato dalla politica” (Crouch, ibidem, pagina 17). Com’è dimostrato peraltro dalle esperienze fallimentari di gran parte dei nostri governi pubblici, sia locali che nazionali, degli ultimi venti-trent’anni circa. Un sistema di potere che, in ogni caso, ha favorito sull’intero territorio e soprattutto al Sud un’economia di apparato, centralista e improduttiva, fatta di società miste, partecipate, in house, etc., finanziata costantemente da politiche di deficit spending!
Se, storicamente, si è posto e si pone, in Italia oggi più di ieri, l’attenzione sull’intero fenomeno, visto sia localmente che nel suo complesso di sistema politico nazionale, allora dobbiamo riconoscere che il merito è ed è dovuto agli approcci delle teorie neoliberiste. Oltre al fatto acclarato che, sempre storicamente, i movimenti neoliberisti hanno sempre offerto maggiore libertà di scelta alla gente, che si suol dire, comune. Non vorremmo certo rimpiangere i tempi andati della Dc, della Chiesa preconciliare, della RAI monopolista, etc., tanto per fare solo dei facili esempi! E pertanto possiamo ben dire in definitiva, che senz’altro in Italia la questione liberale merita ancora oggi di essere proposta e riproposta, nel tentativo suggerirei di introdurre al sistema misure improntate ad un maggiore tasso di responsabilità, sia individuale che collettiva, libertà d’informazione, libera concorrenza, divisione dei poteri, privatizzazioni (quelle vere), meritocrazia, etc., fino all’opportunità, se non ancora la necessità in tempi pervasi dall’antipolitica, di garantire nuove e più ampie forme di partecipazione (stakeholder activism) al contesto in cui, si diceva all’inizio, matura la decisione politica.

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