Il governo procede zittone con tutti i secchielli presi a prestito da Ginevra, pieni di sabbia per soffocare sul nascere le polemiche, le polemicone e le polemicucce già nate più o meno pretestuose e quelle che verranno a miriadi nell’idea che un alto rumore di fondo possa cambiare il segno dell’opinione pubblica. Fortunatamente a riempire il vuoto di politica politicata, quella che piace agli addetti ai lavori, ci pensa il grande serial del congresso del Pd e del dibattito sul futuro della sinistra. Questo dibattito è un po’ un paradosso perché per ammissione di gran parte degli stessi protagonisti, il Pd rappresenterebbe la parte migliore e più avanzata del Paese, non certo del popolo abbandonato dai tempi del tanto peggio tanto meglio e quindi non certo di sinistra. A parte l’eccezione di Bettini che in compagnia di una falsamente non schierata Annunziata e del timidissimo Orlando ha riproposto una sinistra da capo, come dire ripartiamo da Maastricht ’92 per sconfessare l’operato di trent’anni.
Dunque, il Pd non è di sinistra. Recita il mantra dell’antifascismo a tutta randa per luccicare di sinistra ma non lo è, perché il suo antifascismo assomiglia tanto all’Antifa americano che ha chiari tratti di scontro tra razze, wasp e etnie di recente arrivo, ma poco a che vedere con il cozzo dei sistemi totalitari anticapitalisti novecenteschi. Ed il miraggio per questo Pd asinistro è l’obiettivo di una donna leader, finora risultata irreperibile tra le piddine, mogli, fidanzate e protette. La candidatura Moratti, già sindaca berlusconiana, alla presidenza della Lombardia, regina del Nord è giunta a fagiolo. Quello che fu la prima tessera Pd, il De Benedetti della guerra di Segrate, ex paron di Repubblica, la sostiene a piene mani. Il Pd in Lombardia non ha mai toccato palla e non vincerà mai. Contro Fontana, Moratti, appoggiata dal Pd, può farcela. Se Salvini perde la Lombardia, cade. E se cade Salvini, cade il governo Meloni. Dettate strategia e tattica da parte di colui che le ha perse tutte senza l’aiuto togato, in molti hanno inorridito all’idea di una Letizia leader per gli evidenti posizionamenti destri della persona. Eppure, una volta revisionato dal berlusconismo, il filocapitalismo efficiente ed ecologico al ritmo degli Ecopass della ex assessora, in fondo è una piattaforma comune tra la Moratti ed i democratici, complici i pontieri renziancalendiani.
Come riporta Bonessa, le prossime elezioni regionali del 12 gennaio impongono una scelta al Pd, o centrosinistra centrista capitanato dalla Moratti o svolta a sinistra con Majorino sul quale la convergenza pentastellata ancorché debole resta un’incognita. Ciascuna delle due scelte imporrebbe un salato prezzo da pagare in termini di scissione tra i democratici cambiati dall’esperienza Renzi e quelli ad essa impermeabili. Rosy Bindi, una che di sfasci di partiti se ne intende, sul tono di Bettini e dei dalemiani fuoriusciti lo dice chiaramente, Penso allo scioglimento del Pd, la ritualità del congresso è ormai accanimento terapeutico.
Se il Pd milanese sembra a un passo dalla scissione, è evidente che il congresso nazionale, fissato al 19 febbraio terminerà prima ancora di cominciare. Al momento vi si dovrebbero partecipare i correntoni dei lettiani, dei bonacciniani (Base riformista di Guerini), dei nardelliani, dei franceschiniani e dei zingarettiani. La sinistra interna, che dovrebbe seguire Orlando, dalla fievole voce, guarda piena di entusiasmo alla Schlein, ricco personaggio, senza tessera (proprio come la Moratti), quasi senza nazionalità (neodeputata italo-svizzero-americana), quasi senza sesso a guardarla esternamente, in realtà lesbica, completamente immersa nel mondo Zan. Qualunque scelta socioeconomica ragionevole, nel Pd, fa scattare l’accusa di renzismo di cui è vittima il più accreditato contendente alla segreteria, Bonaccini.
Intanto le elezioni regionali, purtroppo per il Pd e fortunatamente per Fontana e Salvini, le gestirà Letta, che ha già perso l’estrema sinistra di Fratoianni andato con i 5 stelle. Se vorrà l’appoggio dei 5 stelle per i candidati dem di Lazio e Lombardia D’Amato e Majorino, probabilmente dovrà rinunciare al primo in favore di una candidatura pentastellata. D’altronde Conte può vantare al momento, secondo i sondaggi, gli stessi voti dei democratici. Il leader pisano, pensoso, lento ed indeciso, potrebbe farsi ingoiare dagli eventi, mancandogli sotto mano un Pisapia o un Sala. Cottarelli si è fatto eleggere per poi defilarsi al momento del bisogno. I dem in questa situazione soffrono una grossa emorragia di voti a favore di M5s ed il rischio, in fase elettorale, di soffrirne una notevole anche a destra verso il Terzo polo. Forse il congresso, perse le elezioni regionali, i delegati dem lo trascorreranno in autostrada bloccando le macchine inquinanti assieme a Ultima generazione.
Solo una cosa è ormai chiarissima, la Mutazione richiamata da Ricolfi nell’omonimo libro che analizza come le idee di sinistra siano migrate a destra. I dem hanno abiurato al dubbio ed alla libertà di pensiero, come ben evidenza il fanatico entusiasmo per la Schlein, alfiere del climatismo, del gender liquido, e di mille altre battaglie stravaganti radicali di chi ha ben pochi problemi materiali. Hanno abiurato alla difesa dei ceti autoctoni deboli in favore di un anonimo popolo multirazziale migratorio. Disprezzano inorriditi cultura, merito e istruzione come strumento di emancipazione popolare, contenti che il popolo migratorio abbia una mentalità premedievale, né democratica, né moderna.
Nella versione migliore il Pd può assomigliare al centro del centrodestra, e pure in modo sbiadito. Se vuole un leader lo deve prendere in prestito dalla coalizione tanto odiata. In quella peggiore che si attuerà, procedono a passo di marcia verso il partito radicale di massa che si assesterà non oltre il 10%. Si resta in attesa di un vero partito antagonista di opposizione alla globalizzazione finanziaria. È evidente che questo non potrà nascere dalla storia comunista, ma dovrà originare da una nuova riflessione. Al momento questa possibilità è castrata dalla combinazione di governabilità e diffidenza per la finglobalizzazione manifestata da tutte le anime del centrodestra. Non c’è da disperare però; se i mali peggiori del combinato disposto attuale aumenteranno ancora senza rimedio, forse uno scossone di rivolta troverà le teorie necessarie a nuove organizzazioni di massa.
In ogni caso, prima si sgretolerà il corpaccione del postPicci, immobile, ipocrita e con il volto rivolto all’indietro, meglio sarà per la sinistra. A destra ovviamente gli si augura lunga vita.
Giuseppe Mele

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