
La firma del patto di difesa comune tra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan – battezzato “Accordo della Mecca” – segna una faglia geopolitica senza precedenti. Per la prima volta, la finanza del Golfo, la tecnologia militare di un peso massimo della NATO e l’ombrello nucleare di Islamabad si fondono in un’architettura di sicurezza collettiva che scavalca i tradizionali equilibri a trazione statunitense. Sebbene l’intesa nasca in chiave di deterrenza e contenimento nel quadro del conflitto tra asse sciita e attori regionali, l’emergere di questo colosso sunnita pone un interrogativo drammatico sul futuro dell’unica democrazia reale del Medio Oriente: Israele. In Occidente, ampi settori del dibattito pubblico liquidano la questione mediorientale attraverso la lente di un moralismo astratto. Condannare lo Stato ebraico a priori, ignorando il contesto di assedio permanente in cui si trova, significa non comprendere la natura profonda di questo scontro. Israele non combatte solo per la propria sopravvivenza, ma rappresenta l’avamposto dei valori di libertà, pluralismo e diritto che l’Occidente dice di voler difendere. Di fronte a un blocco trilaterale militarmente formidabile, che unisce autocrazie e regimi confessionali, la vulnerabilità di Gerusalemme aumenta esponenzialmente. Le manifestazioni di piazza e la retorica anti-israeliana non fanno che esacerbare il conflitto, offrendo sponde ideologiche a dinamiche di potenza ciniche. Gli attori in gioco non cercano la giustizia per il popolo palestinese, ma l’egemonia regionale. Destabilizzare Israele significa aprire la strada a un Medio Oriente dominato da teocrazie e nazionalismi autoritari. Per chi crede nella libertà, l’analisi deve essere lucida: l’isolamento diplomatico di Israele è un lusso che il mondo libero non può permettersi. Il Patto della Mecca ci ricorda che la forza militare si sta riorganizzando rapidamente; la risposta non può essere il disarmo morale delle democrazie, ma il fermo sostegno a chi, da decenni, ne difende i confini nel quadrante più instabile del pianeta.
Raffaele Amendola

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