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Il Partito del Nord è scomparso?

Non credo che si tratti di un abbandono del Nord, in vista di una nazionalizzazione della Lega. Al contrario, è un ambizioso salto di qualità.

di Giovanni Cominelli | 16 Aprile 2018

E’ arcinoto che il Nord dell’Italia è la locomotiva dello sviluppo dell’intero Paese. Il 2017 si è concluso con un export record 417,27 miliardi di euro in 12 mesi. Siamo preceduti dalla Germania con 1.181,4 miliardi di euro di export e la Francia, più da vicino, con 432,8 miliardi. Secondo i dati Istat, il tasso di disoccupazione nel Mezzogiorno (19,4%) è tre volte quello del Nord (6,9%) e circa il doppio di quello del Centro (10%). Il divario occupazionale tra Nord e Sud è di oltre 20 punti, come quello che esiste tra Grecia e Germania.

Se questo è il quadro economico-sociale, che ne è del partito del Nord? E’ scomparso? Non credo che si tratti di un abbandono del Nord, in vista di una nazionalizzazione della Lega. Al contrario, è un ambizioso salto di qualità: il tentativo di “redimere” il Sud, trainandolo con la locomotiva del Nord, dove la Lega ha ottenuto percentuali da primo partito, lasciando a piedi Forza Italia e il PD. Si tratta di un’impostazione diversa e politicamente più avanzata rispetto a quella della Lega-sindacato politico del Nord. E’ una maturazione della cultura politica della Lega verso un punto di vista unitario e nazionale. Detto in altre parole, Salvini si candida a risolvere nientemeno che la storica questione meridionale, nata prima dell’Unità d’Italia, ma certamente aggravatasi dopo e tuttora irrisolta, come si vede dalle cifre sopra citate.

Se esistano le condizioni politiche e istituzionali necessarie per realizzare questo obbiettivo, è tutto da vedere. Intanto,  la prima domanda cui la sinistra deve dare risposta è la seguente: perché il Nord dei ceti produttivi, delle imprese artigiane e delle PMI si è orientato verso la Lega, nonostante il buon governo del PD?

Il fatto è che l’impresa produttiva sopporta da tempo due tipi di pressione, ormai fattasi insopportabile: quella della burocrazia e quella delle tasse, che hanno raggiunto il livello del 60%, senza che i corrispettivi servizi all’impresa siano all’altezza. Tra questi servizi, decisivo dovrebbe essere quello dell’Università e dei Centri di ricerca tecnologica, così come l’accompagnamento in sede di Commissione europea nella lotta per il riconoscimento dei brevetti e la fissazione degli standard tecnici, terreno sul quale le grandi imprese tedesche la fanno da padrone, fortemente appoggiate dall’euro-burocrazia. Ma i voti non sono arrivati solo dai datori di lavoro, ma anche e molti sono arrivati a Salvini dai lavoratori di queste imprese.

Nonostante la diffusa mitologia della lotta di classe, i lavoratori delle piccole imprese condividono fino in fondo il destino del “padrone” e viceversa. Anche se non si dà una forma di Mit-bestimmung formalizzata, di fatto essa funziona quanto più è basso il numero dei dipendenti. I quali chiedono, come i loro datori di lavoro, accompagnamento e protezione contro i capricci spietati del mercato globalizzato. Checché ne pensi la politically correctness della sinistra, quella dei diritti civili e del cosmopolitismo, la domanda di appartenenza, di legami, di comunità di lavoro e di paese è naturale e resta intensa.

Qui al Nord l’immigrazione non è principalmente vissuta come concorrenza sul mercato del lavoro, perché l’occupazione è alta e l’integrazione degli immigrati legali riesce più facilmente. Ciò che turba gli abitanti di un paese o di una piccola città è il fenomeno dei clandestini e l’alterazione che ne viene al paesaggio sociale e culturale. L’elettore mediamente informato sa bene che la promessa di mandare a casa i 600 mila clandestini è irrealizzabile, ma si trova più in sintonia con chi propone degli obbiettivi, sia pure difficilmente realizzabili, piuttosto che con chi non se li propone proprio o lo fa troppo timidamente.

Riuscirà Salvini a fare egemonia al Sud, dove il M5S è diventato il partito ufficiale del Sud; dove il 40% dei dipendenti pubblici – dati Ipsos – certamente non minacciati dalla globalizzazione e dall’immigrazione, ha votato i pentastellati? Pare difficile! Qui tornerebbe buono il federalismo, fondato sulla responsabilità locale della spesa pubblica e della tassazione e sul commissariamento governativo centrale di Regioni-canaglia, oggi governate dall’assistenzialismo, dal clientelismo e infiltrate dalle mafie.

Era il progetto di modifica del Titolo V, respinto il 4 dicembre 2016. E tornerebbe altrettanto buono il rafforzamento dell’istituzione-governo, l’unica ormai in grado di spezzare gli intrecci sociali corporativi e criminogeni che si nascondono dietro l’autonomia e lo Statuto speciale siciliano. Su questo terreno dovrà tornare a misurarsi una sinistra di governo, sempre che ci sia ancora tempo.

 

Giovanni Cominelli  (http://www.mu-me.it)

Pubblicato in : Primo pianoTag: brevetti, commissione, commissione europea, cultura politica, euro, federalismo, francia, germania, globalizzazione, governo, grecia, istat, italia, lavoro, lega, mercato, mercato del lavoro, mezzogiorno, pd, punto di vista, spesa pubblica, statuto, sviluppo, tasse, tasso di disoccupazione

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