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Il partito del divano tra crisi e rivoluzioni

di Fabrizio Binacchi | 17 Giugno 2012

E’ il partito di chi è ancora paziente ed è meno bellicoso di altri ma non è detto che lo sia in eterno.
In Egitto è il partito più grande, dice il collega Marc Innaro dal Cairo, che segue le concitate fasi elettorali post Mubarak. E’ il partito del divano, cioè il partito di quegli egiziani di quei cittadini, di quella parte della popolazione, che certo era ed è stanca di crisi, di sommovimenti, proteste, manifestazioni e accampamenti e segue la rivoluzione dal sofà. Ma pronti a dire la loro con gli strumenti della rappresentanza. Pronti a cambiare ma stanchi di sfilate. C’è un partito del divano anche in Europa dove c’è una crisi spaventosa e una rivoluzione incompresa e non ancora pienamente intellegibile. E’ il partito di chi è ancora paziente ed è meno bellicoso di altri ma non è detto che lo sia in eterno. E’ il partito di quei francesi, spagnoli, greci, ma anche danesi, italiani, finlandesi, e polacchi, e via dicendo,  quindi un partito ultra politico e extra ideologico, di gente che non si capacita di come i problemi che vengono al pettine siano affrontati quando il pettine non c’è quasi più. Quando sono quasi irrisolvibili. E’ successo per la Grecia, succede per le banche spagnole, rischia di succedere per l’Italia e un domani per Francia e Germania, perché nessuno è al sicuro. Bisogna approfittare dell’esistenza di questo partito del divano, cioè il partito dei pazienti, nonostante tutto,  prima che diventi un partito dei nuovi movimenti. In Egitto, come in Spagna come in Italia, ovviamente nei contesti dati. Sono e saranno giorni caldi per incidere sui problemi incancreniti del rapporto tra economia europea e politica europea, del rapporto tra economia e mercati, tra finanza speculativa e decisioni politiche comunitarie. In due anni di tiramolla tutti hanno avuto idee brillantissime, dai project bond alla banca centrale con pieni poteri, dai fondi per la crescita a un super commissario per l’economia europea, ma in nessuna riunione è scaturito un progetto esecutivo e di vero cambiamento, a parte il topolino del fiscal compact. Perché? Perché, come dimostra l’attesa del partito del divano, la questione è meramente politica non di tecnica bancaria o di esclusivi piani economici. E la questione è: ci credono ancora che l’Europa sia una Unione o sta diventando una etichetta? Ci credono ancora che si possono fare politiche comuni  e comunitarie, non trattatelli  legati a questa e a quella città, ma vere azioni impegnative per tutte le nazioni componenti? E’ questo che aspettano che sia deciso quei milioni di europei che sono seduti ancora pazientemente sul divano e che non vedono l’ora che tra alleanze e intese annunciate, tra strette di mano e vertici qualche provvedimento, davvero comune, sia adottato. Gli anni passati a dire “si c’è l’Europa ma i problemi più grossi sono in casa nostra” li stiamo scontando tutti. Lo ha detto bene Bersani l’altro giorno alla Camera, dopo il vertice Monti – ABC,  facendo pure l’autocritica per il decennio di governo di centro sinistra consumato più a parlare di Europa che a fare Europa. Adesso sono lo spread, i tassi, le speculazioni, le tasse, l’America, la Cina, l’India il Brasile e pure la riva sud del Mediterraneo a chiederci, prima ancora di un ennesimo disegno economico, un vero sussulto politico. Alla Adenauer-De Gasperi, per intenderci. Non di meno.

Pubblicato in : CornerBlog

Info Fabrizio Binacchi

Fabrizio Binacchi, giornalista economico @Tg1, poi in giro per l’Italia a dirigere redazioni e sedi regionali. Ha realizzato e curato varie trasmissioni su @RaiUno e @RaiTre. Ha condotto Linea Verde finendo in acqua e su Striscia, Paperissima, Blob, facendo passare quel poco di popolarità dai palazzi della politica ai supermercati. Insegna in vari master, ha scritto tre libri e ha vissuto in sette città ma solo in due si trova a casa: Bologna e Firenze.

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