Anche se “prigioniero” il papa era sovrano…
“Un re, anche prigioniero, è sempre un re, e se un giorno o l’altro avrà modo di liberarsi, voi lo ritroverete a capo del suo esercito. E il papa è ancora un re: ve lo afferma la legge delle famose guarentigie; che ne fa sacra e inviolabile la persona, che gli dà diritto agli onori sovrani nel territorio del regno, che dà ai suoi agenti diplomatici le stesse prerogative che il diritto internazionale stabilisce per gli agenti degli altri governi; che gli consente un corpo armato, che assicura l’immunità del territorio apostolico e le comunicazioni dirette e incensurabili con tutto il mondo. In forza di questa legge non si può ammettere che il regno pontificio sia proprio scomparso: esso è ridotto semplicemente, sia pure ai minimi termini, ma esiste. L’Italia entrando in Roma dalla Breccia di Porta Pia avrebbe dovuto issare sul Campidoglio la fiaccola del libero pensiero; vi entrò invece facendo il segno della croce e baciò il piede al papa”. Il 30 novembre 1915 il massone Carlo Feder (che non figura nella matricola del Grande Oriente d’Italia, nel quale “militava”) gettò il sasso nello stagno con questo articoletto, pubblicato dalla “Rivista massonica”, organo ufficioso della massoneria “di Palazzo Giustiniani”, diretta dal suo proprietario, Ulisse Bacci. In poche righe pose un ventaglio di problemi: qual era, in effetti, la posizione di papa Benedetto XV dinnanzi al regno d’Italia e nel quadro della Comunità internazionale squassata da quindici messi di guerra generale europea? Non era solo il Vicario di Cristo, il vescovo di Roma, il capo spirituale della chiesa cattolica apostolica romana. Era anche Capo di Stato, tanto silente quanto effettivo. Feder non sapeva che l’accordo di adesione dell’Italia all’Intesa firmato a Londra il 26 aprile 1915 impegnava gli alleati a escludere la Santa Sede dal futuro Congresso di pace (art. XV dell’ arrangement): riconoscimento implicito della sua sovranità. Il presidente del Consiglio, Antonio Salandra, conservatore, e il ministro degli Esteri, Sidney Sonnino, si erano premurati a quel modo di calare la saracinesca su ogni possibile riapertura della “questione romana”. Al corrente dell’accordo erano esclusivamente il re, Vittorio Emanuele III, i sovrani dell’Intesa, i loro plenipoteniari e l’ambasciatore dell’Italia a Londra, marchese Guglielmo Imperiali, che alle tre del pomeriggio del fatidico 26 aprile, “invocato il santo nome di Iddio” sottoscrisse lo “strumento”, suggellato dall’art. XVI, in forza del quale esso doveva rimanere assolutamente segreto. E così fu (caso quasi unico nella storia: fu tra le ragioni della permanenza di Sonnino al governo con tre diversi presidenti del Consiglio) sino al giugno 1919) sino a quando i bolscevichi di Lenin irruppero nel palazzo d’Inverno, s’impadronirono delle carte segrete dello zar e dal 23 novembre 1917, un mese dopo la ritirata dell’esercito italiano da Caporetto al Piave, iniziarono a pubblicarli (con strategia selettiva, nell’interesse esclusivo della “Rivoluzione”: era la loro “verità”, la Pradva), suscitando profondo imbarazzo e sgomento all’interno dei singoli Stati.
Il lungo armistizio tra Italia e Santa Sede
Il 20 settembre 1870 i reparti dell’esercito italiano irrompenti in Roma agli ordini di Raffaele Cadorna si fermarono sulla soglia della “Città Leonina” e non profanarono le Basiliche e gli altri siti poi elencati nella legge per le guarentigie, “possesso” del pontefice. Il governo italiano considerò debellato il potere temporale del pontefice ma, come ricordò polemicamente Feder, rispettò molte sue prerogative, proprie di un Capo di Stato, quali l’accredito di rappresentanze estere presso il Sacro Soglio e di suoi nunzi e amministratori apostolici (paragonabili ad ambasciatori, ministri di stato e consoli generali) presso capitali “amiche”. Il regno riconobbe al papato (e quindi ai cardinali, principi della chiesa) l’inviolabilità della corrispondenza e a un ampio ventaglio di privilegi propri di uno Stato sovrano, a cominciare, appunto, dalla Guardia Svizzera e dall’invalicabilità dei Sacri Palazzi, di cui, anzi, il governo italiano si fece garante. In passato le potenze straniere avevano usato lo Stato Pontificio per reciproci ricatti. Vienna aveva occupato Ferrara, suscitando la risposta della Francia. Spazzata via la gloriosa quanto militarmente effimera Repubblica romana, proposta da Carlo Luciano Bonaparte principe di Canino prima che vi arrivasse Giuseppe Mazzini e strenuamente difesa da Giuseppe Garibaldi (1849), Napoleone III aveva “protetto” il Papa non per devozione ma contro le ingerenze degli altri Stati europei, a cominciare dalla cattolicissima Austria, e, dal 1861, contro il regno d’Italia che sin dal 27 marzo, su impulso di Camillo Cavour aveva proclamato Roma capitale d’Italia. Dopo l’annessione e il plebiscito confermativo del 2 ottobre 1870, recatogli da Michelangelo Caetani duca di Sermoneta, poi membro della loggia “Universo”, i governi di Vittorio Emanuele II e dei suoi successori difesero la libertà del papa (il “possesso” temporale; la libertà della suo potere interno, come subito si vide con il conclave che elesse Leone XIII; il magistero spirituale) per difendere l’Italia stessa. Contro le proposte di tanti teologi ed ecclesiastici favorevoli all’immediato riconoscimento del regno d’Italia da parte della chiesa, Pio IX vietò ai cattolici di partecipare alle elezioni dei deputati (“non expedit”). La realtà fu tutt’altra: la stragrande maggioranza degli elettori (mediamente il 60-6% degli aventi diritto al voto) era di cattolici e gli eletti pure. Non lo ostentavano perché la fede era (come dovrebbe essere in un paese moderno) affare personale. Non solo: cattolici praticanti erano la quasi totalità dei consiglieri comunali e provinciali, dei sindaci e dei presidenti di provincia. Il “non expedit” ingessò un equivoco polemico a tutto vantaggio degli estremisti: clericali fanatici e una minoranza chiassosa di mangiapreti.
Alla ricerca di parallele convergenti
Per quell’eterogenesi dei fini che serpeggia nel flusso della storia, con apparente paradosso proprio i politici più anticlericali ripetutamente cercarono “intese” con l’altra riva del Tevere. Vi si prodigarono i presidenti del Consiglio della Sinistra storica e massoni attivi Agostino Depretis e Francesco Crispi, mentre i conservatori Antonio Rudinì e Luigi Pelloux si arroccarono sulla lezione di Cavour: distinzione (non separazione) tra lo Stato e la Chiesa. Su questa linea si attestò Giovanni Giolitti, che enunciò la “incompetenza” dello Stato in materia di fede. Stato e chiesa erano e dovevano rimanere due parallele, ciascuna con la propria identità e i propri compiti, nell’ambito dell’ordinamento statutario che dal 4 marzo 1848 enunciò l’uguaglianza dei cittadini dinnanzi alle leggi. Al tempo stesso nel 1908 proprio Giolitti, contro socialisti, repubblicani, una parte dei radicali e alcuni massoni propugnò la libertà dell’insegnamento della religione nella scuola elementare (obbligatoria e gratuita) se richiesto dalle famiglie. Non era opportunismo ma pratica della libertà, che non è mai astratta ma misurata sulla realtà storica, sociale e culturale dei Paesi nei quali prende corpo. In una lettera alla figlia Enrichetta, Giolitti ricordò che quando taglia il vestito il sarto deve tener conto del corpo che lo indosserà, incluse le imperfezioni. Si dichiarò anche aspramente avverso all’avvento di un “partito dei cattolici”. Sarebbe stato una sciagura perché avrebbe rinchiuso il magistero spirituale in una gabbia fatalmente destinata a moltiplicare le sbarre di interessi estranei al magistero cristiano e avrebbe cozzato contro le libertà di cui lo Stato era e doveva essere usbergo. Proprio durante il suo primo governo (1892-1893) era albeggiata la prima Democrazia cristiana, su impulso di sacerdoti quali Davide Albertario e Romolo Murri e di giovani militanti fautori di roventi polemiche contro l’Italia nata dal Risorgimento, frutto, a loro detta, di un complotto ebraico-massonico. Erano asserzioni inammissibili per Giolitti, che nei suoi governi ebbe illustri massoni alla Giustizia (Lorenzo Eula, Scipione Ronchetti, Camillo Finocchiaro Aprile e Luigi Rava: tutti di straordinario equilibrio) e agli Esteri. Proprio il massone Antonino di San Giuliano, a differenza di Sonnino, mai iniziato al formativo dialogo di loggia, nella bozza dell’accordo con l’Intesa non fece alcun cenno all’esclusione della Santa Sede dal congresso di pace.
In tacita sintonia con Giolitti, dal 1904 papa Pio X sospese il “non expedit” che vietava ai cattolici il voto politico. In pochi anni i deputati eletti esplicitamente con il loro concorso passarono dai 3 del 1904 ai quasi 30 del 1909 ai 228 del 1913, senza che lo Stato venisse messo in discussione. Nei suoi aspetti più laceranti la “questione romana” si stava esaurendo da sé, tra conciliazione silenziosa e laicizzazione altrettanto silenziosa, senza interferenze reciproche.
I vani “sondaggi” del dopoguerra (1918-1920)
Nel dopoguerra la drastica opposizione governativa alla partecipazione della chiesa al Congresso di pace fu il velo dietro il quale alcuni primi ministri cercarono di aprire una trattativa con la Santa Sede per riconoscerne la sovranità temporale. Come dal 1976 documentò il giurista Giovanni Battista Varnier sulla traccia di Arturo Carlo Jemolo e di Francesco Margiotta Broglio, furono Vittorio Emanuele Orlando e il suo successore, Francesco Saverio Nitti, a tastare il terreno, con esiti desolanti anche per la rigida contrarietà di Vittorio Emanuele III, pronto a imbracciare il fucile per difendere l’assoluta integrità territoriale del regno. D’altronde l’emissario della Santa Sede, monsignor Bonaventura Cerretti, aveva proposto il riconoscimento di uno Stato della Chiesa esteso dal Vaticano a Ostia: una sorta di “corridoio” che da un canto avrebbe consentito via mare e lungo il Tevere il passaggio diretto di uomini e merci (non venne valutata l’importanza dell’aviazione), dall’altro avrebbe reciso la continuità del Paese proprio in un tratto nevralgico della sua costa. Sarebbe stato il ritorno alla Roma di Pio IX e di Napoleone III, improponibile per l’Italia che nel 1872 si era opposta alla partecipazione di un delegato della Santa Sede alla conferenza internazionale sul “metro”, riaperta a Parigi dopo la sospensione causata dalla guerra franco-germanica del 1870-1871.
Il Partito “dei cattolici” ignorò la “questione romana”
In quel già tesissimo clima irruppe la fondazione del Partito popolare italiano. Dopo alcune riunioni di esponenti del variegato mondo cattolico (23-24 novembre e 16-17 dicembre 1918), don Luigi Sturzo, suo promotore, il 18 gennaio 1919 ne enunciò il programma in dodici articoli, appellandosi “a tutti gli uomini liberi e forti”. Con sorpresa generale esso non fece alcun cenno alla “questione romana”. Propose invece l’elezione del Senato, l’abolizione della coscrizione obbligatoria (mai gradita nel Mezzogiorno, nell’ex Stato pontificio e in Toscana) e contrappose allo Stato gli enti locali: comuni, province e regioni (che all’epoca non esistevano e, quando sorsero, dapprima a statuto speciale poi con vesti ordinarie, costituirono poi la causa principale del declino del Paese). Alle elezioni del 16 novembre 1919 il PPI ottenne il 20,5% dei suffragi e 100 deputati. Come aveva previsto il socialista Claudio Treves, i voti erano soprattutto di contadini; gli eletti erano invece “notabili” (avvocati, docenti universitari, ingegneri…). Nulla di veramente nuovo e diverso rispetto a liberali, democratici, radicali… Nelle elezioni del maggio 1921 i suffragi scesero di poco (20,4); i seggi crebbero a 108. Ma il loro “investimento politico” rimase opaco. Padre Agostino Gemelli e Francesco Olgiati scrissero un opuscolo dal titolo chiarissimo (“Il programma del PPI non è come dovrebbe essere”), proprio perché ignorava il vero nodo storico, la soluzione della questione romana, fondamentale per la Santa Sede. Perciò sia Benedetto XV sia il suo successore Pio XI guardarono senza entusiasmo all’attivismo del “prete intrigante” (come Sturzo venne bollato da Giolitti) e al suo programma e non lo difesero affatto quando nell’aprile 1923 Benito Mussolini cacciò dal governo i due ministri (Cavazzoni e Tangorra) e i sei sottosegretari che ne facevano parte dal 31 ottobre 1922. Sturzo si dimise e si trasferì negli Stati Uniti d’America. Il suo successore, Alcide De Gasperi, capeggiò un partito ormai sfiduciato dalla Santa Sede. Alle elezioni del 6 aprile 1924 ottenne appena 39 deputati, quasi tutti al Nord. In Puglia il PPI racimolò appena lo 0,6% dei consensi. Erano tutti lì i cattolici italiani?
La soluzione della questione romana passò alle trattative dirette tra il capo del governo, Mussolini, e il segretario di Stato vaticano, cardinale Pietro Gasparri,
Il centenario della nascita del PPI (non ne rimane traccia se non nei libri, come ormai della Democrazia cristiana postbellica) quasi coincide con il 90° del molto più importante Concordato dell’11 febbraio 1929, meritevole di molta più attenzione.
Il governo italiano era consapevole di dover trattare con il rappresentante di un Capo di Stato che era anche Sommo Pontefice, eletto dal collegio cardinalizio, depositario permanente del potere di elezione su ispirazione dello Spirito Santo. Stato e Chiesa dovevano trovare soluzione all’antico conflitto temporale ma, ancor più, segnare con chiarezza il “limes” delle loro rispettive giurisdizioni. Un partito “dei cattolici”, coll’inevitabile gravame di miserie (tessere, bilanci, ambizioni personali, compromessi d’ogni genere, spinti sino a pavide doppiezze…) sarebbe stato come il meno sta nel più e quindi d’intralcio per il Sacro Soglio non meno che per lo Stato, tanto più nell’Europa inquieta uscita a fatica dalla catastrofe della Grande Guerra.
Aldo A. Mola

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