A prescindere dall’esito dei referendum, che sono ancora in corso mentre scriviamo, l’intera campagna per il voto, o il non voto, ha messo in evidenza un autentico paradosso che, ci duole dirlo, e’ un fenomeno prettamente italiano e che non e’ facile neanche da spiegare nelle sue intricate ramificazioni, ma che certo non si puo’ e non si deve far passare sotto silenzio.
Potremmo partire dalla considerazione che democrazie molto più mature ed evolute della nostra non contemplano affatto l’istituto referendario, oppure ne fanno un uso molto parco, poiché si fondano su un patto preciso fra elettori ed eletti, che ha nella rappresentanza, nel vincolo di mandato e nel dovere di governare – inteso come assunzione di responsabilità derivata direttamente dalla delega popolare – i suoi pilastri basilari. In sintesi: e’ implicito, e dunque scontato, che chi vince le elezioni debba compiere delle scelte di governance, anche impopolari, coerentemente al programma per cui e’ stato votato, ed e’ altrettanto implicito che saranno poi gli elettori, alla fine del suo mandato, a giudicare il suo operato. In Italia, invece, abbiamo istituito, con il consenso di tutte le forze politiche, un circolo affatto virtuoso che prevede una sorta di sovranità popolare a corrente alternata: abbiamo infatti, o meglio subiamo, una legge elettorale illiberale che ha privato i cittadini della possibilità – ma vorremmo chiamarlo diritto – di scegliere i propri rappresentanti, riducendoci al ruolo di semplici notai, perché con il nostro voto siamo chiamati a ratificare le scelte compiute dalle segreterie dei partiti, e dunque nominiamo ma non eleggiamo – nel senso etimologico del termine – i parlamentari. Ma in questo clima di oligarchia assoluta ci si appella alla sovranità popolare per legittimare i referendum, come una sorta di chiamata alle armi alla quale non e’ dato sottrarsi, pena l’essere tacciati di sabotatori della democrazia spacciata per partecipata solo in queste particolari occasioni.
Stando così le cose, non e’ del tutto fuori luogo chiedersi a quale gioco si stia giocando, ma soprattutto se le carte siano truccate: se con una mano si priva l’elettore di qualsiasi possibilità di scelta, e con l’altra lo si spintona al voto solo quando fa comodo, rammentandogli che e’ un suo preciso dovere, forse qualcosa che non va in questo sistema c’e’ davvero.
La verità e’ che nel nostro paese il referendum rappresenta, purtroppo, la resa della politica che, incapace di svolgere il proprio ruolo primario, che e’ quello di governare, e soffocata nelle spire del consociativismo che da sempre la paralizza, di fronte a questioni spinose che presupporrebbero decisioni anche impopolari da parte di chi governa, si defila
e soprattutto si sottrae alle proprie responsabilità delegandole al popolo sovrano, che tale non e’ ma che tale fa comodo considerare quando diventa l’alibi perfetto per evitare di esporsi su temi rilevanti. Con in più l’ aggravante, come ad esempio in questo ultimo caso, della politicizzazione – che e’ solo il cascame tossico di quella che dovrebbe essere la funzione della politica – dei risultati, che non interessano in se’ ma solo nell’uso che se ne può fare, spacciandoli per consultazione popolare nazionale riguardo l’operato del governo. Operazione scorrettissima, oltre che impropria, perché non solo non rispetta la natura stessa della consultazione ma per di più procrastina l’illusione fasulla che siano davvero i cittadini a determinare le scelte ed anche le sorti di questo paese.
A costo di sembrare ormai sclerotizzati sulle nostre posizioni, e di ripetere come un mantra sempre gli stessi concetti, ancora una volta ci sentiamo di ribadire che se non si fa una battaglia vera e forte per instaurare una cultura politica della responsabilità di governo che si assuma l’onere di prendere decisioni e si sottometta poi al giudizio degli elettori, espresso con una legge elettorale che permetta piena autonomia di scelte, non si farà un solo passo in avanti e si resterà incagliati a vita nelle secche sempre più aride del consociativismo corporativo portato alle estreme conseguenze.
Questo e’ l’unico vero obbiettivo che dobbiamo porci per rinnovare fin dalle fondamenta il nostro mummificato paese, tutto il resto ha pochissimo senso – quanti risultati referendari abbiamo visto disattesi, perché poi l’oligarchia partitocratica, quella che si e’ sottratta al nostro giudizio, li aggiusta o addirittura li ignora a proprio piacimento? E dunque, se davvero volessimo impegnarci sulle ragioni del si e del no, solo una domanda dovremmo porci: vogliamo davvero riappropriarci della nostra sovranità o preferiamo essere ciò che siamo ora, una massa indistinta convocata alle urne solo quando necessita una bella copertura populista alle incapacità di chi ci governa?
ChiBo

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