Il paradosso della politica è quello di dover continuare a fare spazio alla crescita dell’economia.

Innanzitutto, il quadro così rappresentato dai media ha direi il pregio di abbattere in un sol colpo tutte le tesi in ordine ad una non meglio ipotizzata e quindi solo suppostadecrescita felice. Chiedetelo in giro: altro che risparmio di risorse e di beni per la conservazione del pianeta! E, di più ancora, altro che risparmio!
Altro cioè che politiche di risparmio basate sul contenimento ed il controllo della spesa e quindi dei bilanci. I politici di sinistra, ritengono in maggioranza che necessiterebbe sempre spendere, magari per i più dopo avere tassato, e in una versione per così dire più nobile del modello teorico di deficit spending, alcuni sarebbero anche disposti in parte ad investire. Dei politici di destra, si potrebbe viceversa dire che, in maggioranza pur non disdegnando la spesa, in generale aborrono le tasse e possiamo immaginare tanto, se – in paesi ad esempio come la Francia o l’Italia – il livello massimo eccede e di molto la metà del reddito prodotto (d’impresa) o disponibile (rendita). Eppure, il senso del paradosso non è piuttosto questo.
E allora, ecco di cosa più si tratta. Il paradosso in questione risiede nel fatto che l’obiettivo finale (anche della politica), se e come del caso, debba essere quello d’incrementare la ricchezza economica, individuale e collettiva. Mentre la questione dei diritti, e quindi della politica in senso stretto, assurge in positivo a questione non più primaria ma secondaria. In un’economia avanzata, quale quella odierna globalizzata, la questione dei diritti occupa infatti uno spazio tutt’al più residuale, intriso del potere che promana direttamente o indirettamente da una volontà essenzialmente politica, la volontà del dominus (individuo o comunità) che oppone resistenza al processo universale di libertà e quindi di cambiamento e persiste nell’esercizio di un potere in tutto o in parte non condiviso, in via residuale anche mediante l’assunzione di un profilo e di un ruolo ingannevoli di primus inter pares.
Il paradosso dell’economia contemporanea in crisi è dunque il paradosso della crisi stessa che necessita risolvere in chiave prettamente economica. Mentre il paradosso della politica è quello piuttosto di dover continuare a fare spazio alla crescita dell’economia. La struttura economica odierna opera su scala globale ed è impensabile, e men che meno auspicabile, un ritorno alle politiche tradizionali degli Stati nazionali, che, come la storia dimostra, sono sempre state improntate ad una logica espansionistica, ma di tipo imperialista. La stessa coalizione politica di Londra, che da sempre continua a mostrarsi euroscettica e nel presente si oppone al progetto dell’unione bancaria europea, deve fare i conti con il fatto che l’economia britannica esporta per il 55% nel mercato UE.
In definitiva, mutatis mutandis, credo valga proprio la pena sottolineare quanto scriveva Luigi Einaudi, nel lontano 15 aprile 1948, sul Corriere della Sera: “… Noi dobbiamo conservare questa nostra preziosa struttura economica, frutto di esperienza secolare e causa e garanzia di avanzamento tecnico ed economico e di innalzamento mai più visto delle condizioni materiali e morali delle moltitudini. Le due grandi guerre mondiali hanno fatto compiere alla nostra struttura economica un lamentevole regresso verso il monopolismo privato (protezioni doganali, contingenti, restrizioni, divieti fecondi di camorre e di privilegi) e verso il collettivismo statale. La gente frettolosa ha scambiato il regresso per il sole dell’avvenire ed annuncia la morte dell’economia libera, senza sapere che così prognostica e prepara anche la morte della libertà politica. Agli uomini che vogliono mantenersi liberi fa d’uopo dire che essi debbono fermarsi sulla via del suicidio. La struttura economica attuale deve essere perfezionata, ma non distrutta …”.

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