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IL NOSTRO XX SETTEMBRE

Fiorentini laici e laicisti, anticlericali e anticoncordatari, credenti e non credenti liberali, radicali, repubblicani, socialisti, ecologisti, saranno insieme, lunedì mattina 20 settembre, alle ore 12, intorno all’obelisco ai Caduti, in piazza dell’Unità d’Italia, per celebrare il centoquarantesimo della breccia di Porta Pia.

di Red | 17 Settembre 2010

Fiorentini laici e laicisti, anticlericali e anticoncordatari, credenti e non credenti liberali, radicali, repubblicani, socialisti, ecologisti, saranno insieme, lunedì mattina 20 settembre, alle ore 12, intorno all’obelisco ai Caduti, in piazza dell’Unità d’Italia, per celebrare il centoquarantesimo della breccia di Porta Pia.
Ricordare il venti settembre è riaffermare la libertà di pensiero in contrapposizione ad ogni integralismo, la cultura e la pratica della ragione e della tolleranza contro la violenza del fanatismo, l’eguaglianza di ogni credo per fare breccia nel muro dei privilegi.

Comitato per la promozione dei valori risorgimentali, Circolo Piero Gobetti, Fondazione Ernesto Rossi e Gaetano Salvemini, Circolo Fratelli Rosselli, Associazione per l’iniziativa radicale “Andrea Tamburi”, Associazione veterani e reduci garibaldini, Gruppo dei centouno, Unione degli atei e degli agnostici razionalisti, Gruppo consiliare “Spini per Firenze”, Verdi della Toscana

Centoquaranta anni fa, il 20 settembre, i bersaglieri italiani del generale Raffaele Cadorna, guidati nell’attacco finale dal capitano – ebreo e piemontese – Giacomo Segre, entravano a Roma attraverso la breccia di Porta Pia. La città diventava capitale del Regno d’Italia, mentre finiva il potere temporale dei Papi.
L’anniversario dell’avvenimento, importante per la storia italiana ed europea, sarà celebrato a Firenze, lunedì 20 settembre, alle ore 12,00, in piazza dell’Unità d’Italia, davanti all’obelisco ai Caduti.
Celebrando la ricorrenza, vogliamo ricordare innanzitutto la politica del grande Cavour che nei memorabili discorsi alla Camera e al Senato ( marzo e aprile 1861 ) aveva sostenuto l’esigenza di una definitiva, netta separazione dello Stato dalla Chiesa, per permettere e garantire allo Stato di legiferare in piena, doverosa autonomia, e alla Chiesa – meglio, alle religioni – di predicare ed agire con la massima, necessaria libertà.
“Libera Chiesa in libero Stato“: la storica formula politica, in sintonia ideale con il detto evangelico “date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio“, è ancora oggi, proprio nella società di oggi, di straordinaria attualità; principio e metodo guida, sia per i governi sia per le fedi religiose, ai fini di una convivenza civile.
Nel bicentenario della nascita, 10 agosto 1810, rendiamo la parola a Cavour:
..“Ma quando il clero, riconquistata ed assicurata la libertà, vuol combattere per riacquistare gli antichi privilegi, per far tornare indietro la società, per impedire il normale e regolare sviluppo della civiltà moderna, allora è da deplorare il suo intervento nelle lotte politiche (…). Io ho troppa fede nel principio del progresso e della libertà per temere che possa essere posto a cimento in una lotta condotta con armi puramente legali. Se la libertà ha potuto fare dei progressi immensi quando aveva a lottare contro il clero e le classi privilegiate, e la libertà era in certo modo inerme, come mai potrei temere che ora essa potesse correre vero pericolo se avesse a combattere i suoi avversari ad armi uguali? (…) Ma se io non temo le lotte politiche, quando siano combattute con armi legali, non posso dire altrettanto, ove il clero potesse impunemente valersi delle armi spirituali di cui è investito per ben altri uffizi che per far trionfare questo o quell’altro politico candidato. Oh! Allora veramente la lotta non sarebbe più uguale; ed ove si lasciasse in questo terreno pigliare piede e assodarsi l’uso di queste armi spirituali, la società correrebbe i più gravi pericoli, la lotta da legale correrebbe rischio di trasformarsi in lotta materiale”.
(dal libro: “Il Conte di Cavour” – Ricordi biografici,a cura di Giuseppe Massari, Torino 1873)

Pubblicato in : Primo piano

Info Red

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Luigi

    20 Settembre 2010 alle 18:37

    Di solito si ruba di nascosto, specialmente con le armi al Papa, ma con gli Italiani ridotti a rottami, anche il furto
    diventa gioco.

    Un Papato nato per difender Roma,
    Dai Ladri Piemontesi fu derubato,
    come ficco a stupida corona,
    e tutti gli stupidi hanno applaudito.

    Ricordo mio nonno Capitano,
    e suo fratello generale a Treviso,
    venire sempre gabbati dai conquistatori
    Piemontesi, che non distinguevano
    Udine da Rovigo.

    I più intelligenti tra di loro,
    ora beati ballano con Berlusconi,
    ma andate a farvi un brodo,
    e finitela di rompere i coglioni.

    Rispondi
  2. valerio giannellini

    18 Settembre 2010 alle 22:19

    nuova adesione alla celebrazione:

    L’Associazione per la Sinistra Unita e Plurale – Rete @ Sinistra di Firenze aderisce all’iniziativa del 20 settembre per la ricorrenza della breccia di Porta Pia.
    Un cordiale saluto.

    Moreno Biagioni

    Rispondi

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Il nostro XX settembre

discorso pronunciato da Ernesto Rossi a Firenze il 20 settembre 1959 e pubblicato da
“Il Ponte” nel settembre 1959 (incluso in Pagine anticlericali, Samonà e Savelli 1966,
e in Nuove pagine anticlericali, Kaos 2002)

di Redazione Pensalibero.it | 10 Settembre 2009

discorso pronunciato da Ernesto Rossi a Firenze il 20 settembre 1959 e pubblicato da
“Il Ponte” nel settembre 1959 (incluso in Pagine anticlericali, Samonà e Savelli 1966,
e in Nuove pagine anticlericali, Kaos 2002)

“No, signori, tutta la storia
italiana, voi lo sapete, non si compone
che di un combattimento lungo,
incessante, perenne, contro il nemico
irreconciliabile dell’Italia, contro il
nemico della costituzione, della
potenza e della nazionalità italiana: e
questo nemico secolare si chiama il
Papato, coi suoi roghi, con le sue
maledizioni, con la sacrilega
invocazione sul sacro suolo d’Italia
delle armi straniere” Pasquale
Stanislao Mancini, discorso alla Camera
del 3 maggio 1873

Un anno e mezzo dopo la firma dei Patti lateranensi, il 13 settembre 1930, ricevendo cinquecento
sacerdoti, assistenti diocesani delle varie organizzazioni dell’Azione cattolica, Pio XI disse che
quella visita gli recava particolare conforto, “alla vigilia sempre dolorosa del 20 settembre, di quel
20 settembre che ancora una volta tornava – egli voleva ormai credere e non più sperare – per
l’ultima volta”. Diceva di crederlo, anziché sperarlo, “perché ciò era stato assicurato e promesso da
autorevole parola, alla quale volevo credere”.

Perché il 20 settembre – ci domandiamo – era una data tanto dolorosa al cuore del Santo Padre?

Prima di tutto perché il 20 settembre 1870 aveva segnato la fine del potere temporale dei papi,
che da undici secoli consentiva al pontefice di fare la guerra, riscuotere le imposte, batter moneta,
mettere in galera e accoppare i sudditi, come facevano gli altri sovrani.

Il potere temporale non aveva accresciuto il prestigio della Santa sede. Nel XVI canto del
Purgatorio già Dante aveva affermato che “la Chiesa di Roma/ per confondere in sé due
reggimenti/cade nel fango a sé brutta e la soma”. La Chiesa, nello spregiudicatissimo linguaggio
dell’Alighieri, era divenuta una “puttana sciolta”.

Due secoli dopo un altro grande, il Machiavelli, nei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio,
aveva scritto che, per “gli esempi rei” della corte di Roma, l’Italia aveva perduto ogni devozione e
ogni religione: “Abbiamo con la Chiesa e coi preti noi italiani questo primo obbligo di essere
diventati senza religione e cattivi”.

E un obbligo anche maggiore gli italiani avevano verso la Chiesa per aver mantenuto l’Italia
disunita, mentre la Francia e la Spagna si componevano a nazione: “perché avendovi abitato e
tenuto impero temporale, non è stata sì potente, né di tal virtù che l’abbia potuto occupare il restante
d’Italia, e farsene principe; e non è stata, dall’altra parte, sì debole, che per paura di non perdere il
dominio delle cose temporali, la non abbia potuto convocare un potente che la difenda contro quello
che in Italia fosse diventato troppo potente”.

Questi furono due fra i principali motivi dell’opposizione al potere temporale durante il
Risorgimento, ai quali si aggiunge quello dell’impossibilità del governo della Chiesa di adeguarsi ai
principi della civiltà moderna.

Nella seduta della Camera del 25 maggio 1861, l’on. Audinot, deputato della destra, esponeva
con queste parole le conseguenze del potere temporale:

“L’ordine ieratico nel governo delle cose politiche e delle civili porta quelle istesse massime di
infallibilità e di immobilità che riconosce nel dogma cattolico; quindi col potere temporale del sommo
pontefice non è compatibile la libertà di coscienza, che è la prima fra le moderne libertà; quindi col governo
temporale pontificio sono impossibili la libertà di stampa, la libertà dell’insegnamento; con questo governo è
impossibile l’uguaglianza dei cittadini dinnanzi alla legge; con questo governo è impossibile recare in mano
ai laici lo stato civile, le nascite, i matrimoni, le morti; con questo governo sono impossibili le riforme
economiche in ordine ai beni posseduti dalle manomorte. Con questo governo è impossibile lasciare ai laici
la direzione di tutto quanto riguarda l’educazione e l’istruzione. E infine, o signori, il governo pontificio non

può abbandonare, senza un’influenza quasi esclusiva, alla libertà comune tutte quelle materie che nel
linguaggio della curia romana si chiamano materie miste. E sapete voi che cosa sono queste materie miste.
Comprendono presso a poco tutti i fatti umani”.

Tali affermazioni trovarono, punto per punto, la loro conferma tre anni dopo, nel Sillabo, che
nell’ultima proposizione condannò, come pernicioso errore del secolo, anche l’idea che il romano
pontefice “potesse e dovesse riconciliarsi e venire a composizione col progresso, col liberalismo e
con la moderna civiltà”.

Dopo l’on. Audinot, nella stessa seduta del 25 maggio 1861, Cavour disse che non sapeva
concepire una sventura maggiore, per un popolo colto, di quella di vedere riuniti in una sola mano il
potere civile e il potere religioso:

“La storia di tutti i secoli, come di tutte le contrade, ci dimostra che, ovunque questa riunione ebbe
luogo, la civiltà sempre immediatamente cessò di progredire, anzi sempre indietreggiò; il più schifoso
dispotismo si stabilì, e ciò, o signori, sia che una casta sacerdotale usurpasse il potere temporale, sia che un
califfo o un sultano unisse nelle sue mani il potere spirituale”.

Alla vigilia del moto per l’unificazione dell’Italia il malgoverno degli Stati della Chiesa costituiva,
per tutti gli spiriti illuminati del tempo, un’irrefutabile prova dell’incapacità, dell’ignoranza, della
venalità della Corte di Roma.

In Roma, Napoli e Firenze Stendhal riporta, fra gli altri documenti del “dispotismo
ecclesiastico”, un’ordinanza della polizia per il teatro Valle, che, meglio forse di altri esempi, può
darci un’idea del modo in cui, nel 1817, veniva mantenuto l’ordine pubblico nella “città sacra”:

“Cento colpi di bastone somministrati immediatamente sul patibolo (che si trovava in
permanenza in Piazza Navona, con una torcia e una sentinella) per lo spettatore che prendesse il
posto di un altro; cinque anni di galera per chi levasse la voce contro la maschera che distribuiva i
posti”.

Il giudizio – scrisse lo Stendhal – “avveniva secondo le dolci forme dell’Inquisizione”.
Nelle Passeggiate a Roma, sotto la data 27 gennaio 1828, lo stesso autore scrive che, per i romani
autentici, lavorare era cosa contro natura, e sarebbe parso il colmo del ridicolo arrischiare anche
solo un graffio nell’interesse del papa, loro sovrano, di cui aspettavano tutti la morte, godendone in
anticipo:

“Quando il mio giovane barbiere racconta qualche assurda usanza, di cui si lamenta, non manca mai di
aggiungere: “Che volete, o signore! siamo sotto i preti!”

Nei sonetti del Belli ritroviamo la Roma bollata a fuoco da Dante come la città “dove Cristo
tutto dì si merca”.

Scriveva il Belli nel 1832: “C’a sto paese già tutt’er busilli / sta in ner vive a lo scrocco e ffa
orazione”

E in centinaia e centinaia di sonetti il Belli ha descritto in qual modo, dal sommo pontefice
all’ultimo magnaccia, tutta Roma viveva a scrocco e faceva orazioni; nella Quaresima ci ha lasciato
il ritratto del “buon cristiano”, che nello stesso giorno passava da una chiesa all’altra a prendere la
comunione per ottenere i polizzini da vendere a chi non si voleva comunicare.

Alla metà del secolo, il duca di Sermoneta, confidava al grande economista inglese Senior, che
ne prendeva nota nel suo diario sotto la data 5 marzo 1951 (Nassaw William Senior, L’Italia dopo il
’48, Bari 1937, pag. 19):

“L’assassinio è quasi l’unico costume classico che noi abbiamo conservato; nelle altre cose siamo più
turchi che europei. Il nostro sistema di governo è eminentemente turco. Consiste in un dispotismo centrale e
in despoti provinciali, che i turchi chiamano pascià e cadì e noi cardinali e preti”.

Queste parole trovano conferma negli scritti del D’Azeglio, del Farini, del Minghetti, e di tutti
gli altri patrioti che ci hanno lasciato la descrizione di quella che era la vita politica e civile negli
Stati della Chiesa: persecuzioni, galera, esecuzioni sommarie per soffocare tutti i rapporti familiari e
di affari regolati dal codice canonico; foro ecclesiastico anche nelle cause civili; giudici obbedienti
ai desideri del sovrano più che alle leggi; cittadini alla completa mercé della polizia, composta di
ribaldi tratti dalle più abiette categorie sociali; la difesa del territorio affidata a truppe mercenarie
straniere; l’educazione dei giovani riservata ai preti e alle monache; la teologia in luogo degli studi
scientifici; nepotismo, corruzione e ruberie in tutti gli uffici; censura che impediva ogni libera
espressione del pensiero; finanze pubbliche sempre dissestate; industria, agricoltura, commercio
ostacolati da mille vincoli; continui moti insurrezionali e brigantaggio endemico nelle province;
insolente ricchezza di pochi parassiti di fronte alla più nera miseria delle plebi; dovunque preti,
feste, processioni e miracoli; in tutte le classi sociali camorra, spionaggio, ignoranza e
superstizione.

Il giudizio negativo, anche di molti ecclesiastici, sul papa sovrano, si rifletteva naturalmente sul
papa vicario di Cristo, con grave discredito della religione.

Pochi anni dopo la caduta del potere temporale, Settembrini, nelle Ricordanze della mia vita,
scriveva:

“I popoli che formavano lo Stato della Chiesa erano, fra tutti gli italiani, i più straziati, perché avevano
sul collo i preti e gli stranieri. Gli austriaci stavano minacciosi al confine e dentro seimila svizzeri, con altre
migliaia di fecciosi ribaldi, formavano l’esercito del papa. I preti governavano coi codici dei sette peccati
mortali; e chi non ha conosciuto il governo dei preti non sa quale sia l’ultima tirannide, la quale ormai è
caduta perché Dio e gli uomini erano stanchi di tante scelleratezza”.

Ma fino al 1870 la curia romana continuò a sostenere che il principato del pontefice aveva un
carattere sacro, e che il papa doveva avere l’assoluta sovranità su un vero e proprio regno (non su
uno Stato simbiotico, qual è oggi la Città del Vaticano) per garantire l’indipendenza del suo
ministero spirituale.

Oltre a ricordare che non era stato possibile fare l’Italia senza disfare gli Stati della Chiesa, il 20
settembre ricordava a Pio XI che il nostro Risorgimento è stato decisamente anticlericale.

In un articolo pubblicato nel 1911, sotto il titolo “Il 20 settembre festa massonica”, la Civiltà
cattolica affermò che il Risorgimento era stato una sfida al cattolicesimo, in quanto aveva
significato l’emancipazione della società della Chiesa:

“Né dicasi che è opinione di settori solamente; perché la proclamazione fu unanime e non fu contraddetta
da alcuno. In realtà poi si rileva da testimonianze e documenti tale essere stato il pensiero di uomini di ogni
partito, che con la parola, con gli scritti, con l’azione cooperarono al cosiddetto risorgimento nazionale,
coronato il 20 settembre 1870 mercé le bombe del Cadorna. Col Mazzini, che fin dal 1852 sentenziava: “Il
popolo italiano è chiamato a distruggere il cattolicismo” e voleva l’abolizione del potere temporale perché
porta seco necessariamente l’emancipazione del genere umano dalla potenza spirituale, sentivano almeno in
sostanza non solo il Garibaldi, eccitante la plebe ad estirpare il cancro del Popolo, non solo il Mameli,
proclamante in Parlamento, fino dal 1866, nobile missione dell’Italia essere difendere solidamente e pel bene
di tutti la libertà di coscienza, debellando nel Papato e nelle Istituzioni che lo reggono il baluardo che ferma
l’umanità, non solo altri noti a tutti per le loro idee eccessive; ma uomini moderati altresì dell’antica destra,
quali un Visconti Venosta, un Bonghi, un Riccardi”.

La rivista della Compagnia di Gesù aveva ragione: il nostro Risorgimento fu e non poteva
essere che anticlericale perché si ispirò all’ideale della libertà, mentre il Vaticano era il centro di
coordinamento di tutto quanto il mondo.

L’eroe che, per il nostro popolo, ha incarnato meglio quell’ideale fu Giuseppe Garibaldi, ed il
Garibaldi vero, non denicotinizzato dai testi scolastici, odiava il papa e i preti molto più di quanto
odiasse Francesco Giuseppe e gli austriaci.

Il 28 aprile 1961 ad esempio, egli scriveva alla Società operaia napoletana, che sarebbe stato un
sacrilegio continuare nella religione dei preti di Roma: “Essi sono i più fieri e terribili nemici
dell’Italia. Dunque fuori dalla nostra terra quella setta contagiosa e perversa”. E, in un indirizzo alla
società italiana degli operai, scritto nell’ottobre dello stesso anno, additava al disprezzo dei
lavoratori la “razza satanica” dei preti, che, mentre l’Italia faceva ogni sforzo per costituirsi a
nazione, erano disposti a venderla anche al sultano, “e venderebbero Cristo se non l’avessero già
venduto da tanto tempo”. “Fuggite la Chiesa, la bottega che puzza d’infetti rettili, e non la
permettete ai vostri congiunti”.

Nella prefazione alle sue memorie, Garibaldi, il 3 luglio 1872, scriveva di aver sempre attaccato
il “pretismo”, perché aveva sempre trovato in esso “il puntello di ogni dispotismo, di ogni vizio, di
ogni corruzione”: “Il prete è la personificazione della menzogna. Il mentitore è ladro. Il ladro è
assassino, e potrei trovare al prete una serie di altri infami corollari”.

Era questo il linguaggio abituale di Garibaldi, quando parlava dei preti. E tutta la sinistra, se pur
non adoperava il suo linguaggio, condivideva i suoi sentimenti.

Ma anche gli uomini più moderati, quelli che andavano in chiesa e prendevano i sacramenti,
seppero far fronte a tutti i fulmini del papa: abolire, a suo dispetto, i privilegi ecclesiastici,
combattere ogni pretesa della Chiesa di ingerirsi nell’amministrazione civile; cacciare i gesuiti,
imprigionare e processare i vescovi e i cardinali ribelli alle leggi; e – cosa che a me sembra ancora
più meravigliosa – seppero far la guerra contro l’Austria, figlia primogenita della Chiesa, e contro il
Papa, con i quattrini dei preti.

Infine il 20 settembre ricordava a Pio XI che l’unificazione d’Italia si era compiuta contro tutte le
minacce, le maledizioni, gli interdetti, le scomuniche del Papa, dando la prova migliore di quanto
deboli fossero le radici della religione cattolica nell’animo popolare.

Riandiamo insieme ad alcuni episodi del nostro Risorgimento:

1831. La Romagna e l’Emilia cacciano i legati del Papa e dichiarano decaduta la sovranità
pontificia. L’ordine viene ristabilito nel sangue dalle truppe austriache.

1848. Negli Stati sardi emancipazione dei Valdesi e degli Ebrei; tutti i cittadini ottengono eguali
diritti civili e politici, indipendentemente dalla loro religione: l’istruzione pubblica è tolta al clero; i
gesuiti sono cacciati e i loro beni confiscati. Violente proteste dell’episcopato e della Santa sede.

1849. Rivoluzione popolare a Roma. Da Gaeta, dove si era rifugiato, il Papa fulmina la
scomunica maggiore contro coloro che attestassero all’autorità dello Stato pontificio e contro coloro
che partecipassero alle elezioni. L’assemblea costituente dichiara decaduto il potere temporale. Il
Papa invoca l’aiuto delle potenze straniere. Il governo pontificio viene restaurato dalle baionette
francesi a Roma e da quelle austriache nelle Legazioni.

1850. Negli Stati Sardi, la legge Siccardi abolisce il privilegio del foro ecclesiastico, le
immunità ecclesiastiche e il diritto di asilo. Il governo piemontese fa arrestare e processare gli
arcivescovi di Torino e di Sassari per incitamento alla disobbedienza della legge; i due arcivescovi
sono condannati ed espulsi dal regno; il beni delle loro mense sequestrati. Il Papa commina le più
gravi pene canoniche contro i responsabili diretti e indiretti della legge Siccardi. In risposta, viene
eretto,per sottoscrizione popolare, su una piazza di Torino, un obelisco, a perpetuo ricordo di quella
vittoria anticlericale, con la scritta: “La legge è uguale per tutti”. Il governo nega l’exequatur ai
vescovi nominati dal Papa, ed il placet ai parroci nominati dai vescovi, che non danno garanzia di
fedeltà al nuovo ordine e passa all’erario le rendite dei loro benefici, come fossero rimasti vacanti. Il
Parlamento continua ad approvare leggi anticlericali: abolizione delle esenzioni tributarie;

soppressione degli ordini monastici “contemplativi” e confisca dei loro beni; pene contro gli abusi
dei ministri del culto; divieto alle corporazioni religiose di accrescere comunque i loro beni senza
l’autorizzazione sovrana; liquidazione dell’asse ecclesiastico. Il Papa dichiara irrite le leggi e lancia
scomuniche.

20 giugno 1859. Stragi di Perugia ad opera delle soldataglie papaline.

1860. Dopo il plebiscito per l’annessione della Romagna, dell’Emilia, delle Marche e
dell’Umbria al Piemonte, scomunica maggiore contro tutti coloro che avevano perpetrata la nefanda
usurpazione e contro i loro mandanti, fautori, aiutanti, consiglieri, aderenti: completa cilecca. La
Civiltà cattolica calcolò che nel 1861 erano stati aboliti 721 conventi, dispersi 12 mila religiosi,
confiscati patrimoni di 104 collegiate. Gli enti ecclesiastici soppressi con la legge del 1866 furono
1809; quelli soppressi con la legge del 1867 oltre 25 mila. A mano a mano che le diverse regioni
sono annesse al Piemonte, le leggi anticlericali vengono estese a tutta l’Italia. Il Papa dichiara
incorsi nelle maggiori censure ecclesiastiche coloro che acquistano o prendono in affitto i beni
incamerati della Chiesa; i cattolici continuano ad acquistare e a prendere in affitto quei beni, come
se niente fosse.

“Nel giro di pochi mesi dall’impresa dei Mille”, ricorda Vittorio Gorresio in Risorgimento
scomunicato (Firenze 1958, pag. 77), “nelle sole province meridionali, (il governo piemontese)
arrestò, processò, confinò sessantasei vescovi. Nel giro di quattro anni, a partire più o meno dalla
stessa data, i cardinali che furono arrestati e processati, per motivi che oggi sembrano futili, furono
otto: Corsi, Baluffi, De Angelis, Carafa, Riario-Sforza, Antonucci, Morichini ed il futuro Leone
XIII, cardinal Pecci”.

25 marzo 1861. Nel suo più grande discorso sui rapporti fra lo Stato e la Chiesa, Cavour afferma
che, senza Roma capitale d’Italia, l’Italia non si può costruire, e la Camera vota un ordine del giorno
col quale impegna il governo a riunire Roma all’Italia.

29 agosto 1862. Aspromonte. Le truppe regie arrestano Garibaldi, che vuole marciare su Roma
con i suoi volontari.

1864. Soppressione dei canoni e delle decime ecclesiastiche. Il Papa emana il Sillabo, nel quale
condanna, come gravissimi errori del secolo, tutte le libertà moderne.

1866. Con l’entrata in vigore del nuovo codice viene reso obbligatorio il matrimonio civile.

1867. Gli chassepots francesi “fanno meraviglie” a Mentana contro i garibaldini, arrestandone la
marcia su Roma. Soppressione delle corporazioni religiose e liquidazione dell’asse ecclesiastico, in
tutto il regno.

1870. Il 18 luglio il Concilio ecumenico approva il dogma dell’infallibilità del papa. Mentre le
truppe del generale Cadorna sono già sotto le mura di Roma, Pio IX è ancora in attesa fiduciosa di
un miracolo. Nel ricevere Ponzo di San Martino, latore della lettera in cui, “con affetto di figlio e
con fede di cattolico”, Vittorio Emanuele chiede il libero ingresso dei soldati italiani in Roma, “per
la sicurezza di sua santità e per il mantenimento dell’ordine”, (e prega anche di impartirgli
l’apostolica benedizione, firmandosi “umilissimo, obbedientissimo e devotissimo Vittorio
Emanuele”), Pio IX esce in questa esclamazione: “Non sono profeta, né figlio di profeta; ma vi
assicuro che in Roma non entrerete”.

Dieci giorni dopo, 20 settembre: breccia di Porta Pia. Il potere temporale cade, come un vecchio
tronco imputridito; all’appello del papa a tutte le potenze cattoliche risponde solo la protesta della
repubblica dell’Equador. Nuova scomunica maggiore contro “tutti coloro, forniti di qualsiasi
dignità, anche meritevoli di specialissima menzione, i quali compirono l’invasione, l’usurpazione,
l’occupazione di qualunquesiasi delle province dei Nostri Stati e di questa alma città, o fecero
alcuna di queste cose, e parimenti i loro mandanti, fautori, aiutatori, consiglieri, aderenti o altri
qualisisiano, che procurarono all’esecuzione essi stessi in qualsivoglia modo o sotto qualunque
pretesto”: aria fritta. Nessuno se ne dà per inteso.

Fra i nomi dei volontari che militarono sotto le bandiere del Papa fra il 1860 e il 1870 si trovano
svizzeri, francesi, spagnoli, irlandesi, austriaci; non si trovano italiani. Per difendere il Santo Padre,
gli italiani – come i romani descritti da Stendhal – non erano disposti a rischiare neppure una
sgraffiatura.

Aveva dunque tutte le ragioni Pio XI di dolersi perché, dopo la “Conciliazione” venisse ancora
considerata festa nazionale la ricorrenza del 20 settembre. Per chi, come lui, aveva la pretesa di
rappresentare la massima autorità spirituale del mondo, non ci poteva essere umiliazione maggiore
di quella sconfitta, subita nell’urbe stessa che da tanti secoli era la sede del capo della cristianità;
sconfitta inferta da cattolici alla Chiesa, proprio in nome dei principi che erano stati solennemente
condannati dal Sillabo.

Il popolo italiano – anche allora si diceva – è un popolo integralmente cattolico, perché il 99 per
cento degli italiani hanno ricevuto il battesimo: ma veramente cattolico, per il papa, è solo chi
ubbidisce al vicario di Dio in terra. Che razza di cattolici erano mai questi italiani che non tenevano
conto neppure delle scomuniche, con le quali venivano esclusi dagli uffici divini e dai sacramenti?
Le terribili bolle di scomunica eran diventate bolle di sapone? Neanche il moderatissimo e
religiosissimo Alessandro Manzoni – lo scrittore che Pio XI amava spesso citare nelle allocuzioni su
questioni riguardanti la fede – neanche Manzoni le aveva prese sul serio. Nel 1861 Manzoni aveva
votato la proclamazione del regno d’Italia, e quando Roma era divenuta capitale, nonostante i suoi
85 anni, aveva voluto partecipare alla seduta di insediamento del Senato a palazzo Madama, ed
aveva accettato il titolo di cittadino romano, conferitogli dalla rappresentanza comunale.

E il bello, o meglio il brutto, era che lo stesso Pio IX, fulminatore di tante scomuniche, aveva
dimostrato di non prenderle sul serio, continuando a scrivere affettuosamente ad uno dei maggiori
responsabili della legislazione anticlericale e delle “nefande usurpazioni”: consentendogli di tenere
un cappellano di corte; concedendogli una licenza speciale per far celebrare la messa in Quirinale,
dichiarato interdetto, quando Lamarmora lo aveva occupato manu militari; inviandogli, perfino, nel
gennaio del 1878, una speciale assoluzione in articulo mortis.

Se non era scomunicato Vittorio Emanuele, chi doveva considerarsi colpito dalle fragorosissime
scomuniche di Pio IX?

L’autorevole parola cui si riferiva Pio XI, esprimendo ai sacerdoti dell’Azione cattolica la sua pena
per il ritorno del 20 settembre, era stata effettivamente pronunciata da Mussolini, il quale aveva già
fatto annunziare sui giornali un disegno di legge per modificare, nel senso desiderato dal papa,
l’elenco delle feste nazionali. Tale disegno venne approvato dalla Camera nella seduta del 12
dicembre 1930, durante la quale Mussolini riconobbe che la festa del 20 settembre era stata
popolare perché confluivano in essa due elementi: quello nazionale e quello anticlericale; ma il
fascismo, appena arrivato al potere – aggiunse – “aveva cominciato a smobilitare il 20 settembre”.
Poi era venuta la “Conciliazione”. “Se continuassimo a festeggiare il 20 settembre”, osservò, “noi
saremmo semplicemente illogici”.

La legge 27 dicembre 1930 diede completa soddisfazione a Pio XI: al posto del 20 settembre
venne messo l’11 febbraio, data della “Conciliazione” subito prima dell’altra solennità civile: 23
marzo, anniversario della fondazione dei fasci. Così, ancora una volta, venne ufficialmente
riconosciuto il fascismo come Antirisorgimento.

Poi venne la “pace religiosa”, irrorata da tutte le benedizioni del papa: l’adesione entusiasta
dell’episcopato alla guerra santa in Abissinia, con le teatrali offerte delle collane pastorali d’oro alla
patria; la “letizia trionfale” di Pio XI alla notizia della vittoria conseguita, in Abissinia, con i gas
asfissianti; l’esaltazione della crociata in Spagna, in cui i fascisti combattevano al fianco dei
marocchini musulmani e dei nazisti seguaci della religione del sangue; l’ “immensa gioia”
manifestata da Pio XII nel radiomessaggio per la vittoria di Franco, mentre nelle carceri spagnole
languivano 200 mila prigionieri politici, e nella sola Madrid venivano fucilate da 200 a 250 persone
al giorno; il passaggio dei trenta vescovi e arcivescovi che dopo la dichiarazione di guerra al fianco

della Germania nazista, elevarono ardentissimi voti perché l’Altissimo “assecondasse il pieno
successo dell’umanissimo disegno del genio del Duce”, e “l’immancabile vittoria delle armi nostre
luminosamente coronasse l’invitto vessillo italiano sul Santo Sepolcro”; poi…poi la disfatta:
l’invasione del territorio nazionale; l’Italia divisa in due, sotto gli avversi eserciti stranieri; la fame,
i bombardamenti, la belluina ferocia delle SS e delle brigate nere; la resa a discrezione.

Nonostante tutte le maledizioni e le scomuniche del papa, nonostante il “dilaceramento” per il
conflitto tra lo Stato e la Chiesa; nonostante il brigantaggio alimentato con i quattrini della Santa
sede; nonostante le epidemie, le inondazioni, i terremoti, i rovesci militari in Africa (tutte
manifestazioni, per i gesuiti, dell’ira divina); nonostante i continui pronostici dei clericali
sull’imminente e inevitabile sfasciamento dell’unità nazionale, fino ai Patti del Laterano che “resero
Dio all’Italia e l’Italia a Dio”, l’Italia non aveva mai sofferto una simile sciagura: aveva portato la
capitale a Roma; aveva consolidate e sviluppate le sue istituzioni democratiche; aveva vinto la
guerra del 1915-18; era divenuta una grande potenza. Le maledizioni e le scomuniche del papa le
servivano da ricostituente. Dopo che Pio XI ebbe riconosciuto in Mussolini l’uomo inviato dalla
Provvidenza; dopo che papa, cardinali, arcivescovi, preti,, frati, monache ebbero, per dieci anni,
benedetto l’Italia, l’Italia è precipitata nella più vergognosa sconfitta; il cadavere dell’uomo della
Provvidenza è rimasto, per un giorno, appeso a un gancio a Piazza Loreto; e anche la monarchia dei
Savoia è stata rovesciata nella bufera.

Ma la Chiesa, responsabile anche più della monarchia, non è stata travolta; anzi ha
enormemente accresciuto la sua potenza. E’ avvenuto quello che aveva previsto Vincenzo Morello
nel libro Il conflitto dopo la conciliazione (Milano 1932, pag. 60). Liquidati tutti i partiti di
opposizione, assassinati, o comunque tolti di mezzo per molti anni – col carcere, l’esilio, il confino

– i leader dell’antifascismo, Mussolini aveva lasciato in piedi solo le organizzazioni dell’Azione
cattolica, riconosciute dal Concordato, agli ordini della gerarchia ecclesiastica, e sotto la presidenza
di una persona scelta dal papa. Queste organizzazioni sono state le naturali eredi del “regime”, le
feconde incubatrici della Dc.
E’ questa la fondamentale ragione del successo politico dei clericali dopo il 1945; e questo
spiega la permanente riconoscenza verso il fascismo di quasi tutti i monsignori del Vaticano e di
tanti maggiorenti democristiani.

Quando – dopo le elezioni che diedero alla Dc il completo dominio in Parlamento – fu riproposto
alla Camera il problema della festività del 20 settembre, l’on. Giordani (funzionario della biblioteca
vaticana, fondatore del “Quotidiano” e direttore de “Il Popolo”), nella seduta del 25 maggio 1949
affermò che la divisione degli italiani sul terreno del clericalismo e dell’anticlericalismo aveva
agito, per cinquant’anni, a esclusivo beneficio delle classi reazionarie. L’anticlericalismo era servito
alla borghesia volterriana per negare al proletariato alla sue giuste rivendicazioni: “Ora, però, da
tutt’e due le parti siamo avviati verso una grande rivoluzione sociale, ed essa è in corso. Ma per essa
occorre non distrarci in logomachie”. Parlare di un’Italia clericale, secondo l’on. Giordani, non
aveva più senso: “Noi dobbiamo mettere una pietra sul passato: lasciare che i morti seppelliscano i
loro morti… Abbiamo fatto la Conciliazione, facciamo valere questa Conciliazione sul piano
politico, su quello sociale”.

Da diverse parti, e specialmente da parte dei socialisti, venne messo in rilievo che cancellare la
festa del 20 settembre significava rinnegare – come l’aveva rinnegato Mussolini – il Risorgimento.
Era vero. Ma attraverso l’art. 7, approvato dalla Costituente con i voti determinanti dei comunisti,
l’Antirisorgimento era già nella Carta Costituzionale della Repubblica italiana. Per il Partito
comunista parlò l’on. Marchesi. Fece un bel discorso, e concluse dicendo: “Sia celebrata la giornata
della Conciliazione, ma non si cancelli il 20 settembre”.

Mussolini era più logico. Non era possibile dichiarare contemporaneamente festività nazionale
la data in cui viene esaltato il libero pensiero, il principio della laicità dello Stato, e la data più
significativa del clericofascismo; quella che rappresentava l’affermazione del principio dello Stato
confessionale. Può commemorare il 20 settembre solo chi vuole abolire il “Concordato”.

Noi non sentiamo oggi alcun bisogno di un riconoscimento ufficiale del 20 settembre. Anzi
speriamo che il sindaco Cioccetti si sia dimenticato quest’anno di mandare la corona d’alloro a
Porta Pia per il Comune di Roma. Sarebbe un equivoco di meno. Il 20 settembre è un giorno nostro:
non è il giorno dei clericali e dei fascisti. Il giorno loro è l’11 febbraio, quando l’uomo della
Provvidenza, che – secondo quanto disse Pio XI – “non aveva le preoccupazioni della scuola
liberale”, firmò quel Concordato che le stesso pontefice riconobbe “sarebbe stata follia sperare” dai
precedenti governi.

E non siamo disposti a mettere un bel pietrone sul passato, sul nostro Risorgimento, per seguire
i disinteressati consigli dell’on. Giordani. Ma un senso di sconforto ci prende quando confrontiamo
l’Italia auspicata dai padri dell’Unità nazionale, e dagli antifascisti, con l’Italia in cui viviamo.

Come potrebbero Cavour, Mazzini, Garibaldi, e tutti gli altri patrioti che per l’Unità italiana
combatterono, soffrirono le persecuzioni poliziesche, il carcere, l’esilio, sacrificarono la vita; come
potrebbero i compagni che abbiamo lasciato sulle trincee sull’Isonzo e sul Piave, nell’ultima guerra
combattuta per i medesimi ideali del Risorgimento; come potrebbero Matteotti, Pilati, Amendola,
Rosselli e tutti gli altri martiri della lotta antifascista: come potrebbero De Rosa, Angeloni, Bocci,
Anna Maria Enriquez Agnoletti, Francesco Tumiati, e tutti gli altri nostri amici morti per la libertà
nella guerra di Spagna e nella guerra partigiana, riconoscere la loro Italia in questa repubblica
papalina?

Un’Italia in cui la religione cattolica è la religione dello stato per patto internazionale, firmato
dal “duce” in nome della Santissima Trinità; in cui la Chiesa dice allo Stato: “Quello che è mio è
mio, perché me lo garantiscono i Patti del Laterano, e quello che è tuo è mio per potestà indiretta,
perché il governo è un governo vicario del vicario di Cristo”; un’Italia in cui il capo dello Stato si fa
fotografare, per i rotocalchi, inginocchiato davanti al papa, insieme al ministro degli Esteri; un’Italia
in cui i pubblici funzionari sono condotti inquadrati a rendere omaggio al papa, e il papa insegna ai
magistrati che non devono applicare le leggi che non ritiene conformi alla dottrina cattolica;
un’Italia in cui il Sant’Uffizio scomunica gli appartenenti ai partiti marxisti e i vescovi e i cardinali
minacciano l’inferno a chi non vota certe liste o non dà la preferenza a certi candidati; un’Italia in
cui (l’ha confermato pochi giorni fa lo stesso on. Scelba ricordando l’ “operazione Sturzo”) il
governo non può rifiutare i suggerimenti, che gli vengono da oltre Tevere, di allearsi con i fascisti;
un’Italia in cui il partito che detiene da dieci anni il potere ha le sue sezioni elettorali nelle chiese,
nei vescovadi e nelle organizzazioni dell’Azione cattolica, e il suo grande elettore nella Madonna
pellegrina; un’Italia in cui, come nel Medioevo, il matrimonio è regolato dal diritto canonico,
competenti nelle questioni matrimoniali sono i tribunali ecclesiastici e i vescovi hanno il diritto di
pubblicamente insultare chi si sposa col rito civile; un’Italia in cui le scuole dei preti sono parificate
alle scuole pubbliche, e anche nelle scuole pubbliche l’istruzione trova il suo coronamento nel
catechismo; un’Italia in cui i laureati dell’Università del Sacro Cuore, dopo aver prestato il
giuramento antimodernista, insegnano da tutte le cattedre universitarie; un’Italia in cui non è
ammessa la propaganda dei culti non cattolici e i preti apostati sono dei minorati civili; un’Italia in
cui la censura sul teatro, sul cinema, sulla radio, sulla televisione, è diretta da monsignori; un’Italia
in cui le informazioni per redigere un certificato di buona condotta o un passaporto, per assegnare
un alloggio o un podere, sono fornite dai parroci; un’Italia in cui le donazioni, gli indennizzi per
danni di guerra fasulli, la restituzione dei beni già incamerati, i traffici valutari e doganali, le
esenzioni fiscali, hanno ricostituito l’antica manomorta ecclesiastica, aggiungendo ai beni
immobiliari i pacchetti azionari delle maggiori industrie monopolistiche; un’Italia in cui gli affari
più sporchi si compiono ormai all’ombra della Santa religione e i più importanti posti di comando
sono assegnati dai cardinali che si riempiono le tasche biascicando giaculatorie.

“Siamo sotto i preti”, diceva il barbiere di Stendhal.

Per merito dell’ateo mangiapreti di Predappio, inviato dalla Divina Provvidenza per “ridare
l’Italia a Dio e Dio all’Italia”, oggi tutti gli italiani sono sotto i preti, coma mai lo furono in passato;
solo che i preti hanno imparato a governare e ad amministrare per interposta persona, attraverso

quelli che “si dicono laici”, come diceva Salvemini, “perché non portano le sottane attorno alle
gambe”. E’ molto più comodo e meno compromettente.

Comunque penosa sia la situazione presente, comunque avanzato sia il processo di involuzione
confessionale della nostra Repubblica, noi, però, non disperiamo. Sulla storia dell’umanità non cala
mai il sipario, e attori del dramma siamo noi, con la nostra volontà e i nostri ideali.

Alla metà del secolo scorso l’unità italiana era un sogno utopistico di Mazzini e di pochi altri
pazzi malinconici come lui. Vent’anni dopo Roma era capitale d’Italia. Gli errori di Pio IX, il suo
ostinato rifiuto a concedere qualsiasi riforma, la pubblicazione del Sillabo, la proclamazione
dell’infallibilità, il contrasto fra la Santa sede e la corte di Vienna, la guerra franco-tedesca, furono
tutte circostanze favorevoli al verificarsi del miracolo. Ma se non ci fossero stati Mazzini,
Garibaldi, Cavour, D’Azeglio, Sella, Ricasoli, Lanza, Minghetti; se questi uomini si fossero lasciati
scoraggiare dalle difficoltà e dagli insuccessi; se alla notizia di Sedan non avessero approfittato
dell’occasione per occupare immediatamente Roma, il miracolo non si sarebbe verificato. Tutto il
Risorgimento è per noi una lezione di volontà e di perseveranza.

Nel fascicolo del giugno 1950 de “Il Ponte”, Piero Calamandrei, dopo aver magistralmente
analizzato le caratteristiche della nostra “repubblica pontificia”, scriveva:

“Anche questa “repubblica pontificia” ha avuto e avrà la sua funzione storica; sta a noi far sì che
essa sia una fase soltanto transitoria di un’evoluzione in corso; sta a noi impedire che la rete degli
interessi creati… trasformi stabilmente questa democrazia appena nata in cronica tirannia
confessionale e in dittatura guelfa”.

Giusto. Ma perché si possa realizzare il voto del nostro indimenticabile amico, i dirigenti dei
partiti progressisti devono smetterla una buona volta di parlare con sufficienza del “vieto
anticlericalismo”; devono convincersi che la lotta anticlericale è di nuovo, oggi, in Italia, lotta
contro la reazione, è il proseguimento della lotta antifascista, e che gli operai sono ad essa
interessati non meno che gli intellettuali; occorre che imparino a mirare più lontano della prossima
campagna elettorale, rinunciando alle meschine furberie tattiche che ci hanno regalato l’art. 7.
Occorre che tutti coloro cui puzza il dominio dei preti siano fermamente decisi a riprendere il
cammino sulla strada che, nel 1870, ci condusse al trionfo della breccia di Porta Pia.

Pubblicato in : Dossier

Info Redazione Pensalibero.it

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Interazioni del lettore

Commenti

  1. pier franco quaglieni

    10 Settembre 2009 alle 12:36

    Ottima idea ricordare il discorso di Ernesto Rossi sul XX settembre che venne interrotto per vilipendio alla religione perchè avevano confuso le citazioni fatte con il suo discorso.

    Rispondi

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