Gorbachev era stato l’ultimo Segretario Generale di partito dell’Unione Sovietica e primo presidente. Era senza dubbio comunista. Faceva parte del Politburo, ed era il più giovane tra quelle vecchie mummie che via via morivano: Brezniev, poi Andropov, Cernienko. Nessuno sapeva, ma lo capivano subito, perché all’improvviso alla radio e tv risuonava per il giorno intero la musica di Tchaikovsky. L’Unione Sovietica stava crollando dopo l’invasione dell’Afghanistan per le sanzioni USA, imposte dall’amministrazione Reagan. L’esercito vi era entrato per ristabilire il potere politico a sé vicino. La guerra si mise male e una generazione di ragazzi si estinse fra quelle montagne lontane. Lo Stato sovietico era a quel punto pieno di debiti finanziari verso l’occidente. Tutto si stava esaurendo. Gorbachev non poteva impedirlo, come non lo avevano impedito i suoi predecessori. Nel 1986, il deficit aveva creato una situazione sociale spaventosa: non si trovava più nulla. Le code per alcol e mortadella erano lunghissime. La carne era di pessima qualità. Tutto era sparito e negozi erano vuoti. La nomenclatura si era indebitata con le banche i cui vertici erano a loro volta formati da comunisti. I più grandi della nomenclatura avevano portato all’estero enormi capitali, gli altri avevano comprato tutto quello che potevano, e nascosto nei magazzini, per poi rivendere, elettrodomestici, auto ed altro in seguito, sul mercato parallelo al momento giusto. Si era formata così, la potente oligarchia, assieme alla criminalità e ai grandi latifondi ricchi di nafta. Contestualmente sei repubbliche si preparavano a ritornare indipendenti dopo una tirannia di secoli. Il Muro di Berlino crollava, di lì a poco, ma crollava per un altro motivo: la vodka era proibita! Ancora Segretario Generale di partito, Gorbachev, sentito il Polituro, per frenare il cronico problema dell’alcolismo, aveva deciso di proibire la diffusione dell’alcol, chiudendo molte distillerie e licenziando i lavoratori. L’idea era quella di stroncare l’alcolismo. Molte famiglia, persone maggiorenni, avevano almeno il diritto a due bottiglie per mese di vodka, in casa, o in auto, o in ufficio. Gli incidenti autostradali erano una vera calamità. Probabilmente Gorbachev era in buona fede, ma non certo chi aveva sostenuto con lui questa politica. In brevissimo tempo furono distrutti l’ottanta per cento degli alberi da frutta. Sparì tutto lo zucchero vendibile, non c’erano più caramelle, marmellata, cioccolata. E non esisteva più una bottiglia di liquore negli scaffali dei negozi. Almeno in via ufficiale, la vodka non si vendeva più, o era ristretta a poca roba. Il muro di Berlino, inteso come simbolo, crollava per crisi di astinenza. Cruda realtà. Un popolo intero, compreso quello militare era sconvolto: non c’era quasi uomo, donna, soldato che ne potesse fare a meno. E quando ne fecero a meno videro un mondo differente. Tutto si sfasciò così. Ciascuno aveva raccattato il possibile durante le lunghe file ai negozi e il consumo dei dolci era raddoppiato: la vodka si faceva in casa! Non tutti, certo. Ma chi sapeva come, ne produceva per gli altri. Una sorta di “ Proibizionismo” aveva innescato una crisi dovuta ad astinenza alcolica. Lievito, zucchero, filtri, acqua: questa era la ricetta. Era venduta a buon prezzo e tutti quelli che erano interessati, facevano grandi sforzi per comprarne almeno una bottiglia. Funzionava così: la distilleria poteva essere “ casalinga”, oppure erano le grandi organizzazioni criminali a produrre. Il distributore poteva essere il taxi. Alcuni tassisti specializzati, viaggiando potevano tenere fino a due bottiglie nel bagagliaio. Il cliente chiamava, o domandava se ne incontrava uno, e la consegna era anche a domicilio. Commesse, parrucchiere, sarte, tassisti che erano tra i più ricchi ai tempi di Brezniev si adattarono alla crisi . Fu un giro d’affari pazzesco. Il baratto aveva sostituito il rublo, quando il dollaro mancava. Fu così che avvenne di schianto il crollo: Astinenza da vodka.
Enrico Martelloni

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