
Il mondo della politica è stato, anche qui da noi, pressocchè interamente fagocitato dal mondo dello spettacolo. Ha cominciato quella che una volta si chiamava destra, o centrodestra che dir si voglia, attraverso atti e – si è sempre detto a sinistra, o centrosinistra che dir si voglia, con saccenteria falso moralismo e a volte anche disprezzo – soprattutto mezzi. In breve: la favola del Cavaliere e della televisione. Favola rinverdita, appena la settimana scorsa, da Santoro, alfiere alabardato della sinistra conservatrice. Per incidens, c’è da chiedersi: cosa farà, Santoro, il giorno in cui dovesse trovarsi da parte il nemico Berlusconi?
Eppure, già nel 1967 Guy Debord, e poi soprattutto Jean Baudrillard, hanno disvelato il vissuto dello spettacolo, che Debord ha così efficacemente descritto: “non un insieme di immagini ma un rapporto sociale tra persone, mediato dalle immagini”, e ancora “nell’insieme delle sue forme particolari – informazione o propaganda, pubblicità o consumo diretto dei divertimenti – lo spettacolo costituisce il modello presente della vita socialmente dominante”.
Il rapporto quindi tra partiti ed elettorato, o meglio tra partiti ed ogni singolo elettore, s’instaura attraverso una logica di mediazione, potremmo anche dire con sempre più riferimento alla diffusione degli odierni mass-media, di connessione finalizzata all’esercizio ed al consumo – sempre più diretto! – del voto, quale espressione del gradimento del consumatore. A ciò, servirebbe principalmente l’uso invalso della formazione di liste di partito modello-supermarket. Primo errore, perché in politica il prodotto da offrire non riguarda affatto una merce.
Succede anche che lo sviluppo maturo e non sempre consapevole di questa logica del capitalismo non esclude che, soprattutto nell’ambito di quello che si definisce centrosinistra, si faccia ancora ricorso alla teoria del “voto utile”, che si sostiene e si alimenta solo in contrapposizione al “voto (ritenuto dal produttore) non utile”. Secondo errore, perché l’elettore vorrebbe poter scegliere una proposta chiara e definita in sé, completa, che lo soddisfi integralmente. Anche se, di fatto, è quasi impossibile che accada; e quindi all’elettore non resta che comparare le diverse proposte, nel qual caso una cosa (res) gradita è ancor meglio di una cosa (res) ritenuta solo utile.
Dal maggio 1999, anche in Italia è stato riconosciuto legittimo il meccanismo della pubblicità comparativa, ritenuta fino ad allora “ingannevole” e quindi pregiudizievole. E tuttavia, la comparazione è ritenuta legittima “quando sia utile ad illustrare caratteristiche e vantaggi dei beni e servizi pubblicizzati, ponendo a confronto obiettivamente caratteristiche essenziali dei beni e servizi concorrenti. Essa dovrà però essere leale e non ingannevole, non dovrà ingenerare rischi di confusione né causare discredito o denigrazione“.

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