
Il corteo nasce nell’ottocento, come manifestazione di coesione e combattività agli albori del movimento operaio, quando la maggior parte della popolazione non aveva diritto di voto e la forza del sindacato stava soprattutto nella solidarietà. Ai primi del novecento si inseriscono, a opera dei “sindacalisti rivoluzionari” i bacilli che durano tuttora: lo sciopero generale a ogni pretesto, come momento di mobilitazione prerivoluzionaria che si manifesta nella combattività degli slogan del grande corteo, che sfida anche la mancanza di autorizzazione.
Nel dopoguerra, in Italia e in misura minore in Francia, il grande corteo diventa invece il culmine di una campagna di mobilitazione impotente da parte del PCI e della stessa Cgil quando ne seguiva pedissequamente le parole d’ordine. Insomma, perdiamo la battaglia, ma se facciamo vedere che siamo sempre di più. un giorno o l’altro vinceremo la guerra: è allora che nasce la logistica di concentrare tutte le forze in un unico grande corteo, in genere nella Roma burocratica e menefreghista. Ben altra cosa fu il corteo dei tre sindacati uniti a Reggio Calabria, contro la mafia e per lo sviluppo del Sud.
Ma quelli di Roma, in genere, fruttavano solo una discussione sul numero dei partecipanti, tra quello spropositato fornito dagli organizzatori e quello ridicolmente basso fornito dalla polizia.Dopo di che, come non fosse successo niente.
Il 15 ottobre era una manifestazione mondiale. Col senno di poi sarebbe stato meglio fare un corteo in ogni grande città, si sarebbe potuto, forse, bissare l’inatteso successo di “se non ora quando”. Ma la logica sbagliatissima, ma di origine PCI-Cgil, dell’unico grande corteo romano ormai fa parte del DNA di tutti i movimenti. E, a quanto pare, della tattica degli anarcoestremisti.
E’ una logica da cui faremo bene a uscire presto, come dimostra l’insuccesso che è toccato all’ostinazione autoreferenziale della FIOM, di fare egualmente a Roma una manifestazione non autorizzata 6 giorni dopo gli incidenti.
Immagino i roboanti ragionamenti (“dobbiamo far vedere che la piazza è nostra e ce la prendiamo quando ci pare” “dobbiamo far vedere ai venduti degli altri sindacati che siamo tanti e combattivi” “dobbiamo far vedere agli agitatori estremisti che siamo capaci a controllarli”)
Chissà se è riuscito a parlare qualcuno che ragionevolmente proponeva di spostare la manifestazione in una città dove, almeno, ci fossero tanti metalmeccanici. Ho idea che nel clima di oltranzismo a sinistra che regna in una FIOM sempre più lontana dalla realtà, oltre che dal resto del sindacato, chi lo ha pensato non ha neanche osato dirlo.

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