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IL MERCATO CHE NON PERDONA

A rischio non solo cinema e teatro ma anche l’arte. La causa è l’entrata in vigore del provvedimento contenuto nella legge Finanziaria secondo cui nel 2011 le amministrazioni pubbliche, o le società partecipate, non potranno spendere più del 20 per cento per mostre e pubblicità di quanto già investito nel 2009. di Laura Landolfi

di Laura Landolfi | 28 Novembre 2010

A fronte di paesi che fanno della cultura il proprio cavallo di battaglia, si veda la Germania, e che investono nel settore come fosse un’azienda, il nostro vede artisti e scrittori come sanguisughe a ricasco del governo, il quale suggerisce, come avveniva con i capelloni di un tempo: tagliatevi i capelli e andate a lavorare. D’altro canto sin dai tempi di Dante la cultura non si è mai finanziata da sola, non ha mai risposto alla legge del botteghino (che serve più per evitare una deriva elitarista che come vero sostentamento). Di botteghino può di sicuro vivere il musical di Amici ma difficilmente Genesi della Socìetas Raffello Sanzio, spettacolo “di ricerca” che qualche hanno fa Mario Martone, allora direttore del Teatro di Roma, portò tra lo sconcerto generale al Teatro Argentina e che, al di là delle previsioni, riscosse un grande successo di pubblico . Certo c’è la crisi e con la cultura “nun se magna”. “Un alibi” secondo Oberdan Forlenza presidente di quel Teatro di Roma ancora senza direttore, che, durante la conferenza stampa di presentazione della stagione alcuni mesi fa, si interrogava sul perché quando nel 96-97 si tagliavano 100mila miliardi per entrare in Europa si aumentavano contemporaneamente i finanziamenti alla cultura. Osservazioni analoghe vengono da un mostro sacro del teatro europeo, il tedesco Peter Stein. Ormai di casa nel nostro paese il regista si è visto tagliare i fondi dal Teatro Stabile di Torino per il suo Demòni, monumentale opera di 12 ore premiata come miglior spettacolo dell’anno nel 2009. In un parallelo tra i due paesi Stein fa notare come in Germania, a differenza dell’Italia, si punti sulla cultura come vera merce da esportare. L’assessore alla cultura del Comune, Umberto Croppi, nel suo piccolo cerca di sensibilizzare coloro che sensibili non sono, si veda l’attuale ministro della Cultura mai visto a teatro, mai visto a un festival di cinema e che pure dichiara di voler scegliere lui personalmente i giurati della prossima mostra del cinema di Venezia facendo valere il potere dei finanziamenti statali oscillando tra una logica da Minculpop e realismo meneghino (lavoro, guadagno, pago, pretendo). A rischio però non solo cinema e teatro ma anche l’arte. La causa è l’entrata in vigore del provvedimento contenuto nella legge Finanziaria secondo cui nel 2011 le amministrazioni pubbliche, o le società partecipate, non potranno spendere più del 20 per cento per mostre e pubblicità di quanto già investito nel 2009 . Insomma, il nuovo Macro di Roma il giorno dell’inaugurazione nella primavera del 2011 che cosa esporrà? Stanno messi male i musei in Italia (per non parlare dei siti archeologici: valga per tutte la triste vicenda di Pompei) se alla vicenda si aggiunge quella del museo Madre di Napoli che nei mesi scorsi ha rischiato la debacle: senza soldi per la luce (il triste epilogo della mancata liquidazione dei fondi da parte della Regione Campania) il museo d’arte contemporanea ha potuto saldare una bolletta non pagata di142.172,41 euro grazie alla firma in extremis sulla distinta di pagamento della Regione per i 300mila euro. Cosa era successo? Lo spiega un comunicato della Filcams Cgil regionale (Federazione Italiana Lavoratori Commercio, Turismo e Servizi della Campania) risalente addirittura a marzo scorso: “ La giunta regionale della Campania ha ridotto drasticamente i finanziamenti per la gestione ordinaria dei servizi del Museo Madre, compromettendo così la ridefinizione del contratto della gestione dei servizi del museo, inducendo la Cooperativa Pierreci Codess all’impossibilità a garantire la continuità del servizio. A rischio molti posti di lavoro”. Insomma, pericolo scampato ma futuro incerto, soprattutto per i lavoratori. Ad attirare l’attenzione sulla situazione dell’istituzione culturale non sono stati tanto gli appelli, a quanto pare inascoltati, dei sindacati ma il gesto simbolico di un’artista, Mimmo Paladino, pittore e scultore di fama internazionale, che ha deciso di denunciare il tutto con un gesto che mostri “la preoccupazione per il diritto alla cultura da parte di tutti i napoletani” come recita una sua lettera al Corriere della Sera: oscurare con un drappo la propria opera esposta al madre e l’insegna da lui realizzata per il teatro Trianon, altra istituzione a rischio dopo la cacciata del direttore Nino D’Angelo. L’accusa? Aver mantenuto i costi del biglietto troppo bassi! Consentendo a 4000 abitanti di Forcella, uno dei quartieri più degradati di Napoli, di andare a teatro. Però, si sa, la logica del mercato non perdona.
Laura Landolfi www.leragioni.it

Pubblicato in : Primo pianoTag: 2011, battaglia, cinema, conferenza stampa, corriere della sera, costi, crisi, dante, epilogo, euro, europa, finanziaria, futuro, germania, governo, italia, la germania, lavoro, mario martone, mercato, napoli, roma, sindacati, soldi

Info Laura Landolfi

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Marzio Siracusa

    29 Novembre 2010 alle 09:20

    Cultura è una parola feticcio con cui ci si sciacqua la bocca credendola un colluttorio per l’intelligenza. Le cose non stanno cosi. Sovvenzionare la cultura significa scolarizzarla, ma il connubio scuola cultura è mortale per la scuola perché la svuota di funzione formativa, ed è mortale per la cultura perché la trascina sul terreno della sterile emulazione, del titolo da ottenere. Che diamine, un diploma d’artista, intellettuale, ricercatore, teatrante, cinematografaro o cuoco di mostriciattole non si nega a nessuno! Il livello trito della cultura sovvenzionata, e soprattutto la morte del vero pensiero critico, dice che la retorica del sapere e del sentire cucinati da tutti per tutti i gusti secondo gli indirizzi inaugurati dall’americanismo, dal bolscevismo e dal fascismo deve finire perché avvita la cultura nell’ars combinatoria delle interpretazioni e della ripetitività. Sovvenzionare l’informazione, l’editoria, lo spettacolo, la conservazione dei beni, ma il discorso sta tristemente lambendo anche la mitica ricerca, serve solo a impiegare e tacitare centinaia di migliaia di scolarizzati altrimenti pericolosi e potenziali mine vaganti nella società. La cultura è altro, lontana da torri d’avorio o dibattiti, è esigenza della persona che solo la persona deve soddisfare con la propria forza. Il resto è squallore, cialtroneria, tartufismo, emulazione e parassitismo. Ex grande Germania compresa.

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