STORIA DEL MEDIOEVO – Feudalesimo e Cristianesimo medievale
IL POTERE TEMPORALE DELLO STATO DELLA CHIESA NELL’ALTO MEDIOEVO
Gli storici sono soliti far iniziare il potere temporale della chiesa romana con la cosiddetta Donazione di Sutri che i Longobardi le fecero nel 728. Ma ciò che permise davvero a tale chiesa di costituirsi come “Stato” fu il rapporto coi Franchi.
Quando Carlo Magno entrò in Italia per farsi incoronare imperatore del sacro romano impero da papa Leone III, sottomettendo quasi tutti i Longobardi della penisola, i patti, in funzione anti-longobarda e anti-bizantina, erano già stati decisi sin dal tempo di Pipino il Breve. I Longobardi erano serviti alla chiesa fintantoché combattevano contro i Bizantini, ma quando non vollero riconoscere al papato, che li aveva appoggiati, un vero potere politico, la loro funzione, per la chiesa, era terminata.
Quando Carlo Magno accettò di farsi incoronare da un pontefice, gli abusi politico-istituzionali dei Franchi, iniziati sin dai tempi di Pipino il Breve, avevano raggiunto il culmine e trovarono nella chiesa romana una sanzionatrice d’eccellenza.
Pipino il Breve infatti, con un colpo di stato, aveva deposto l’ultimo re merovingio nel 752 e, conquistando il trono dei Franchi, aveva dato inizio alla dinastia carolingia. Ma siccome non era titolato formalmente a governare, chiese al pontefice la legittimazione del colpo di stato e quegli gliela diede immediatamente, pur sapendo di non poterlo giuridicamente fare, in quanto una cosa del genere sarebbe spettata semmai al basileus bizantino, o comunque a un potere di tipo laico.
In realtà la chiesa romana voleva un proprio regno nella penisola e non avendo potuto ottenerlo dai Longobardi, che non vollero cederle l’Esarcato appena sottratto ai Bizantini, contava su un intervento armato dei Franchi contro di loro, a condizione ovviamente che, in caso di vittoria, cedesse al papato l’Esarcato e la Pentapoli e non occupasse la parte meridionale dell’Italia (la sede romana non voleva sentirsi circondata).
La vicenda di Pipino il Breve fu la prima in cui un esponente ecclesiastico riconosceva un titolo politico di massimo livello a un sovrano civile. Si era costituito un precedente gravissimo per le sorti della cristianità, in quanto un esponente ecclesiastico pretendeva un esplicito ruolo politico.
La dinastia carolingia quindi non s’impose in maniera abusiva solo con Pipino il Breve, ma anche con Carlo Magno, il quale, ottenendo il titolo imperiale dal pontefice, compiva questa volta un colpo di stato direttamente nei confronti del basileus bizantino, che deteneva il medesimo titolo già a partire da Costantino.
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C’è una differenza sostanziale tra il sacro romano impero di Carlo Magno e quello di Ottone I di Sassonia. Il primo partiva da una posizione di debolezza: per legittimarsi aveva dovuto cedere ai compromessi con la chiesa romana e coi vari feudatari francesi; il secondo invece, a partire dal 936, pretende d’imporsi con la forza, facendo nascere il cesaropapismo.
L’impero di Carlo Magno era così debole, nonostante le conquiste coloniali nell’Europa centro-orientale (si pensi solo alla cattolicizzazione forzata degli stessi Sassoni) e la facile vittoria contro i Longobardi, che già alla morte del suo fondatore si sfasciò in maniera irreversibile, e solo con Ugo Capeto (987) si riformò una sovranità regale per un regno da cui, pur in mano alla dinastia capetingia per otto secoli, rimase sostanzialmente indipendente la feudalità nazionale, frammentata in una cinquantina di domini molto potenti. Il feudalesimo creato da Carlo Magno, che altro non era se non un applicazione del principio romano del do ut des, senza alcun particolare ideale da realizzare, s’era trasformato, subito dopo la morte di Carlo Magno, da obbedienza formale, da parte dei vassalli, al loro imperatore, appoggiato dal papa, in una sostanziale disobbedienza civile e politica.
Spieghiamo meglio le caratteristiche dell’impero carolingio. Esso s’era imposto sostanzialmente sulla base dell’illegalità, in quanto esisteva già a Bisanzio un “sacro romano impero”, sin dai tempi di Teodosio. Il pretesto per eleggere Carlo Magno sovrano di pari titolo fu per la chiesa non solo quello di cacciare dall’Italia i longobardi ariani o comunque avversi alla curia romana, ma anche quello di impedire che i territori conquistati dai longobardi tornassero ai bizantini: in particolare la chiesa, che si trasformò in Stato proprio grazie alla sconfitta dei longobardi, voleva assolutamente impadronirsi dell’esarcato e del ducato romano, ch’erano in mano bizantina prima ancora dell’invasione longobarda.
La chiesa cattolica, utilizzando il falso della Donazione di Costantino (che verrà creduta vera per sette secoli), concedeva abusivamente ai franchi il titolo di imperatore e s’incorporava, altrettanto abusivamente, di territori che non le appartenevano e che le permetteranno di trasformarsi in un’entità politico-ecclesiastica, totalmente avversa a una unificazione della penisola che non avvenisse sotto la propria egemonia.
I bizantini dovettero accontentarsi della sola l’Italia meridionale, esclusi i pochi territori rimasti ai longobardi (ducato di Benevento e qualcosa in Puglia), e neppure per molto tempo, poiché, a causa delle continue intromissioni della curia pontificia, dovettero presto affrontare, uscendone nettamente sconfitti, dapprima le invasioni arabe in Sicilia, in seguito quelle normanne in tutto il Mezzogiorno.
In politica estera l’impero carolingio organizzò numerose guerre di conquista contro gli arabi di Spagna, gli àvari, i longobardi, le popolazioni slave e soprattutto quelle sassoni, quest’ultime convertite a forza al cattolicesimo latino. Concluse le 53 spedizioni militari, l’impero carolingio aveva praticamente raddoppiato i propri confini. Per la prima volta coi Franchi, i barbari, cattolicizzati e romanizzati, si erano mossi militarmente da ovest verso est, rappresentando così il nuovo volto dell’Europa occidentale: bellicoso, intollerante, colonialista… Solo nei confronti degli arabi di Spagna essi non riusciranno a conseguire significativi successi. Questo perché, sottovalutando la loro forza, si era pensato di poterli facilmente sconfiggere limitandosi a valicare i Pirenei: invece proprio questa difesa naturale permise agli arabi di restare in Spagna sino alla fine del 1400.
Che l’impero carolingio fosse una realtà del tutto fittizia, basato unicamente sull’uso militare della forza, è dimostrato anche dal fatto che subito dopo la morte di Carlo Magno, esso si frantumò in tre aree ben distinte, che a loro volta costituiranno l’embrione delle prime nazioni europee: Francia, Germania e Italia. Dei tre il regno che, a causa delle resistenze del papato, dei bizantini, degli arabi e degli ultimi longobardi rimasti, riuscì a realizzare l’unificazione nazionale per ultimo fu quello italico: un regno talmente effimero che già nel 961 era scomparso, inghiottito dai nuovi imperatori sassoni (gli Ottoni).
L’uso militare della forza si rifletteva, sul piano sociale, nella pratica del vassallaggio. Il rapporto di dipendenza personale da parte di un suddito nei confronti del proprio diretto superiore, fu usato da Carlo Magno per costituire la propria entità statale. Il suddito doveva giurare fedeltà al superiore, che, in cambio, gli concedeva una proprietà (feudo). Ovviamente il superiore si serviva di tale rapporto soprattutto nei momenti in cui occorreva usare la forza militare (p.es. per convertire i non cristiani) o semplicemente poliziesca (p.es. per reprimere il dissenso). Era quindi un rapporto basato sul reciproco interesse: politico, per il superiore, economico, per il suddito.
Lo Stato non era basato su un’idea comune, in cui il sovrano e il suddito si riconoscevano: la cultura, beninteso, c’era ed era quella del cattolicesimo latino, ma questa restava in subordine rispetto alle caratteristiche del patto di vassallaggio. Ciò che più importava non era l’ideale di cristianità, ma la subordinazione gerarchica, in virtù della quale il sovrano poteva esercitare un potere assoluto.
Tale meccanismo, di derivazione culturale papista, cominciò a incepparsi nel momento stesso in cui il suddito, una volta ottenuto il beneficio economico, pretendeva anche un certo riconoscimento politico da parte del sovrano: il vassallo voleva contrattare alla pari col proprio sovrano, e quando questi opponeva resistenza, ecco che nasceva, come reazione automatica, la cosiddetta “anarchia feudale”. Nel feudalesimo dell’Europa occidentale non sembra esserci un ideale condiviso, ma soltanto un interesse da far valere: un rapporto politico basato sulla forza veniva distrutto dalla forza di chi aveva dovuto subire le condizioni del proprio superiore.
Il Capitolare di Quierzy (877), in tal senso, costituisce un vero spartiacque tra una dittatura sub condicione e una vera e propria anarchia politica, in cui il perimetro del territorio locale, avuto prima in usufrutto, poi rivendicato come proprietà privata, diventava il luogo ove esercitare un dominio assoluto, dispotico, da parte del signorotto che aveva prestato giuramento di fedeltà al suo sovrano. I vari feudatari si trasformarono in piccoli imperatori nei loro possedimenti, continuamente in lite tra loro per questioni di confine. Ci vorrà molto tempo prima che la Francia si costituisca come nazione vera e propria, cioè ci vorrà Giovanna d’Arco e la guerra secolare contro gli inglesi.
L’impero carolingio ebbe termine nell’887, con la deposizione di Carlo il Grosso, avvenuta dopo 73 anni dalla morte di Carlo Magno (814). Il Capitolare di Quierzy fu l’ultimo tentativo disperato di tenere unito un impero i cui protagonisti volevano invece spezzarlo il più presto possibile.
La Francia, tuttavia, seppur formalmente, vide riconosciuta una corona regale. L’Italia invece, oppressa dalla presenza della chiesa romana, non riuscì a riconoscere un re neppure formalmente e venne abbastanza presto incorporata nella sovranità imperiale germanica. Ottone I unificò la corona d’Italia e di Germania senza ancora avere il titolo imperiale (951). Egli era diventato re di Germania dal 936, ma doveva combattere l’anarchia feudale con non meno vigore del suo collega francese.
Il sovrano italiano (della parte settentrionale della penisola) non era riuscito assolutamente a porre un argine all’anarchia feudale. Ottone invece per riuscirvi escogitò una trovata geniale: nominare dei propri vescovi di fiducia, cioè dei funzionari di stato per l’amministrazione soprattutto delle città, aventi tutte le cariche politiche dei feudatari laici, ma caratterizzati dall’obbligo del celibato, che la chiesa romana voleva imporre a tutto il clero, non senza certe resistenze, in quanto la prassi era sconosciuta in area bizantina. In tal modo i beni del vescovo-conte, ottenuti in usufrutto, non potevano essere lasciati in eredità e, alla sua morte, tornavano al sovrano, che così poteva disporli come meglio credeva. Vescovi del genere facilmente potevano essere accusati di non avere alcuna vocazione religiosa.
Poiché Ottone I si sentiva il vero erede di Carlo Magno, si fece incoronare imperatore da papa Giovanni XII nel 962, dando così inizio al sacro impero romano-germanico, che durerà sino al 1806, allorché Napoleone gli metterà una pietra sopra dopo aver occupato la Germania.
La cosa più curiosa di questa incoronazione è che il papa vi acconsentì nonostante che Ottone avesse imposto una condizione molto umiliante per l’autonomia della chiesa, e cioè il fatto che l’elezione del pontefice, d’ora in poi, sarebbe dovuta dipendere dal consenso dello stesso imperatore (privilegium Othonis): un cesaropapismo in piena regola, che i Franchi non avrebbero mai avuto il coraggio d’imporre. Per quale ragione la chiesa istituzionale si risolse in un primo momento a sottostare a un diktat così restrittivo, quando poi, di lì a poco, avrebbe scatenato una durissima lotta per le investiture ecclesiastiche (1075-1122) contro i sovrani germanici?
I motivi forse possono essere due: da un lato essa aveva ricevuto assicurazione che il nuovo sovrano avrebbe espulso definitivamente dall’Italia meridionale i bizantini, consegnando questi territori allo Stato della chiesa; dall’altro si può pensare che all’interno della cristianità occidentale la corruzione, favorita peraltro dagli stessi vertici ecclesiastici, abituati da tempo a ragionare in termini di puro potere, era già così forte o così vasta che il papato temeva che anche all’interno dello Stato della chiesa si potesse formare una sorta di anarchia feudale in grado di minare il principio di autorità ecclesiastica.
Insomma il consenso all’incoronazione fu il frutto di un compromesso dovuto a un momento di debolezza della chiesa romana, che aveva pertanto bisogno di un “braccio secolare” con cui reprimere il dissenso. Forse essa aveva sottovalutato il fatto che in questa nuova intesa politica chi andava ad acquisire maggiori poteri era soltanto il sovrano tedesco.
Tuttavia l’autoriforma in senso dittatoriale della chiesa romana non si fece attendere e, col Dictatus papae (1075) di Gregorio VII si pongono le basi del futuro Stato teocratico, che non avrebbe certo potuto accettare alcun rapporto di sudditanza nei confronti dell’imperatore tedesco (tant’è che proprio a partire da questo momento si usa la scomunica come arma politica, mettendo i sudditi del sovrano in condizione di non dovergli ubbidire), e che infatti impose il principio, col Concordato di Worms (1122), secondo cui i pontefici, nei regni d’Italia e di Borgogna, potevano intervenire in prima persona in tutti i casi di elezioni contrastate, indipendentemente dalla volontà del sovrano.
Da notare che in questa riforma (preceduta dalla rottura definitiva del 1054 con la chiesa bizantina) Gregorio VII pose tre principi fondamentali che sono rimasti in vigore ancora oggi:
il papa deve essere eletto dai cardinali, cioè non dall’imperatore né dai vescovi (molti dei quali erano stati nominati dallo stesso imperatore): il collegio cardinalizio era in sostanza un consesso di pochi supervescovi fidatissimi, in cui il papa, che li nominava di persona, poteva riporre ogni fiducia; tutto il clero doveva essere eletto dall’alto clero, senza consensu ecclesiae da parte del laicato; tutto il clero doveva restare celibe, sicché alla morte di ogni prelato, dal più piccolo prete di campagna al più alto porporato, i beni tornavano sempre alle casse dello Stato della chiesa.
Era una dichiarazione di guerra non solo all’imperatore, ma anche ai bizantini, che avevano regole diversissime, e persino alla stessa cristianità latina, cui veniva chiesto di uniformarsi passivamente a una sorta di autoritario fondamentalismo politico-religioso. Il fatto che la chiesa ambisse decisamente ad acquisire il massimo potere politico ora veniva pienamente legittimato in sede giuridica, come giustificazione canonica di una prassi di antica data.


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