
Una delle donne rapite come bottino di guerra ha partorito in prigionia, un’altra invece vi è morta. E che morte.
Vorresti correre a Gaza, passare per il filo spinato, buttarti dentro, correre a cercare tuo figlio, tuo padre, tua madre. Invece ti metti in cammino verso Gerusalemme. Ti unisci ad altri come te e vai avanti passo dopo passo, ora dopo ora, per incontrare i rappresentanti del governo e della sicurezza. Sai che Netanyahu non avrà il coraggio di chiuderti la porta in faccia e non avrà altra scelta che ascoltarti. Almeno quello.
Sono partiti in centinaia dalla piazza dei rapiti di Tel Aviv, con cartelli in inglese, in un disperato tentativo di farsi ascoltare. Gli si erano affollati intorno giornalisti da tutto il mondo. E a tutti hanno risposto e a tutti hanno parlato, come se ogni parola detta servisse a tener vivo il proprio amato. Poi la partenza, a tappe, fino all’arrivo, previsto per sabato.
Lungo il cammino ha iniziato a piovere a dirotto, la prima pioggia dell’anno. Qualcuno ha tirato fuori degli impermeabili azzurri. Irremovibili, ostinati, hanno continuato a camminare, ognuno con la foto della persona amata, intorno, a proteggerli e a dargli forza, amici e persone normali, persone qualunque, in un cordone di solidarietà umana. Durante gli allarmi si sono piegati a coprire la testa con le mani, i genitori si sono stesi per terra a proteggere con il loro corpo i bambini. Poi che fare? Stava scendendo il buio. Continuare o fermarsi? Continuare, perché alla prossima fermata c’è chi ti attende, tutti gli abitanti di Bei Degan con biscotti appena fatti, tè caldo e affetto espresso in ogni forma e maniera, e anche se i muscoli fanno male e credi di non farcela più a superare gli ultimi nove chilometri, ce la fai. Come persone non più giovani siano riusciti a superare quei 25 km di cammino Dio solo lo sa. Forse è proprio la forza del dolore quella che ti permettere di spostare anche le montagne.
Quanto è stata diversa la marcia del luglio scorso. Allora si dimostrava per il futuro democratico del paese, non per la vita fisica dei suoi abitanti. Allora eravamo divisi tra pro e contro la riforma, ora siamo tutti insieme nell’ angoscia, per gli ostaggi che in queste settimane abbiamo imparato a conoscere uno ad uno. Dal padre che era a difendere il Kibbutz mentre gli portavano via moglie e figli, alla zia amatissima da tutti i nipoti, alla straordinaria Merav Leshem Gonen che sta salendo verso la capitale “Ci devono ascoltare perché non vogliamo che si parli di noi, ma con noi, di prendere parte alle negoziazioni e alle decisioni ” afferma con forza la madre della giovane Romi “ ci devono guardare negli occhi . Si parla di negoziato secondo il quale verranno liberati 50 ostaggi, e anche se tra di loro probabilmente ci sarebbe anche la mia, io dico, no, tutti insieme. Altrimenti come riuscirei a guardare negli occhi gli altri 190?”
Manuela Dviri

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