C’è un atteggiamento singolare in gran parte della stampa italiana e della politica su cui non è male fare una riflessione. Riguarda Massimo D’Alema, già segretario PDS e presidente del consiglio. Da tempo non ricopre incarichi di nessun tipo, salvo la presidenza della Fondazione Italiani Europei. Eppure, basta che apra bocca, faccia una semplice dichiarazione, esprima un giudizio che subito viene subissato di critiche micidiali per cattiveria e malanimo pregiudiziale.
Le critiche provengono soprattutto da esponenti del suo partito e dalla stampa maggiormente vicina a Matteo Renzi. Nel dargli addosso, si distinguono in particolare gli esponenti del PD che una volta erano a lui maggiormente vicini. Per esempio non si risparmia Matteo Orfini, che di D’Alema rappresenta uno degli errori più imperdonabili. Fortunatamente per il leader Maximo, Orfini ha una qualità: induce le persone a dargli pregiudizialmente torto .
Per capire il motivo di tanta mobilitazione contro un uomo che ha la sua carriera politica alle spalle e che non ricopre alcun incarico (non è in parlamento, non ha incarichi di rilievo nel PD, non ha una corrente organizzata) occorre esercitare la nostra memoria su una antica abitudine dell’intreccio stampa-politica del nostro Paese. Che è quella di dare addosso in combutta a chi cade in disgrazia e, ancora di più, a chi potrebbe risalire la china. E’ un vero e proprio linciaggio preventivo, martellante, più odioso di quello riservato a chi percorre la china discendente. Perché il circuito mediatico-politico è per natura conservatore: gli equilibri che si determinano danno vantaggi ai giornalisti e soprattutto agli editori. E chi minaccia di romperli deve essere trattato in modo adeguato.
D’Alema, oltretutto, ha addensato su di se molti motivi di risentimento: ha una lunga carriera alle spalle percorsa a spron battuto e a suon di altri politici ruvidamente messi da parte durante la sua ascesa e la sua permanenza ai vertici. In più, non le ha mai mandate a dire: ai politici e, ancor più, ai giornalisti. Una vera e propria incontinenza: per una battuta sarebbe capace di “rigiocarsi tutto il cacio vinto”.
Ecco: con tutti questi difetti D’Alema ha anche un pregio. Sa parlare di e pensare la politica. Ha detto a chiare lettere che questa riforma costituzionale è indifendibile. Apriti cielo: gli sono saltati addosso con ogni genere di accuse, in testa le mezze calzette che proprio lui aveva allevato e che proprio questo vorrebbero fare dimenticare con il loro livore. Basta questo a rendercelo simpatico. Se poi si aggiunge che almeno lui un disegno politico ce l’ha….
Tuttocchiali

già sentire ancora usare “leader Maximo” rimanda a tempi lontani: quando, dall’opposizione,si parlava di conflitto di interessi (Berlusconi) che poi non fu nemmeno più accennato durante il governo del leader Maximo; quando da presidente del consiglio, pensò di essere capace di imbrigliare il cavaliere nella bicamerale ma ne fu non solo sconfitto ma umiliato.
Se fosse così capace di politica allora sarebbe uno che si è lasciato comprare. Invece penso che non sia proprio capace di politica ma solo presuntuoso.
Ultima nota: come nacque, chi finanziò, quanto, e chi finanzia oggi Italianieuropei, la fondazione inaugurata nel ’99 da Massimo D’Alema e Giuliano Amato, e oggi presieduta da D’Alema?
Domanda giustissima, quest’ultima. Noi, lontani da decenni da ogni partito, non ne abbiamo la minima idea. Ma ci piacerebbe rivolgere l’interrogativo a tutta la miriade di Fondazioni, associazioni, giornali, etc, che ruotano attorno a tutti i partiti, che del resto, dovrebbero dirlo per loro conto in base a disposizioni di leggi troppo facilmente aggirabili.
Appunto, la vera colpa di D’Alema è aver allevato troppi sciacquetti/e.