Il leone, una volta fuori dalle frasche, sente odore di carne e vuole mozzicare. La sua governance passa da un organo collegiale (neuroni e sinapsi) ad uno monocratico (affiancato da due biglie).

Sono i movimenti incerti e balbettanti a collocare il povero pesce nel menù dello squalo. Sono i passi lenti e claudicanti di una gazzella a mandare il sangue alla testa (e l’acquolina in bocca) al leone (appollaiato dietro le frasche).
Ballare a piedi nudi ha il fascino di portarti ad un livello tribale e terrigno ma è farlo con degli stiletti che ti fa muovere in modo abbastanza pencolante da renderti (apparentemente) predabile. È grazie a quelle incertezze che il maschio (appollaiato dietro le frasche) subisce quel turbamento che lo rende così carino.
Aggiungere vestiti succinti, bracciali rumorosi (d’estate sono come il richiamo degli ornitologi), rosso alle unghie, gambe abbronzate (fresche di ceretta), e lui (ancora appollaiato dietro le frasche) cede (definitivamente) a quella sana aria felina.
Dovete capire, che ogni povera parvenu dei salotti femminili (come me), è ancora inevitabilmente attratta dalle molteplici potenzialità che può offrire una certa estetica in una serata danzante in Versilia. I mio addestramento alle arti di Venere è così recente che non smetto di meravigliarmi e divertirmi.
L’ultima (benevola) rissa a cui partecipai accadde in un campo da calcio quando a sedici anni mi azzuffai con un terzino di diciassette (continuava ad insultarmi perché ragazza e ne venne fuori un bel polverone grazie anche ai miei compagni di squadra!). Quando usavo i preservativi per fare mega-gavettoni, le mie amiche ne coglievano la vera essenza in altre situazioni. Non ricordo di avere mai pensato a me come una cacciatrice passiva, se non verso i diciotto (con un terribile, incolmabile ritardo). È scolpita nella mente la mia prima volta (ad una festa) con dei tacchi (di 0,003 centimetri) che sostituivano le mie adorate stringate da barca. Quelle che io consideravo eleganti in confronto alle scarpe da tennis con cui vivevo. Ricordo anche la prima minigonna (non avevo il coraggio di sedermi). Non parliamo poi dell’avvicinamento alle scollature. La prima volta che mi misi lo smalto, partii con una spennellata dall’ultima falange in giù (mentre mia madre mi urlava dietro le orecchie che ero donna per errore).
Alla fine, anche ritardataria, impari a muoverti e ne scopri le potenzialità. Soprattutto, continui a meravigliartene e ci giochi ancora quando le altre sono già stufe. Azzardi accostamenti bizzarri ed impervi, quando le tue amiche stanno ormai ripiegando se stesse intorno all’ordinarietà, dopo una vita passata a farsi treccine anziché risse con i terzini.
È così che alla fine abusi (divertendoti) dell’innata debolezza maschile.
Certo, sai che il leone, una volta fuori dalle frasche, sente odore di carne e vuole mozzicare. La sua governance passa da un organo collegiale (neuroni e sinapsi) ad uno monocratico (affiancato da due biglie). Cessa di rendersi conto di quello che fa ed il suo sensorio viene definitivamente obnubilato. Così, pur sapendo che occorre (talvolta) difendersi e mettere uno stoppino a insane iniziative, rimane il puro divertimento di farsi riaccompagnare a casa da un conoscente dotato di auto sportiva (di quelle davvero basse i cui sedili infossati in liscia pelle chiara sembrano concepiti per farti salire la gonna fino al collo). Ti attardi a spiegare che sei quasi-fidanzata e che sei una gazzella bella sana, nerboruta, che corre veloce (caro leone, sarà per la prossima).
Comunque, tutto divertente.
Oggi sono in un luogo nordico lontano dalla movida balneare di domenica scorsa. Più che leoni vedo orsi, sento temperature autunnali, lavoro (ma di tutto riposo) e sono comoda-comoda in una divisa manageriale. Praticamente una suorina (embè)

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