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Il Governo Letta tra inerzia e demagogia

di Paolo Arsena | 29 Luglio 2013

Imu, finanziamento pubblico e poco altro

Esecutivo dal piglio democristiano, abile a schivare le insidie e a gestire l’immobilismo, all’insegna del mai rimpianto “tirare a campare”.

governolettaCon tutta la benevolenza e la ragionevolezza che la delicata situazione richiede, si fa fatica ad esprimere un minimo apprezzamento per l’operato del governo Letta. È stato definito, non a torto, “il governo del rinvio”. E in effetti, fatta salva l’approvazione di alcune riformette ricostituenti (piccoli interventi di cesello e di manutenzione poco più che ordinaria), l’esecutivo pare sostanzialmente inerte, sospeso tra la volontà di operare e l’incertezza sul come farlo.

Restano lettera morta le continue esortazioni del premier al cambio di passo. Replicano ormai uno stanco refrain gli annunci di iniziative che vengono sempre rimandate più in là. Rimane dubbia la capacità di molti attori principali dell’esecutivo. E a fare notizia sono soprattutto gli incidenti di percorso: il caso Zanonato, il caso Idem, il caso Alfano. Su tutto regna l’incertezza di un patto, quello tra PD e PdL, che sconta vistose differenze d’approccio, gli effetti destabilizzanti delle sentenze su Berlusconi, le competizioni interne ai democratici.

In buona sostanza, siamo di fronte ad un governo dal piglio democristiano, abile a schivare le insidie e a gestire l’immobilismo, all’insegna del mai rimpianto “tirare a campare”. A questa fotografia deludente bisogna però accompagnare una considerazione di fondo. Il governo Letta è nato su due presupposti contrastanti, che ha il difetto di avallare senza criterio. Il primo è quello di proseguire il percorso di risanamento e di riforme cominciato dal governo Monti, necessario sia a consolidare una ritrovata credibilità del Paese al cospetto europeo, sia a intervenire nelle storture del sistema e della società per correggerne le disfunzioni. Il secondo è invece quello di dare risposte alla sete di demagogia e di rivalsa sulla politica, di cui si nutre l’elettorato.

E poiché è proprio su quest’ultimo aspetto che si sta giocando in Italia la battaglia del rinnovamento (come dimostrano da un lato il grillismo, e dall’altro il fenomeno Renzi e lo stesso Berlusconi nelle vesti di Alfano), il governo ha vincolato la propria agenda a slogan e promesse che fanno a pugni con i veri interessi del Paese. Cosa dire ad esempio della legge che vuole abolire il finanziamento pubblico dei partiti? Una legge inutile, se parliamo di sprechi, dal momento che il picco di 290 milioni di euro raggiunto tra il 2008 e il 2010, già calato sensibilmente nel 2011, è stato ulteriormente dimezzato nel 2012 dal governo Monti fino alla cifra di 90 milioni, decisamente inferiore a quella stanziata per i partiti tedeschi o spagnoli. Una legge che finirebbe per consegnare ufficialmente e indissolubilmente la politica nelle mani dei poteri economici, ma che consentirebbe di esclamare alla pancia del Paese: ecco fatto!

E cosa dire dell’abolizione dell’Imu? PD e PdL, che tanto hanno deprecato contro quell’imposta e quel gabelliere, hanno avuto due anni di tempo per studiare e proporre alternative credibili a quella misura, odiosa sì, ma necessaria. Non solo, ma oggi al governo potrebbero dare immediata attuazione ai loro piani. E invece si brancola nel buio. Dell’Imu conosciamo l’intento di toglierla o di attenuarla, ma a quattro mesi dall’insediamento del esecutivo, non sappiamo né come né quando, perché mancano le coperture.Malgrado l’oggettiva difficoltà a realizzare facili promesse, non ci si domanda se sia più importante dare fiato alle imprese, incentivare i consumi, tagliare verticalmente le spese, immaginare nuove riforme di lungo respiro. Non esistono altre priorità: fa comodo prendere e perdere tempo sull’Imu, tenendo alta un’aspettativa presumibilmente vana per solleticare, anche qui, gli impulsi più biechi.

Se l’Italia non rotola a fronte di cotanta inerzia, se l’esecutivo può permettersi il lusso di temporeggiare ancora, è perché il deficit pubblico è già stato messo in sicurezza. Non lo ammetteranno mai, né Letta né Alfano, né tantomeno il ventre elettorale: ma un doveroso grazie è da tributare all’azione, tranciante e impopolare quanto si vuole, del vituperato governo Monti.Se esistesse un po’ di onestà intellettuale, se il Professore avesse dimestichezza con la comunicazione e se gli italiani non fossero per forza “i soliti italiani”, forse la politica odierna racconterebbe un’altra storia.

Pubblicato in : Primo piano

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