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Il golden power è una forma di esproprio

Proprio mentre iniziamo a uscire dalla crisi del Covid il governo decide di appesantire i controlli sugli investimenti.

di Redazione Pensalibero.it | 15 Aprile 2021

Il governo sembra intenzionato a varare l’ennesima riforma del golden power – sarebbe la settima in quattro anni – con l’obiettivo di ampliarne ulteriormente i confini. Il Ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, ha rimarcato l’esigenza di proteggere settori che, almeno in parte, oggi ne sono esclusi, quali l’automotive e la siderurgia. C’è un problema: i poteri speciali non danno fiato alle imprese, ma discrezionalità alla politica.

Intanto, già oggi il golden power consente di intervenire in una molteplicità di casi, tanto che il numero di notifiche su cui Palazzo Chigi deve pronunciarsi si è moltiplicato. Inizialmente, l’ambito di applicazione era limitato ad alcuni asset considerati strategici nei settori della difesa, energia e telecomunicazioni, e riguardava gli investimenti da parte di soggetti extraeuropei. Adesso, si è perso il legame con gli asset e si è allargata la base di riferimento includendo interi settori, inclusi quelli “ad alta intensità di tecnologia” (nel quale rientra presumibilmente gran parte della nostra manifattura) e quelli finanziario, sanitario, la sicurezza degli approvvigionamenti, l’accesso a informazioni sensibili, compresi i dati personali, e la libertà e il pluralismo dei media. Insomma: si fa prima a dire chi rimane fuori.

La presunta “protezione” derivante dal golden power si sostanzia nella facoltà del governo di essere informato preventivamente delle operazioni societarie rilevanti e di poterle autorizzare, bloccare o subordinare a specifiche prescrizioni. Tutto ciò implica un intenso lavorio dei consulenti legali e l’inevitabile allungamento dei tempi. Non si capisce quale sarebbe il vantaggio, né per il paese, né per le imprese. Un conto, infatti, è la comprensibile volontà di scrutinare le attività di investitori (magari statali) provenienti da paesi non democratici nelle nostre infrastrutture critiche. Altro è pretendere di mettere il naso in qualunque operazione di medio-grandi dimensioni, anche se coinvolge aziende europee. Semplicemente, più si allarga l’estensione della rete di controlli, più se ne annacqua l’efficacia. Fatto salvo che la percezione dell’ennesimo ostacolo burocratico finirà per scoraggiare le imprese, italiane ed estere, dallo scommettere sul nostro paese. Si tratta del tipico provvedimento che accentra il potere di veto della politica al costo di deprimere i valori degli asset delle imprese e incrementare il rischio paese. In altre parole, l’attuale disciplina si configura come una vera e propria limitazione del diritto di proprietà delle imprese, priva di alcun legame con le esigenze di tutela della sicurezza nazionale. Non si capisce come, in un momento in cui tutti concordano che si debbano stimolare l’attività imprenditoriale e attirare capitali, si possa anche solo pensare di assoggettare ogni operazione al placet governativo.

È semplicemente assurdo che, proprio mentre cominciamo a vedere l’uscita dalla crisi del Covid, pensiamo di appesantire i controlli anziché rimuovere quelli che erano stati creati in via “transitoria” e col pretesto dell’emergenza.

Disponibile anche sul sito dell’Istituto Bruno Leoni.

Istituto Bruno Leoni

 

Pubblicato in : EditorialeTag: anni, capitali, crisi, emergenza, governo, palazzo chigi, percezione, sviluppo

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