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Il giorno della retorica

di Gianfranco Pasquino | 3 Maggio 2015

Riflettendo sulle celebrazioni del 25 aprile

Meno retorica, più conoscenza. La Resistenza non può durare 24 ore.

Il 25 aprile, il 2 giugno e il 4 novembre vivono sulla retorica che, per quanto rotonda, sonora e spesso ipocrita, non riesce a eliminare del tutto la sostanza. Anche se quest’anno forse meno invasiva e pervasiva che nel passato, la retorica della celebrazione richiede, anzitutto e soprattutto, che ciascuna di quelle date evochi una sostanziale unità e qualche volta anche la bontà degli italiani. Ricordare il conflitto, soprattutto quando è stato vero e profondo, è considerato divisivo. Meglio, invece, auspicare una memoria condivisa dimenticando bellamente che questo è un paese senza memoria, meno che mai condivisa, al massimo intessuta di brandelli di vita vissuta e raccontata, a seconda dei luoghi, dei tempi, delle famiglie, dei buoni o dei cattivi maestri. Alla retorica si potrebbe sfuggire con la storia, quella storia che dalla marcia su Roma alla fuga a Pescara, dal quasi dimenticato eccidio di Boves alle stragi di Sant’Anna di Stazzena e di Marzabotto, dalla Repubblichetta di Salò a Piazzale Loreto ha portato alla Liberazione dell’Italia dal nazifascismo.

Si potrebbe insegnare che, sì, i nazifascisti erano, per dirla con un termine contemporaneo, stragisti, ma che anche alcuni partigiani usarono della loro Resistenza per qualche vendetta personale, ingiustificabile, ma comprensibile se vista come conseguenza della precedente repressione fascista. Si potrebbe insegnare, come fatto in maniera egregia da Claudio Pavone, che la Resistenza fu anche una guerra civile, che gli italiani combatterono gli uni contro gli altri armati, ma che erano in corso altre due guerre. La più importante, il vero spartiacque fra libertà e oppressione, fu la guerra di liberazione nazionale contro l’occupante nazista che puntellava il regime fantoccio chiamato Repubblica di Salò. La terza guerra, quella di classe, subordinata alle prime due, mirava a stabilire in Italia un regime grosso modo (allora, esisteva soltanto l’URSS)  comunista. La guerra di classe fu certamente una guerra di minoranza, ma avrebbe lasciato una traccia non positiva in tutti coloro che, usando un impreciso metro di rivoluzione sociale, credettero, dissero e scrissero che la Resistenza era stata tradita. Proprio, no, il fatto è che fra i partigiani solo una minoranza combatté la guerra di classe e la perse. Invece, la Resistenza riuscì a vincere proprio nelle più significative rivendicazioni sociali, tutte trasferite nella Costituzione.

Neppure la Costituzione merita di finire nella melassa della retorica, anzi, delle due retoriche contrapposte. Non è un documento catto-comunista poiché fior fiore di articoli furono scritti grazie ai contributi determinanti dei socialisti, degli azionisti, in special modo, di Piero Calamandrei, persino dei liberali (Luigi Einaudi). Non è un documento da imbalsamare, come vorrebbero troppi catto-comunisti. Anzi, furono gli stessi Costituenti a delineare le procedure per introdurre opportune modifiche costituzionali. Altrove, come in Germania, il superamento del nazismo è stato lento, graduale, ma politicamente e culturalmente efficacissimo. Si è, infine, trasposto nel patriottismo costituzionale, nella consapevolezza che le regole, le procedure, le istituzioni che incanalano e regolano i conflitti rappresentano lo strumento migliore per garantire coesione a una società. In Italia dove pure sarebbe ancora più necessario fare riferimento al patriottismo costituzionale, strumento di coesione sociale, questa strada è sostanzialmente preclusa dalla mancata conoscenza della storia e da celebrazioni, come la Liberazione, che, svolte senza approfondimenti storici, confortano i “credenti”, irritano i faziosi, dispiacciono agli ignoranti, lasciano il tempo che trovano fra gli indifferenti. Un po’ tutti, poi, pensano che dovrebbero essere gli altri a lavorare per una Repubblica migliore. Lo slogan “ora e sempre Resistenza” non è soltanto logoro. E’ monco. Se non viene finalmente accompagnato dallo studio congiunto della storia e della Costituzione, rimarrà sterile. Da qui, abbiamo ragione di pensare che dovrebbe partire “la buona scuola”.  Allora, il 25 aprile diventerebbe opportunamente non la celebrazione retorica di un giorno, ma il compimento politico e culturale di un processo di apprendimento per (formare) buoni cittadini.

Pubblicato in : Primo piano

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