
C’è una linea sottile che separa il dissenso dalla demolizione sistematica. Negli ultimi mesi quella linea è stata superata più volte, con una costanza che non ha più nulla di spontaneo. Attacchi alla polizia, contestazioni violente contro le Olimpiadi, sabotaggi simbolici di eventi nazionali, campagne di delegittimazione martellanti. Pezzi diversi di un mosaico che, visto da lontano, racconta una storia precisa.
Non si tratta più di proteste isolate o di rabbia sociale senza direzione. Qui siamo davanti alla costruzione paziente di un canale eversivo. Un canale che non cerca consenso, ma fratture. Che non propone soluzioni, ma punta a logorare l’autorità, a erodere la fiducia, a trasformare ogni appuntamento pubblico in un potenziale campo di battaglia.
La polizia diventa il bersaglio perfetto. Non perché rappresenti un abuso reale e sistemico, ma perché incarna lo Stato nella sua forma più visibile. Colpire la polizia significa colpire l’idea stessa di ordine, di regola condivisa, di limite. È una strategia vecchia, collaudata, che oggi torna con un linguaggio nuovo e una coreografia studiata per i social.
Le Olimpiadi e gli eventi nazionali entrano in questo schema come simboli. Non sono il problema, sono il pretesto. Rappresentano l’Italia che si mostra, che prova a stare al centro, che dialoga con il mondo. Sabotarli, screditarli, trasformarli in occasione di caos serve a un obiettivo chiaro: raccontare un Paese instabile, incapace di garantire sicurezza, inaffidabile come partner.
Ed è qui che il discorso si allarga. Perché l’instabilità interna non resta mai interna. Un Paese che appare fragile perde peso nei tavoli che contano, dentro l’ Unione Europea e nei rapporti internazionali. Ogni immagine di disordine diventa munizione narrativa, ogni scontro diventa una nota a margine nei dossier diplomatici.
Il punto più inquietante è la regia. Nulla di questo sembra casuale. I tempi, i bersagli, il lessico, persino le giustificazioni morali si ripetono con una precisione sospetta. Si parla di diritti mentre si nega il diritto elementare alla sicurezza. Si invoca la democrazia mentre si tenta di paralizzarne i meccanismi. Si grida al fascismo per svuotare di senso qualsiasi autorità legittima.
Questa non è critica politica. È una tecnica di erosione. L’obiettivo non è cambiare il governo, ma rendere ingovernabile il Paese. Non è riformare, ma consumare. Creare una tensione permanente che logora l’esecutivo di turno, qualunque esso sia, e lascia sul terreno solo macerie istituzionali.
La storia insegna che gli Stati non crollano sempre sotto i colpi di un nemico esterno. Spesso si sfilacciano dall’interno, un pezzo alla volta, tra applausi distratti e giustificazioni indulgenti. Difendere le istituzioni non significa difendere un governo, ma difendere il perimetro comune dentro cui il conflitto resta civile e non diventa distruttivo.
Oggi quel perimetro è sotto attacco. Fingere di non vederlo non è neutralità. È resa preventiva.
Ogni destabilizzazione produce un dividendo, anche quando nessuno si firma in calce. Un Paese costretto a vivere in emergenza interna pesa meno, decide peggio, contratta con meno forza. E in un’Europa già attraversata da tensioni, l’indebolimento di uno Stato membro è ossigeno per chi lavora contro la coesione dell’Unione e contro la credibilità dell’Occidente.
Non serve credere a regie da film: basta riconoscere che esiste una convergenza di interessi. L’America di Trump e Mosca hanno dimostrato, per motivi diversi e spesso opposti, un’intenzione concreta: ridurre l’Unione Europea a un insieme di Paesi più soli, più dipendenti, più manovrabili. Uno lo fa spingendo per rapporti bilaterali e per un’Europa che non diventi mai davvero potenza politica. L’altro lo fa lavorando sulla frattura, sull’energia, sulla disinformazione e sul logoramento interno. In entrambi i casi, una UE compatta è un fastidio. Una UE divisa è un affare.
E in mezzo, con una leggerezza che ormai sfiora l’irresponsabilità, c’è anche un pezzo dell’opposizione italiana. Un’opposizione che, in questa fase storica, appare spesso senza una direzione credibile e senza una visione alternativa solida, e finisce per cavalcare ogni miccia disponibile pur di arrivare all’obiettivo minimo: far saltare l’esecutivo. Non importa come, non importa con cosa, non importa il dopo. L’importante è trascinare il Paese in una spirale di delegittimazione continua, in cui ogni scelta è illegittima, ogni atto è autoritarismo, ogni forma di ordine è repressione.
Il risultato è un cortocircuito perfetto: interessi esterni che puntano a una UE debole, tensioni interne che erodono fiducia e stabilità, e una politica domestica che invece di ricostruire si mette a fare il tifo per l’ingovernabilità, sperando di raccogliere voti dalle macerie. Peccato che, quando le istituzioni si consumano davvero, le macerie non distinguono più tra maggioranza e opposizione. Schiacciano tutti. E soprattutto schiacciano chi lavora, chi produce, chi vive nella realtà e non nella propaganda.
Il dubbio è padre della conoscenza.
Piero Terracina

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