Il caso Monti non è isolato perché le famiglie europee sembrano destinate a dividersi. E in Italia sono rappresentate a pieno titolo dall’Udc e dal Psi, vale a dire da poco più del 5% dell’elettorato italiano.

Da una parte, infatti, schifa più o meno apertamente il Pdl di Berlusconi che da parte sua tiene moltissimo a far parte della famiglia (anche se si guarderà bene dall’espellerlo, dopo tutto i voti del Cavaliere faranno sempre comodo nelle prossime distribuzioni degli incarichi…). Mentre manifesta la sua piena sintonia con Monti che, da parte sua, considera questa designazione come una specie di bacio della morte.
Se a questo poi aggiungiamo che il Pd è partecipe del Pse e dell’Is in linea di fatto, ma non di diritto, si potrebbe concludere che le più grandi famiglie politiche europee sono rappresentate a pieno titolo nel nostro paese, dall’Udc e dal Psi, vale a dire da poco più del 5% dell’elettorato italiano.
Nella sostanza, l’anomalia è molto meno drammatica (dopo tutto, il Pd di Bersani e Fassina è, da ogni punto di vista, un partito socialdemocratico). Pure esiste, soprattutto nell’area di centro e di destra un’anomalia dovuta ad almeno tre fattori. Il primo, l’eredità del passato; il secondo, il frutto di processi recenti; il terzo, e più importante destinato a segnare negli anni a venire il confronto politico in Italia e in Europa, la crisi possibile del bipolarismo tra le due ‘grandi’ famiglie del PPE e del PSE.
Poco da dire sul primo punto. Perché è noto a tutti che le grandi famiglie europee crescono e si moltiplicano per ragioni di convenienza, unendo sotto lo stesso tetto componenti diverse, prive di discipline e di indirizzi comuni. Il fattore “convenienza” è, nel nostro caso, particolarmente evidente nel caso Pdl-Berlusconi, ma è presente anche a sinistra (dove mamma Pse cura il figlio adottivo – leggi Pd – con assai maggiore attenzione di quello naturale – il Psi…).
Ora, è evidente che un insieme così eterogeneo, come è quello di centro-destra, si poteva reggere, almeno sino ad oggi, solo sulla pratica rigorosa della non-interferenza. “Occhio non vede, cuore non sente”. Principio, invece, clamorosamente violato nel caso del Cavaliere. Un amabile cialtrone che si è permesso di esporre al pubblico ludibrio – e non nelle sedi dovute – la linea di politica economica e i maggiori leader dello schieramento di cui fa parte. E, per altro verso, un consesso politico che minaccia tuoni e fulmini contro Berlusconi mentre, almeno in apparenza, non trova niente da ridire contro il “fasciosovranista” Orban in Ungheria e nei confronti dei conservatori inglesi che minacciano di lasciare l’Ue (almeno nei giorni pari della settimana).
Qualcosa dunque si sta rompendo, ma che cosa? Per capirne di più occorre vedere cosa c’è dietro il rifiuto, sdegnoso e infastidito, di Monti del ruolo di “autentico rappresentante” del Ppe in Italia, pur pubblicamente conferitogli e in più circostanze. Un atteggiamento legato a fattori personali. Al dunque, il Nostro è un cattolico liberale, in un contesto in cui il secondo aggettivo fa premio sul primo. Il suo gruppo di riferimento sarebbe dunque quello liberal-democratico con l’annesso connotato antibipolarista. Nel rifiuto della sponsorizzazione europea c’è poi un elemento tattico. Appellarsi all’Europa e, nello specifico, al Ppe della Merkel e di Sarkozy favorirebbe la propaganda berlusconiana (e non solo). Perché oggi l’Europa è vista come una maestra inutilmente severa e forte con i più deboli, prima e dopo le elezioni si dovrà seguirne le direttive, nei fatti, tanto più necessario allora denunciarne, a chiacchiere, le interferenze nel corso della campagna. Il punto decisivo nell’atteggiamento di Monti è però di prospettiva, e ha a che fare con la sua convinzione che il “fattore Europa” porti di per sé a superare l’antico contrasto destra-sinistra tutto giocato all’interno degli stati nazionali. Già oggi, l’emergere travolgente dei populismi sovranisti sta spaccando nel profondo la destra classica (quello di Berlusconi non è certo un caso isolato), ma anche la sinistra sarà chiamata dalla globalizzazione a rivedere non già i suoi ideali e i suoi obbiettivi ma, sicuramente, gli strumenti della sua azione politica. Un processo che non potrà che favorire il centro “radicale” (leggi modernizzatore), a danno di una o di tutte e due le estreme “conservatrici” o, meglio ancora, come animatore di grandi coalizioni internazionaliste e modernizzatrici. Questo lo schema montiano, che certamente mette in discussione le attuali famiglie ideologiche. Sarebbe bene che la sinistra lo contesti, ma non in nome della sacralità delle divisioni del passato, quanto, piuttosto, di una diversa scommessa sul futuro. Benissimo separarsi radicalmente dai populisti in nome di una opzione internazionalista, alleandosi, in questa fase, con l’internazionalismo liberale. Meglio ancora però chiarire sin d’ora, proprio a partire dal “progetto Europa”, che l’internazionalismo socialista è diverso da quello liberale. E non perché contrapponga i”popoli” ai “banchieri” (per suonare questa musica bastano e avanzano le trombe populiste), ma più semplicemente perché non si contenta delle regole, ma punta alle politiche e alle strategie comuni.

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