Problema vero, invece, è ripensare e ridisegnare in fretta un nuovo modello formativo che si liberi dalle catene delle baronie accademiche.

L’art.172 del Regio Decreto 31/08/1933 n.1592, “Approvazione del testo unico delle leggi sull’istruzione superiore”, attribuisce alle lauree ed ai diplomi conferiti dalle università e dagli istituti superiori esclusivamente valore di qualifiche accademiche.
Alla luce di quanto normato è doveroso evidenziare, come pure faceva notare anche Sabino Cassese in un suo saggio del 2002, che, poiché l’abilitazione all’esercizio professionale è conferita in seguito ad esami di Stato cui sono ammessi soltanto coloro che abbiano conseguito, presso università o istituti superiori, la laurea o il diploma corrispondente e coloro che abbiano superato, nel corso degli studi per il conseguimento del detto titolo, gli esami di profitto nelle discipline che sono determinate per regolamento, tale disposizione stabilisce una sorta di “valore legale indiretto”, vale a dire che il titolo di studio non è necessario per l’esercizio della professione bensì per l’ammissione all’esame di Stato, a sua volta necessario per l’esercizio della professione.
Tale assetto ha, poi, trovato conferma in Costituzione, dove all’art.33, quinto comma, si stabilisce che è prescritto un esame di Stato per l’ammissione ai vari ordini e gradi di scuole o per la conclusione di essi e per l’abilitazione all’esercizio professionale. Quindi, con l’espressione “valore legale del titolo di studio” si indica l’insieme degli effetti giuridici che la legge ricollega ad un determinato titolo scolastico o accademico rilasciato da uno degli istituti scolastici o universitari, statali e non, autorizzati alla bisogna.
In questa chiave di lettura, che è quella della oggettiva presa d’atto della normativa vigente, appare evidente che, per come è stata posta la problematica dal Governo Monti, il tutto si riduca ad un falso problema.
Problema vero, invece, è ripensare e ridisegnare in fretta un nuovo modello formativo che si liberi dalle catene delle baronie accademiche, che preveda un significativo miglioramento della qualità dell’insegnamento nell’ambito di una offerta formativa basata sul binomio conoscenza aggiornata/necessità del mercato, che ponga al centro il merito, inteso come fattore di rappresentazione di conoscenza e competenza, anziché l’attuale devastante connubio mero titolo/mera anzianità.
Come Partito Socialista Italiano riteniamo che l’attenzione del Parlamento prima e del Governo poi (e si sottolinea con calore la sequenza!) debba concentrarsi sulla elaborazione di una legislazione unificante e sistematica che contemperi la liberalizzazione delle professioni con l’abolizione degli ordini professionali, per ridurre al minimo il fenomeno delle baronie.
Tale percorso normativo produrrebbe una sequenza di effetti benefici molto significativa. Innanzitutto, le libere professioni si aprirebbero al mercato, sciogliendo i lacci che gli albi professionali stringono intorno sia a quei professionisti concorrenti esclusi dall’enclave che ai fruitori delle prestazioni dei suddetti professionisti.
Inoltre, vi sarebbe una interessante inversione di tendenza rispetto agli abbandoni universitari, perché gli atenei non verrebbero più intesi come aree di parcheggio bensì come strumento per ottenere una formazione di qualità per coloro che sono motivati e naturalmente dotati a proseguire gli studi in funzione dei propri meriti.
Infine, sia l’attività di accreditamento quanto quella di valutazione verrebbero necessariamente affidate ad un sistema regolato, dove i soggetti professionali sono molto più numerosi per cui per la corporazione accademica si ridurrebbero le rendite di posizione ed i privilegi baronali. E ciò non sarebbe un male perché sono queste le cose che rendono il nostro sistema universitario incapace di stare al passo con l’Europa e con il resto del contesto internazionale.

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