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Il Duce e Fratel Paschetto

A volte accade che un’affermazione sia esatta e al tempo stesso no. È quanto avviene da tempo su un aspetto della biografia di Paolo Antonio Paschetto. Fu o non fu massone? Probabilmente, con tutti i guai che imperversano sulla faccia della Terra e nei suoi cieli, sempre più affollati di satelliti anziché di paciosi Dei, la maggior parte dei lettori penserà sia una questione trascurabile e sarà tentato di voltare pagina. Però… C’è un però. A Paschetto, infatti, dobbiamo l’emblema dello Stato d’Italia.

di Aldo A. Mola | 12 Novembre 2023

Dal gelido Pellice al biondo Tevere

Paolo Paschetto

A volte accade che un’affermazione sia esatta e al tempo stesso no. È quanto avviene da tempo su un aspetto della biografia di Paolo Antonio Paschetto. Fu o non fu massone? Probabilmente, con tutti i guai che imperversano sulla faccia della Terra e nei suoi cieli, sempre più affollati di satelliti anziché di paciosi Dei, la maggior parte dei lettori penserà sia una questione trascurabile e sarà tentato di voltare pagina. Però… C’è un però. A Paschetto (Torre Pellice, 12 febbraio 1885-9 marzo 1963), infatti, dobbiamo l’emblema dello Stato d’Italia. Intesta tutti i documenti di valore legale, dalla “Gazzetta Ufficiale” alle carte d’identità, ai passaporti e via continuando. Quindi la curiosità sull’eventuale iniziazione alla Libera Muratoria del suo creatore è più che legittima. Chissà mai che la Repubblica sia in odore di massonismo? Sarebbe un bene o un male assoluto? Il dollaro USA è un coacervo di simboli massonici. Tutto sommato ha retto nel tempo e regge. Sarà per quell’Occhio che veglia dalla punta della Piramide? Prima di rispondere alla domanda se dunque Paolo Paschetto sia stato o no iniziato in loggia, giova ripercorrerne sinteticamente la vita, analiticamente ricostruita da Silvia Silvestri nel “Dizionario biografico degli italiani”, al quale rimandiamo chi voglia saperne di più.

Suo padre, Enrico, pastore valdese, dalla non sempre gaia valle nativa, punteggiata di combe e di ricordi delle passate persecuzioni, nel 1889 migrò a Roma con la moglie, Luigia Oggioni, milanese, di famiglia garibaldina, evangelica, e i figli. Insegnò ebraico in una scuola metodista e poi in una battista. Terzogenito, dopo il liceo classico Paolo si iscrisse all’Istituto di Belle Arti e cominciò ad emergere appena ventenne. Nel 1907 vinse il concorso per ornare il biglietto di cinque lire (all’epoca un tesoretto) e si affermò in un’arte apparentemente minore, la decorazione, coltivata con garbo e delicatezza rispondenti al gusto poetico crepuscolare. Sua moglie, Italia Angelucci, sposata nel 1911, a sua volta istoriò cuoio, rame, ceramica e tela su sua ispirazione. Collaboratore di “Bilychnis” e di altre riviste evangeliche e riformate di studi religiosi, tra il 1912 e il 1914 Paschetto si dedicò all’impresa che ne perpetua la fama: la decorazione del Tempio valdese che nella Città Eterna si affaccia su piazza Cavour, alle spalle del Tribunale, all’epoca in costruzione tra polemiche e scandali sul suo costo esorbitante e ora sede della Corte di Cassazione. Docente di ornato all’Istituto di Belle Arti dal 1914 (lo rimase sino al 1949), l’anno seguente, quasi trentenne, fu mobilitato. Nel 1916 venne congedato per difetto alla vista e poté tornare alla sua vocazione di artista.

Copertina di una riedizione di GiovanniHus il veridico, con introduzione di A.A.M. e una nota del “fratello” Giovanni Oggero, Carmagnola, Edizioni Arktos, 2006. Oggero ricorda l’inchiesta sulla Massoneria condotta dall’“Idea nazionale” nel 1912-1913 e cita “tra i più ossessionati antisemiti e antimassoni l’ex prete Graziosi” (un lapsus …provvidenziale), che poi fu tra quanti premettero su Mussolini per il varo delle leggi razziali”.

Claudia Particella, l’amante del cardinale

Nel 1913 una sua tavola raffigurante il rogo dell’eretico Hus fu scelta da Benito Mussolini per illustrare il suo Giovanni Huss il veridico, un “saggio storico” omesso dall’Opera Omnia del “duce”. Renzo De Felice, suo maggior biografo, gli dedica appena una nota a pie’ di pagina, ma poi scrisse la prefazione all’edizione oubblicata da Reverdito. «Tra le sue opere giunte alla pubblicazione (fu) certo la più ambiziosa e altrettanto certamente una delle meno riuscite. Il volume non è in pratica che un violento libello contro la Chiesa privo di sostanziale valore, se non per documentare un particolare tipo di interessi del suo autore in questo periodo e il suo proposito di tenere viva la polemica anticlericale un po’ a tutti i livelli.» Il “libello”, invero, aveva genesi, motivazioni e propositi politici meditati. Per coglierli nella loro ampiezza occorre fare un passo all’indietro e richiamare alla memoria l’altro libello “giovanile” del rivoluzionario Mussolini: Claudia Particella, l’amante del cardinale.

Più fortunato di Huss il veridico, questo “romanzaccio storico” (definizione di Mussolini medesimo in una lettera a Torquato Nanni), incluso nell’Opera Omnia, è stato ripubblicato in tiratura limitata, ma subito cestinato perché sommamente “scomodo” sia per chi in Mussolini vede l’uomo degli “esecrati Patti Lateranensi”, sia per chi non gli cede volentieri la palma dell’anticlericalismo e lo considera un opportunista, persino ingaggiato “a noleggio” dal servizio militare segreto di un Paese non proprio amico, secondo recenti asserzioni. La sua trama ricalca un scampolo di storia minore: la passione di Carlo Emanuele Madruzzo, ultimo principe-vescovo di Trento, per un’affascinante e di molto più giovane fanciulla, insidiata (aggiunge Mussolini) dal viscido don Benizio e bersaglio di un attentatore, che due volte la manca e pugnala la sua fida Rachele ma viene perdonato e si relega in chissà quale monastero. Superate spavaldamente tante prove, Claudia infine muore avvelenata, esclamando “muoio, muoio, muoio” per un paio di pagine.

Il romanzo uscì a puntate nella prima metà del 1910 in “Il Popolo”, foglio socialista diretto da Cesare Battisti a Trento. Letto “con molta avidità” per i suoi risvolti pruriginosi e ossessivamente anticlericali, gli rese pochi spiccioli, di cui però aveva assoluto bisogno dal suo rientro in Forlì ove il 17 gennaio, senza vincoli ufficiali e, quel che è peggio, senza lavoro né fissa dimora, s’accasò con Rachele Guidi, sposata con rito civile nel 1915.

Al di là dei limiti letterari, Claudia Particella offre molti spunti di riflessione per cogliervi la traccia lasciata in Mussolini dal Convitto nel quale studiò a Forlimpopoli, retto da Valfredo Carducci, fratello minore del grande Giosue, “maestro e vate della Terza Italia”, e per certi brividi profetici che il lettore attento non manca di cogliere nella fluente prosa del feuilleton.

Valgano d’esempio alcune citazioni. Per il “cardinale” Madruzzo (che si attendeva dal papa speciale comprensione, ovvero la restituzione allo stato laicale per poter prender in moglie Claudia) l’amore era «esasperato ormai in una di quelle tragiche passioni che sconvolgono una vita». Quando decise di albergare (o “recludere”) l’amante in un remoto castello a picco su un lago, il porporato esclama: «L’ora delle grandi risoluzioni è forse imminente.» C’è già il Mussolini delle “decisioni irrevocabili”(10 giugno 1940). Il “popolo di Trento” odiava Claudia perché la riteneva responsabile della sua rovina economica. «Le donne soprattutto erano furibonde. Consideravano Claudia una fortunata rivale e nel loro odio v’era l’invidia e la gelosia.» «Le collere represse e gli odi lungamente covati e le miserie non lenite aspettavano una nuova occasione per prorompere»; ma secondo Madruzzo «il popolo è sempre bestia e non mancherà di curvarsi a un altro dominatore». Quindi poteva infischiarsi bellamente della disapprovazione popolare.

   A cospetto della processione finale, che “il popolo” credeva “di purificazione” ma che lui aveva orchestrato quale estremo omaggio alla memoria di Claudia, Madruzzo riflette: «Non è concesso agli umani di leggersi nell’animo reciprocamente. Ogni uomo ha una o molte pagine chiuse nel libro della sua vita. V’è in noi una parte che non viene, né può venir mai alla superficie. Noi siamo profondamente stranieri gli uni agli altri. Quella che si dice fusione delle anime è una delle tante illusioni necessarie all’esistenza. L’anima umana è sola, non ha sorelle. La madre non può leggere il pensiero del figlio, il giudice non può penetrare nel mistero della colpa…». Parole autobiografiche?

   «Il mondo è bello» Mussolini fa dire a Claudia, riecheggiando Carducci. «Sono gli uomini che lo guastano.»

   A rovinarlo erano anzitutto i preti (specialmente i gesuiti) che il romanzo mette alla gogna pagina dopo pagina con un crescendo di invettive. «Il Concilio di Trento non aveva riformato i costumi depravati del clero, alto e basso. Dal Vaticano la corruzione dilagava nel mondo cattolico, sino alle ultime parrocchie perdute fra le montagne.» Perciò la “morale” dei contemporanei «era elastica, pieghevole, specie nei riguardi del clero, che pareva godesse dell’impunità. Molto si perdonava. La Chiesa di Roma del resto aveva dato il malo esempio. I successori della cattedra di Pietro si erano macchiati dei più nefandi delitti». I papi sintetizzavano la «turpitudine universale», da Alessandro VI e Leone X a Clemente VII che «manteneva buon numero di donne lascive, fra le quali celebre un’africana»: aneddoti carpiti dalla copiosa letteratura del tempo (non consta abbia attinto da opere poderose come quella di Gregorovius).

Elogio dell’eresia

Due anni dopo la pubblicazione di Claudia Particella Mussolini scrisse Giovanni Huss il veridico. Notiamo, per inciso, che l’ “eretico” (o riformatore) compare solitamente come Hus (1369-1415). Il futuro “duce” si dedicò al “libretto” (definizione sua) nella forzata pausa della carcerazione. Arrestato il 14 ottobre 1911 con i repubblicani Pietro Nenni e Aurelio Lolli per istigazione alla violenza, resistenza alla forza pubblica e altri reati compiuti per protesta contro l’impresa di Libia, il 23 novembre Mussolini fu condannato a un anno di reclusione, pena commutata in appello a cinque mesi e mezzo. Venne rilasciato il 12 marzo 1912, in tempo per scatenare l’offensiva contro i socialriformisi, culminata a luglio con la loro espulsione dal partito nel congresso di Reggio Emilia.

   Nella prefazione al libro Mussolini lamentò le «gravi difficoltà» incontrate perché le opere latine dell’eretico non erano reperibili e quelle «in czeco o voltate in czeco non sono state ancora tradotte in italiano». Riteneva tuttavia di «aver fatto opera non inutile», soprattutto per «il pubblico dei liberi pensatori», con un libro atto a suscitare nell’animo dei lettori «l’odio per qualunque forma di tirannia spirituale e profana: sia essa teocratica o giacobina». Tutto si può dirne tranne che non sia stato esplicito: né papato, né impero e neppure i giacobini, che nell’Italia dell’epoca (come in quelli delle Compagnie di Santa Fede) erano sinonimo di massoni.

   Perciò risulta assai curioso che il libro sia uscito nella “Collezione storica de I Martiri del Libero Pensiero” diretta da Guido Podrecca, già direttore di “L’Asino”, la rivista anticlericale più famosa del tempo, istoriata dalle formidabili “vignette” di Gabriele Galantara (Ratalanga), iniziato nella prestigiosa loggia “Propaganda massonica” del Grande Oriente d’Italia (matricola 24.616).

   Che cosa potevano avere in comune i tre? Giovanni Huss il veridico comincia, con un po’ più di “dottrina”, da dove il futuro “duce” aveva lasciato Laura Particella. «I movimenti ereticali – egli annotò – rappresentano tentativi d’opposizione alla Chiesa di Roma decaduta dal suo ministerio antico, schiava del mercantilismo profano, legata al Dio Mammone, al denaro che umilia tutte le fedi. Nel XIV secolo la Chiesa cattolica era diventata una colossale agenzia d’affari spirituali e materiali: i primi servivano di pretesto e di maschera ai secondi. Roma era la sede centrale della Ditta, ma le filiali erano disseminate in tutta Europa. […] I conventi che, secondo i primitivi fondatori avrebbero dovuto costituire un asilo di uomini puri, erano diventati il ricettacolo di tutti i parassiti, adoranti il Signore con letizia di sensi e di piaceri viziosi. Dalla sensualità e dalla rapacità dei monaci nessuno – maschio o femmina – si salvava […] La venalità della gerarchia ecclesiastica non conosceva limiti, né ostacoli. Le cariche si compravano e si vendevano». Insomma, «il popolo era l’unico che portasse la Croce in quel mondo di gaudenti». Perciò «ogni eresia ha qualche cosa di sociale, talvolta socialistico». «Gli eretici – concluse con guizzo autobiografico – parlano in nome del popolo e al popolo». Il movimento hussita, osservò verso la fine del saggio, si compose «di due elementi inscindibili, il religioso e il nazionalistico». Era un’osservazione non peregrina, perché, sia pure confusamente, anticipava la sua svolta dell’estate 1914, quando, a cospetto della discesa in campo di tutti i partiti socialisti a sostegno dei governi dei rispettivi paesi, balzò dall’antimilitarismo che nel 1911-1912 gli era costato il carcere all’interventismo. Nel cui composito schieramento si ritrovò a fianco dei liberi pensatori e dei massoni che assunsero l’avanguardia della guerra contro gli Imperi Centrali. Campione di movimentismo funambolico (era l’“uomo in cerca”, come bene osserva De Felice), Mussolini si accostò all’ala massonica più scomoda per i poteri centrali dell’Ordine, da anni impegnati a fare da ponte per il transito dei socialriformisti a sostegno delle Istituzioni. D’altronde, nel 1908 era stato proprio il socialriformista più prestigioso, Leonida Bissolati Bergamaschi, a infilare il partito socialista nel tunnel imboccato, con esito politicamente catastrofico, dal Grande Oriente nella lotta per l’abolizione dell’insegnamento del catechismo cattolico nella scuola dell’obbligo.

   Con Huss il veridico Mussolini fece intendere che si può combattere il clero senza entrare necessariamente in loggia, da posizioni “rivoluzionarie”, tornando al popolo. Non per caso nell’aprile dell’anno seguente ottenne che nel Congresso di Ancona il Partito socialista italiano espellesse i massoni, quinta colonna della borghesia e dei “bocchi popolari” incardinati sulla convergenza di radicali, riformisti e liberali “progressisti”.

Paschetto, massone a sua insaputa?

Nell’Huss il terzetto Podrecca-Ratalanga-Mussolini “reclutò” Paolo Paschetto, pubblicandone la xilografia del rogo dell’eretico tratta da “Bilychnis”. Come si saldavano quei tre anelli? Nelle prime elezioni politiche del dopoguerra (16 novembre 1919) la lista capeggiata da Mussolini nel collegio di Milano comprese Potrecca accanto ad Arturo Toscanini, Tommaso Marinetti e altre celebrità, tutte avviate alla sonora e si può dire umiliante sconfitta. Tuttavia molti militanti anticlericali di punta continuarono a scommettere sul Mussolini neo-pagano. Era il caso della associazione Giordano Bruno e del periodico “La Ragione”, il cui “Almanacco, 1923” pose in copertina il fascio littorio ritto sulla cupola di San Pietro e scrisse che la data più importante del 1922 era la vittoria fascista del 28 ottobre.

   E Paschetto? In occasione di un convegno incentrato su di lui (1° giugno 2016) nella Casa Valdese di Torre Pellice in collaborazione con il Collegio circoscrizionale Piemonte-Valle d’Aosta del Grande Oriente d’Italia, il gran maestro Stefano Bisi ribadì che il vincitore dei concorsi per il bozzetto della Repubblica italiana era stato sicuramente massone. Invece lo storico Daniele Jalla, della Società di studi valdesi e nipote dell’artista, escluse che dietro l’ideazione dell’emblema dello Stato «ci fosse alcuna intenzione di simbologia particolare» e concluse perentoriamente: «Il nonno non è stato massone. Una convinzione famigliare basata sui fatti ha trovato riscontro negli archivi della massoneria italiana: il suo nome non figura negli elenchi degli iscritti.» Chi aveva ragione? In effetti nella matricola del Grande Oriente (per altro incompleta) Paschetto non compare. Ma “la prova provata” del suo massonismo andava cercata altrove. Nelle ricerche d’archivio ci vuole infinita pazienza. Ma il risultato paga.

   Possiamo dunque affermare, documento alla mano, che Paolo Antonio Paschetto, professore all’Istituto di Belle Arti di Roma, residente in via Scipione 119, nato a Torre Pellice il 12 febbraio 1885, fu Enrico, venne iniziato massone a Roma nella loggia “Nazionale” della Serenissima Gran Loggia d’Italia il 21 febbraio 1917 e subito elevato al grado di maestro. Il 28 maggio ascese al grado 9° della scala del Rito scozzese antico e accettato. Ascese a Cavaliere Eletto dei IX.

   Quindi aveva ragione Bisi. Paschetto fu massone. Ma non del Grande Oriente d’Italia. Non sappiamo quanto sia rimasto attivo e quotizzante. Di sicuro dopo il forzato scioglimento delle logge sotto l’offensiva squadristica scatenata da Mussolini (1925), per continuare a professare la sua arte alla Gloria del Grande Architetto dell’Universo Paolo Antonio dovette tenere ben celato (anche in casa…) il suo non fortuito passaggio tra le Colonne. Diversamente non gli sarebbero stati affidati incarichi in opere pubbliche di prestigio, comprese vetrate al ministero della Pubblica istruzione, poi dell’Educazione nazionale.

Altra cosa è l’interrogativo sul nesso tra la sua iniziazione e l’emblema della Repubblica. Ma è questione da esaminare a parte.

Aldo A. Mola

Pubblicato in : Cultura ed eventiTag: abolizione, anni, benito mussolini, chiesa, chiesa cattolica, di pietro, elezioni, elezioni politiche, europa, figlio, futuro, grande oriente, grande oriente d'italia, italia, la repubblica, lavoro, Liberali, libia, massoneria, milano, mondo, movimento, mussolini, nato, opposizione

Info Aldo A. Mola

Nato a Cuneo nel 1943, Aldo Alessandro Mola è stato preside in alcuni licei dal 1977 al 1998. Nel 1980 riceve la medaglia d’oro di benemerito della scuola, della cultura e dell’arte. Docente di storia contemporanea all’Università degli Studi di Milano, è, dal 1986 direttore del Centro per la storia della Massoneria, e, dal 1992, contitolare della cattedra “Pierre-Théodore Verhaegen” dell’Université libre de Bruxelles.
È direttore del Centro Europeo Giovanni Giolitti, presidente del comitato cuneese dell’Istituto per la storia del Risorgimento italiano, dell’Associazione di studi sul saluzzese e del Centro studi e ricerche “Urbano Rattazzi” di Alessandria. Interessante anche il suo ultimo saggio, Mussolini a pieni voti? Da Facta al Duce. Inediti sulla crisi del 1922, da cui si scopre che la «marcia su Roma» dei fascisti in realtà non sarebbe mai avvenuta.
Editorialista del quotidiano Il Giornale del Piemonte e coordinatore editoriale de Il Parlamento italiano 1861-1992, Mola ha organizzato numerosi convegni di studi, specialmente per il Ministero della Difesa (Garibaldi, generale della libertà nel 1982, e la serie Forze Armate e Guerra di Liberazione). Direttore di collane di storia per vari editori, è, dal 1967, autore di saggi. Nel 2004 riceve il Premio alla Cultura dalla Presidenza del Consiglio dei ministri.
Monarchico, è presidente di quella Consulta dei Senatori del Regno che sostiene Amedeo di Savoia-Aosta nella disputa sulla successione, e da anni sollecita il rientro in Italia delle salme dei sovrani Vittorio Emanuele III, che è tumulata ad Alessandria d’Egitto nella Cattedrale di Santa Caterina, della moglie Elena, sepolta a Montpellier, e di Umberto II e Maria José, seppelliti ad Altacomba, in Alta Savoia.

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