
Fare il giornalista significa accendere i fari nel buio. È questo, alla fine, il nostro mestiere. E non importa quanto sia difficile, quanto possa sembrare inutile, parziale o inascoltato. Noi raccontiamo. E nel racconto, anche quando imperfetto, c’è un seme di verità che può cambiare qualcosa. Raccontare il mondo non è solo un compito, è un modo di stare al mondo. Ogni parola che scriviamo è una luce. Ogni articolo, ogni reportage, ogni testimonianza raccolta sul campo è un tentativo – magari piccolo, magari fragile – di portare consapevolezza. E a volte anche giustizia. Sì, a volte lo facciamo con il nostro punto di vista, inevitabilmente. Nessuno scrive davvero “da fuori”. Ma l’importante è che la notizia arrivi. Che le persone sappiano. Saranno loro a decidere se crederci, quanto fidarsi, come interpretare ciò che leggono. Ma prima di tutto, devono poter leggere. Pensate a cosa sarebbe il mondo senza giornalisti nelle zone di guerra. Pensate se non ci fosse nessuno a raccontare. Nessuno ad indossare quella scritta “PRESS” sulla schiena, che non è solo un segno distintivo: è una promessa, un limite che si cerca di imporre alla violenza, un argine simbolico che dice “qui c’è qualcuno che vede”. A volte basta essere presenti per cambiare il corso di un evento, o almeno per impedirne l’oblio. Sappiamo che il nostro sguardo può essere condizionato da idee, passioni, simpatie. Ma almeno siamo lì, guardiamo e riferiamo. Raccontiamo. Perché è ciò che sappiamo fare meglio. E quando ti chiedi come aiutare il mondo, la risposta è proprio questa: far bene ciò che sai fare. Ci sono luoghi dove il silenzio ha permesso la sopraffazione. Dove l’assenza di chi scrive ha lasciato spazio alla brutalità. Pensate a tutti i delitti – nella pubblica amministrazione, contro i più deboli, contro chi non ha voce – che non sarebbero mai stati conosciuti senza il lavoro dei giornalisti, anche nei momenti più bui, anche sotto le dittature. Il mondo senza libertà di stampa tornerebbe indietro, nell’ombra. È una conquista dell’Occidente, della democrazia. Eppure c’è ancora chi lavora in condizioni estreme, in paesi dove scrivere può costare la vita. Colleghi che operano “oltre cortina”, come si diceva una volta. E grazie a loro oggi sappiamo quasi tutto di ciò che accade in Palestina e in Ucraina. Conosciamo le atrocità, vediamo le ferite, sentiamo il dolore. E se qualcosa si frena, se qualche impulso si contiene, forse è anche perché c’è un taccuino, una videocamera, una voce pronta a raccontare. Ma non sempre basta. Me lo hanno riferito alcuni colleghi tornati da Gaza, con gli occhi pieni di impotenza. Mi hanno parlato della frustrazione. Perché anche quando tutto si sa, nulla sembra fermarsi. Né l’odio di Hamas, né la furia cieca di Netanyahu che sembra più un indemoniato che un premier d’Occidente. Entrambi agiscono come se la stampa fosse invisibile, come se la parola non avesse più forza. Sulla pelle di uomini, donne, bambini. Come ai tempi dei satrapi, quando bastava un cenno per decidere della vita e della morte di un suddito. E gli ebrei, che hanno conosciuto sulla propria carne le sofferenze più profonde della storia, ora infliggono dolore. In nome di una giustizia che, scrivendone ogni settimana, sento sempre più simile ad una vendetta, a una barbarie. Eppure continuiamo a raccontare. Anche quando sembra inutile. Anche quando i fatti si ripetono. Anche quando sembrano banali. Perché dietro ogni fatto può nascondersi un pericolo. Perché accendere un riflettore, anche piccolo, può fare la differenza. È questo il nostro modo di aiutare il mondo. Perché raccontare è resistere. E nel racconto, ancora una volta, accendiamo i fari nel buio.
Angelo Santoro

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