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IL DILEMMA DEI RIFORMISTI

La definizione della candidatura a Presidente di Regione in Toscana offre uno specchio chiaro delle dinamiche politiche del centrosinistra, con implicazioni anche a livello nazionale. Vediamo di inquadrare brevemente la situazione. In Toscana non c’è partita, per consolidato radicamento sociale, il PD potrebbe candidare il famoso cavallo di Caligola e vincerebbe comunque e agevolmente. Pur con questa consapevolezza, il PD – che ripresenta, pur con qualche mal di pancia interno, il governatore uscente Giani – ha voluto e pervicacemente perseguito l’alleanza col Movimento 5stelle che da parte sua non dimostrava grande entusiasmo perché vedeva in Giani il plastico rappresentante di un sistema di potere che il Movimento ha sempre osteggiato.

di Lorenzo Colovini | 8 Settembre 2025

La definizione della candidatura a Presidente di Regione in Toscana offre uno specchio chiaro delle dinamiche politiche del centrosinistra, con implicazioni anche a livello nazionale. Vediamo di inquadrare brevemente la situazione. In Toscana non c’è partita, per consolidato radicamento sociale, il PD potrebbe candidare il famoso cavallo di Caligola e vincerebbe comunque e agevolmente. Pur con questa consapevolezza, il PD – che ripresenta, pur con qualche mal di pancia interno, il governatore uscente Giani – ha voluto e pervicacemente perseguito l’alleanza col Movimento 5stelle che da parte sua non dimostrava grande entusiasmo perché vedeva in Giani il plastico rappresentante di un sistema di potere che il Movimento ha sempre osteggiato.

Tuttavia, la scelta politica della dirigenza del PD, ed evidentemente anche di quella del Movimento, è stata quella di proporre anche in Toscana la falange compatta del centrosinistra PD-AVS-5stelle (più altri che eventualmente si accodino) che si è costituita nelle altre Regioni che vanno al voto.

Ma torniamo alla Toscana. Stanti le non poche ritrosie dei 5stelle ad appoggiare Giani, è stata messa in atto una serrata negoziazione del programma che ha dato luogo a un vero e proprio accordo di coalizione consistente in 23 punti programmatici che i 5stelle hanno dettato al Presidente come prezzo per essere della partita. Direi chapeau, un processo lineare e trasparente: le forze politiche negoziano l’adesione ad una coalizione sulla base dell’individuazione e sottoscrizione di un programma preciso. Perfetto.

Se poi si analizzano nel dettaglio i 23 punti, ci si trova di fronte a un’agenda tipicamente “a 5 Stelle”. Che mette una forte enfasi su politiche di tipo assistenzialistico – molto onerose – come il Reddito di cittadinanza, la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, i finanziamenti per il diritto alla casa (ERP), il sostegno allo studio tramite borse e alloggi universitari, le misure di contrasto alla precarietà, le agevolazioni su bollette e servizi pubblici per gli under 35 e il supporto alle persone con disabilità. Parallelamente, il programma assegna grande rilievo a temi di impronta ambientalista radicale: dal no al rigassificatore di Piombino al rifiuto del Masterplan dell’aeroporto di Pisa, il mantra ossessivo del “consumo zero di suolo” declinato in numerosi ambiti. E qualche punta un po’ naive come la promozione di “stili di vita sani”. Ciliegina sulla torta, il Patto di Legalità, da firmare come primo atto della Giunta. Molto rarefatta, come prevedibile, l’attenzione rivolta alla politica industriale. Anzi, sui servizi pubblici si auspica il ritorno alla logica delle piccole municipalizzate, nessun cenno a sostegni alle imprese manifatturiere mentre resta del tutto aperta la questione di come finanziare le onerose misure assistenzialistiche sopra citate.

Un programma più da piattaforma di un partito minore in una coalizione – utile a sottolineare certe priorità – ma non di un partito che, soprattutto in Toscana, è ontologicamente establishment di governo. Perché, dunque, il PD ha accettato di sottoscriverlo?

Una prima risposta è in un certo senso minimizzatrice. Nel documento dei 23 punti ci sono sì tutte le bandierine identitarie dei 5stelle ma nella sostanza appaiono per lo più come auspici e mozioni di indirizzo e non veri impegni. Un esempio? La riduzione dell’orario di lavoro: nel testo si legge la Regione si farà promotrice di studi ricerche e interventi per favorire per il suo personale diretto.. Insomma, più fumo che arrosto. Ma, al netto delle considerazioni “tattiche” di pertinenza locale, a livello politico generale le risposte possibili sono due:

  • il PD paga il prezzo della strategia Schlein del testardamente unitari ovvero la costruzione di uno schieramento il più largo possibile tra le opposizioni, il cui architrave portante è l’asse PD – 5stelle. Schieramento che, allenatosi nelle Regionali, si prepari alla partita che conta, le Politiche del 2027, per battere l’attuale maggioranza. Insomma, per semplificare, pur di mandare a casa l’indigeribile governo di Meloni, chiudiamo pure il rigassificatore di Piombino. Roma val bene un rigassificatore, parafrasando Enrico IV di Francia.
  • Il PD non ingoia in realtà nessun rospo, semplicemente aderisce con convinzione a questa linea politica perché Schlein è esattamente questa cosa qui. Politica industriale questa sconosciuta, ambientalismo radicale, più o meno di facciata, spesa sociale elevata e per i soldi chiedere a Roma.

Io propendo per la seconda ipotesi: Schlein è intrinsecamente contigua al blocco 5stelle-AVS, ne condivide mentalità e approccio ai problemi. Non si piega, non si adatta, non accondiscende, non soggiace: semplicemente, va dove la porta il cuore. E porta il partito in questa direzione. Con piena legittimità e con il sostegno, credo convinto, di almeno due terzi della base del PD. E i leggendari riformisti del PD? Afoni e dissolti, con sparute coraggiose eccezioni.

Se tutto questo è vero, va preso atto che esiste di fatto una specie di tripartito PD-5stelle-AVS molto compatto (molto più della coalizione di centrodestra), che può vantare un consenso sopra il 40% (vedasi https://www.luminosigiorni.it/italia/il-consenso-del-tripartito-avs-5stelle-pd-alla-prova-referendaria/), ragionevolmente non ampliabile proprio per l’estrema caratterizzazione “di sinistra” più di lotta che di governo.

In questo scenario, resta l’eterna, insoluta vexata quaestio di una strategia per quel mondo liberale e riformista che coltiva per questo Paese un’idea di governo di sviluppo, non assistenzialista, non ideologica, europeista senza esitazioni ecc. Banalizzando un po’: un elettore che alle ultime politiche aveva votato per il Terzo Polo, o un riformista del PD, verso chi dovrebbero guardare oggi? Le alternative sul tavolo sono sostanzialmente tre.

La prima è continuare a votare PD considerando che adda passà ‘a nuttata. Prima poi il PD divorerà l’ennesimo segretario/a e magari tornerà un riformista con una cultura di governo. Per quanto detto sopra, mi pare una strada che porta poco lontano.

La seconda è quella di votare IV. Aderire all’appello stile Humphrey Bogart di Matteo Renzi: sono convinto che il centrosinistra abbia bisogno di una forza riformista che bilanci e riequilibri il Pd di Schlein, Avs e i Cinque Stelle. (..). A tutti quelli che in queste ore attaccano l’accordo con i Cinque Stelle dico: venite a darci una mano a rendere più forte la tenda riformista. Servono voti, non tweet. È la democrazia, bellezza. In pratica, prendere atto che il sistema è e rimarrà bipolare che non c’è spazio, dunque, per una posizione autonoma dai due schieramenti e la cosa migliore da fare per i riformisti è rappresentare le istanze riformiste dentro la coalizione di centrosinistra.

La terza è quella di Azione e del neonato Partito Liberal Democratico di Marattin: nessuna compromissione con compagni di viaggio impresentabili, costruire un terzo polo autonomo, guadagnare consensi appunto autonomi e poi, solo poi, eventualmente negoziare alleanze con l’uno o l’altro raggruppamento (sperando pure di disgregarli attirando consensi da entrambi). Va detto che Calenda e Marattin potrebbero dare il buon esempio almeno federandosi tra loro due (che hanno una posizione politica sostanzialmente identica). Ma anche questo pare un pio desiderio.

La strategia Renzi e la strategia Calenda (la chiamo così per brevità, non se ne adombri Marattin) hanno entrambe pro e contro. La strategia di Humphrey Bogart Renzi ha il pregio di fornire una prospettiva immediata di partecipazione al potere in caso di vittoria. Insomma, offre ai suoi una squadra con cui partecipare al campionato anche se la squadra fa un gioco che non è proprio il massimo. Però, e qui la pesante controindicazione, è altissimo il rischio di finire con l’essere dei semplici portatori d’acqua. Perché il peso quasi impalpabile (a meno di improbabili rivolgimenti epocali) di IV sarà magari importante per spostare l’ago della bilancia nelle sfide elettorali sul filo del 50% ma come peso nella coalizione sarà comunque irrilevante. Si può dunque verificare facilmente il paradosso obiettato da Marattin: “votare IV significa contribuire a far diventare ministro un 5stelle o un AVS. È quello che si vuole?”.

La strategia Calenda inverte specularmente i pro e contro. Nessuna compromissione, una coerenza indiscutibile e nessun rischio di fare gli utili idioti. Di contro, però, per rimanere nella metafora di sopra, Calenda non schiera in campionato alcuna squadra, resta a guardare gli altri che giocano e – dettaglio certo non trascurabile – non giocando è difficile.. fidelizzare i propri tifosi (e figurarsi aumentarli). E non è un caso che in numerosi casi l’imposizione della linea del partito dal centro ha provocato dimissioni in massa nel territorio (ultimo il Segretario Regionale della Toscana). Perché a chi sta nel territorio e vuole giocare il campionato non è facile digerire che dalla lontana Roma arrivino ordini di stare in tribuna.. C’è anche verosimilmente un problema di funzionamento interno del partito, di meccanismi di comunicazione e decisione. E magari pure di selezione della classe dirigente locale. Ma resta che la divaricazione concettuale è oggettiva: duro conciliare la purezza con la necessità di contare sulla scena politica.

Appunto il dilemma tra coerenza politica e capacità di incidere resta centrale, così come la difficoltà di attrarre gli elettori liberali e riformisti in un panorama dominato da coalizioni ideologicamente marcate. La rottura del Terzo Polo ha accentuato questa situazione, lasciando il campo a un centrosinistra fortemente caratterizzato a sinistra e a un centrodestra consolidato.

Lorenzo Colovini

(da “Solo Riformisti”)

Pubblicato in : EditorialeTag: candidatura, elezioni regionali, M5S, pd, presidente Toscana, renzi, Riformisti, rigassificatore piombino, Schlein, under 35

Info Lorenzo Colovini

Lorenzo Colovini, nato a Venezia nel 1959, vi ha sempre risieduto tranne alcuni periodi per lavoro. Laureato in ingegneria elettrotecnica nel 1984 all’Università di Padova, sposato con due figli gemelli (ormai 25enni) lavora all’Enel, settore Distribuzione, da 1987. Ha svolto per circa 20 anni incarichi nel territorio per poi passare ad attività di carattere nazionale nel International Business Development, lavoro che lo porta a passare molto tempo all’estero. Sempre come business developer di Enel, ha vissuto a Pechino per circa un anno e mezzo (2008-2009). Collaboratore fisso della testata on line Luminosi Giorni, rivista di cultura politica con particolare attenzione a temi dell’area veneziana. Fa parte del Direttorio di UNAeUNICA, associazione trasversale nata per contrastare l’ipotesi di divisione del Comune di Venezia nelle due parti di acqua e di terra.

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