La crisi investe anzitutto i due maggiori, il PD e il PDL, che non hanno saputo promuovere né stabilità né buongoverno. Ma anche Casini, Rutelli e Fini hanno navigato nelle acque stagnanti del bipolarismo coatto. Per non dire della Lega, in preda alle convulsioni.

Giuseppe De Rita nell’editoriale per il Corsera richiama i precedenti dei Governi Amato e Ciampi, ma dimentica che quegli esecutivi erano “misti”, perchè composti da tecnici e da parlamentari. Mario Monti ha invece chiamato alla responsabilità di governo solo personalità estranee alla vita dei partiti, ma note per il successo che ha caratterizzato il loro cursus honorum nelle università, nelle professioni, nelle attività finanziarie. La miscellanea è risultata impraticabile perché i due maggiori partiti, il PD e il PDL, che dal ’94 si combattono aspramente sotto le logore bandiere di un bipolarismo impregnato di odio, si sono dimostrati incapaci di assumere direttamente la responsabilità di guidare congiuntamente il Paese. Hanno così conclamato la loro impotentia gubernandi. Ed è significativo che il ruolo maieutico nella costruzione di una guida straordinaria per la Nazione in pericolo sia stato svolto da Giorgio Napolitano, un uomo che nell’intero corso della sua vita è stato militante di partito, ma nel contempo servitore delle istituzioni.
Se questa è la realtà, sono legittime alcune conclusioni. Con la nascita del governo Monti si squaderna davanti ai nostri occhi il default della sventurata seconda Repubblica.
Le macerie di questo crollo toccano tutti i partiti che sono stati protagonisti dell’opaco ultimo ventennio. Certo, la crisi investe anzitutto i due maggiori, il PD e il PDL, che non hanno saputo promuovere né stabilità né buongoverno. Ma, diciamoci la verità, anche Casini, Rutelli e Fini hanno navigato nelle acque stagnanti del bipolarismo coatto. Per non dire della Lega, in preda alle convulsioni, guidata da un capo decotto e da colonnelli in lite fra loro e delegittimati dall’assenza di risultati apprezzabili della lunga esperienza di governo.
Taccio del demagogo di Montenero di Bisaccia, quello che Veltroni ha preferito ai socialisti.
E’ difficile fare previsioni sul dopo-Monti. Comunque, a Dio piacendo, nel 2013 si voterà. Se l’Italia e l’Europa usciranno indenni dalla tempesta, niente sarà più come prima. E si aprirà uno spazio anche per chi, come i socialisti, non porta alcuna responsabilità dell’attuale marasma. Forse è giunto il momento di uscire dal cono d’ombra in cui siamo stati relegati. E’ purtroppo vero e motivo di rammarico, quello che abbiamo letto su “Il Riformista”: dal PSE non giungono idee e proposte concrete volte a difendere e rafforzare l’Europa, dotandola di un vero governo e di una propria banca centrale. Aspettiamo intanto di conoscere se, in articulo mortis, il Parlamento dei nominati sarà in grado di approvare una decente legge elettorale. Le proclamazioni di perenne validità del bipolarismo in cancrena giustificano il più acuto scetticismo. Ed ha ragione Massimo Teodori quando osserva che è pura vanità e risibile diversivo promettere oggi riforme costituzionali.
Un’ultima considerazione. Quello che è avvenuto in questi mesi dimostra anche l’inadeguatezza dell’ordinario ceto politico, e dunque la necessità di acquisire alla guida dello Stato anche personalità estranee alla milizia di partito, ma dotate di competenze tecniche e di esperienza in campo internazionale. Antesignano di questa innovazione è stato Craxi. Il leader socialista chiamò a far parte della squadra di governo Giuliano Amato, l’ambasciatore Renato Ruggero, gli economisti Francesco Forte e Franco Reviglio, il rettore Antonio Ruberti. La circolazione delle élites, come insegnano Wilfredo Pareto e Ortega y Gasset, rafforza e migliora la democrazia.
L’area laico-socialista ha nel suo seno, ancor oggi, un buon numero di validi civil servants.
Il convegno di “Libera Italia” è una “chiamata alle armi” incoraggiante.

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