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Il covid è filogovernativo

Trump rischia la rielezione, Xi ha mancato il colpo di diventare il numero 1 del mondo, e ora è sospettato persino di essere un untore. Putin non riesce più neppure a fare una bella parata sulla Piazza Rossa. Sorte migliore ha avuto il nostro straordinario Conte.

di Beppe Facchetti | 17 Maggio 2020

Ormai è accertato: il Covid fa politica ma, solo in Italia, ha deciso di essere filogovernativo. Gli piace Conte e persino Bonafede, considera Crimi uno statista. Li protegge, li coccola, e li ha trasformati in insostituibili.

Altrove non è così. E’ in corso, causa Covid, un vero e proprio logoramento, forse a lungo andare una delegittimazione di leader. Almeno i più grandi. Trump, Xi e Putin, sono oggi acciaccati dopo essere entrati nel 2020 da protagonisti. Persino Macron sconta una faida interna. Se la cavano appena appena la Merkel e Johnson, la prima forse perché alla fine l’unica vera leader resta lei, Boris solo perché le sue giravolte gli consentono di tenere il centro della scena.

Trump rischia la rielezione, Xi ha mancato il colpo di diventare il numero 1 del mondo, e ora è sospettato persino di essere un untore. Putin non riesce più neppure a fare una bella parata sulla Piazza Rossa.

Sorte migliore ha avuto il nostro straordinario Conte, e con lui la compagine che lo accompagna. Eppure, a febbraio aveva davanti a sé la fine anche un po’ rovinosa di un declino.

Erano vicine le scadenze importanti di alcune elezioni regionali, che molto probabilmente avrebbero segnato il definitivo ridimensionamento ad una cifra dei 5 Stelle, e insieme a questo il chiarimento su alcuni problemi non risolti nel passaggio dal gialloverde al giallorosso. Uno per tutti, il nodo giustizia, con lo scandalo prescrizione e, chissà, un dibattito più serio sul giustizialismo un tanto al chilo che aveva ispirato una legge aberrante già nel nome, la “spazzacorrotti”.  Certo, ci saremmo tenuti il Salvini ancora arrembante, ma avremmo potuto mettere alla prova il Governo sul Mes e sullo sforzo da fare per tener basso il debito. Qualcuno forse avrebbe chiesto chiarezza sui decreti sicurezza e su quota 100. Insomma, ci sarebbe stato un dibattito politico.

Poi, è arrivata la catastrofe, e tutto è cambiato. Chi poteva sperare di arrivare ad un chiarimento su questioni non secondarie come Europa o no, mercato o stato, Cina o Nato, ha dovuto tacere, chiuso in casa. E’ cominciata la saga delle conferenze stampa chilometriche su confuse decisioni da affidare a voluminosi DCPM da varare settimane dopo, e al festival dei virologi.

Sta di fatto che oggi il presidente del Consiglio è il riferimento dei benpensanti che sospirano sulla sua inadeguatezza, ma concludono sempre che sarebbe un guaio peggiore se cadesse.

Le stampelle sono numerose, qualcuna più zelante qualcuna meno. Altri, come “Il Foglio”, attenuano la propria preziosa autonomia critica, sempre perché temono il diluvio del dopo Conte.  In generale, vince l’ipocrisia: sia di quelli che si vogliono tenere l’avvocato per senso di responsabilità, e magari ci credono pure per banale opportunismo, sia quelli che hanno un disegno politico che fa perno sulla sua debolezza: spazio a neostatalismo, neocentralismo, ruolo pervasivo della mano pubblica nella sua versione assistenziale. Meglio un’economia in decrescita che la vitalità della concorrenza e dello sviluppo, che montano la testa a troppi.

Meglio ancora dipingerlo come un progressista, adularlo sul fatto di poter essere il nuovo Aldo Moro. Per uno come Bettini, che ama fare il burattinaio dietro le quinte, cosa c’è di meglio dell’ex vice dei suoi vice?

Il risultato è che di Conte pare proprio che non si possa fare a meno. Non che ci appassioni più di tanto la sua sorte, ma il punto vero è l’eclisse della politica.

E’ sempre così quando si concretizza una situazione definita senza alternative. Si attenua il dibattito sulle prospettive, non c’è spazio costruttivo per la critica, non si riesce a mettere in piedi una dialettica che riguardi i progetti, il futuro, gli equilibri sempre dinamici della democrazia rappresentativa. In una parola, la politica.

Resta solo lo spazio per il retrobottega, il retroscena, il mormorio, il veleno, e il vorrei ma non posso, cioè il velleitarismo.

Sulla bilancia di questi prossimi mesi occorrerà insomma pesare da un lato l’incognita di elezioni in piena pandemia (ma sono davvero l’unica alternativa?) e dall’altro lo sfilacciamento inesorabile di un esecutivo che non esegue, ubriacato da miliardi a debito senza un progetto che vada al di là della prossima data di attenuazione del lockdown.

Certo la cosa peggiore sarebbe quella di tenersi un governo solo come meno peggio, in attesa che prima o poi venga comunque il peggio.

Beppe Facchetti

Pubblicato in : EditorialeTag: 5 stelle, aldo moro, cina, democrazia, elezioni, elezioni regionali, europa, futuro, governo, italia, mercato, merkel, mondo, nato, presidente del consiglio, putin, sviluppo

Info Beppe Facchetti

Beppe Facchetti è stato deputato al Parlamento e responsabile economico del PLI. E’ attualmente vicepresidente di Confindustria Intellect, che federa le associazioni della comunicazione e della consulenza.

Ha sempre lavorato, in aziende, associazioni e istituzioni, nell’ambito della comunicazione d’impresa, materia che ha insegnato all’Università di Perugia e attualmente di Milano. Editorialista di politica economica per “L’Eco di Bergamo”, ha ricevuto nel 2015 la medaglia dell’Ordine per 50 anni di attività pubblicistica. Già membro della Giunta esecutiva dell’ENI, vicepresidente di Sacis Rai, ASM Brescia. Consigliere comunale, provinciale di Bergamo, candidato alla presidenza della Provincia per il centrosinistra.

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Adalberto Scxarlino, Firenze

    19 Maggio 2020 alle 11:43

    Divertente il virus cinese “amico” del governo italiano! Avrà pensato che mentre nel mondo i più si preoccupano di arginare i danni, in Italia tanti ( se non i più per fortuna ) si occupano d intrallazzare contro il governo. Avrà ascoltato i discorsi di tanti ed avrà contato -p falsificazioni ed esagerazioni; soprattutto contraddizioni ( dalle stesse bocche, in uno stesso giorno! ). Alla fine gli sarà venuto in mente il nuovo proverbio italo-cinese: meglio un Giuseppe che due Matteo.

    Rispondi

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