Così come non vi è rosa priva di spine o lupo desideroso di mangiar carne, anche tra i fautori di uno stato italiano, unitario e liberale, sia i fautori del federalismo alla Gioberti o del governo accentrato nella monarchia “costituzionale” dei Savoia, commisero degli errori. Tra i più seri da mettere in luce vi sono alcune prese di posizione culturale che poco hanno di utile, in quanto settarie e partigiane, utili sotto alla disputa su quale fosse “ meglio convenga alla felicità degli italiani”, per dirla con un pensatore politico, il sacerdote Melchiorre Gioia ( Piacenza 1767 – Milano 2 Gennaio 1829) il quale dette questo titolo ad un saggio scritto da giovanissimo, con il quale vinse un concorso letterario, e che più tardi patì persino il carcere per le sue idee democratiche innovative.
In Sicilia, in Puglia, nello Stato Pontificio, in Liguria, a Mantova, Napoli, Brescia, Milano e Venezia grande parte del popolo aveva dato un contributo di lacrime e di sangue alla causa unitaria, con i moti mazziniani del 1831 e con le sollevazioni nelle città più importanti dello stivale, dal 1848/49 ( Repubblica Romana) al 1860, anno dell’impresa dei Mille.
La partecipazione era stata di tutti, giovani, vecchi, donne e bimbi, studenti ed artigiani, militari e contadini, avvocati, medici, commercianti, artisti e letterati, così come molti ignoranti, se non analfabeti.
E tra costoro spicca un certo numero di sacerdoti, convinti che non si trattasse della messa in discussione della divinità e della sua gloria, quanto di una cosa esclusivamente terrena, il diritto delle persone a vivere una vita più dignitosa, diritti civili, salute e la serenità del futuro compresi.
Dopo aver fatto cenno a Melchiorre Gioia, con il quale è importante iniziare questo capitolo, dedicato agli uomini di chiesa che del Risorgimento sono stati protagonisti a pieno titolo, con:
padre Diego Argiroffo (1738 – 1800). Era frate francescano. A Chiavari fece parte di una cerchia di intellettuali impegnati ad animare la società ligure, sia sul versante dell’economia che nelle altre branchie delle nuove scienze moderne, come la sociologia e la sanità pubblica. Sul monte Fasce, alle spalle della cittadina ligure, durante un breve viaggio questo frate, mite ma risoluto, si imbattè in una pattuglia di soldati austriaci, i quali pretendevano che frate Diego inneggiasse con loro all’imperatore d’Austria. Ai ripetuti rifiuti del religioso i solerti sudditi in divisa lo accostarono ad un lato della strada e lo fucilarono. Viene considerato la prima vittima italiana uccisa per ragioni politiche dalle truppe asburghiche che si trovavano colà per contrastare il generale Napoleone nella sua Campagna d’ Italia.
A Modena il duca Francesco IV si adoperò per emanare un decreto che sanciva la pena di morte, mediante decapitazione, da comminarsi a tutti coloro che avessero fatto parte di qualsivoglia società segreta, specie quelle eversive. Nel gennaio del 1821 alcuni soldati della truppa absurgica rinvenirono alcuni manifesti, scritti in latino, nei quali era rivolto l’ invito a disertare, per non partecipare a quella campagna di terrore.
Il quattordici marzo del 1822 un autorità prefettizia venne ferita da uno studente in modo grave, con un colpo di pugnale. La polizia del duca si mosse in modo inflessibile, mettendo sotto l’accusa di cospirazione almeno una cinquantina di cittadini.
Tra questi vi era Don Giuseppe Andreoli, nato nel 1791 e domiciliato a Correggio. In un primo momento si era dedicato agli studi di ingegneria, per poi seguire lo stato ecclesiastico, diventando professore di eloquenza. E’ descritto di semplici modi e di innocenti costumi, e si dice fosse dotato di nobile ingegno. Le cronache di Correggio riportano: “ Tutti i più onesti e generosi cittadini lo amano perché rende decoro alla comunità e studia vasi di cooperare a tutto ciò che potesse renderla libera e grande.” Sospettato di far parte della Carboneria subì pesanti interrogatori ed una sorta di arresti domiciliari, durante i quali con lusinghe e minacce gli venivano fatte delle promesse per scagionarlo purché ammettesse le sue colpe e denunciasse i complici. Sottoposto allo stesso trattamento da uno dei congiurati venne processato assieme ad altri ventidue sospetti, dei quali sette condannati a morte, con la sentenza del 11 settembre 1822. Don Giuseppe Andreoli era uno di quei sette. Il suo diretto duperiore, il vescovo di Reggio, tentò una vibrata supplica presso il duca, il quale, inflessibile, confermò la condanna.
Poco prima della sentenza venne messa in opera la procedura della sconsacrazione, atto incivile e disumano, al quale alcuni cittadini tentarono la protesta, vana. Poiché, in seguito alla sentenza di morte, gli erano stati sequestrati tutti i beni, prima di lasciare il carcere per il patibolo donò ai reclusi a chi la tabacchiera, a chi il fazzoletto, a chi un libro.
La sentenza era fissata per il mezzogiorno. Pioveva a dirotto quando il corteo di morte partì per il patibolo.
Le guardie, il boia e il frate confessore, che accompagnavano il condannato, vennero fermate per il cammino da un gendarme perché il destino è cinico; la sentenza doveva essere eseguita alle 12 in punto ed il corteo di morte era in forte anticipo., mancavano ancora 35 minuti. Don Giuseppe Andreoli rifiutò di tornare in carcere e aspettò l’ora, seduto su un muretto, recitando preghiere.
Appena calò, la lama troncò il suo capo, smise di piovere e spuntò il sole, sicchè il popolo disse che era morto un martire. Sulla lapide che ricorda il suo sacrificio, a Correggio, c’è scritto: “ Così fu ucciso il sacerdote Andreoli, per aver, con puro e generoso animo aspirato a cacciar via le tenebre della servitù dalla sua nobile patria.”
Nell’estate del 1828 nei paesini a ridosso delle montagne del Cilento ebbero luogo dei moti rivoltosi, promossi da aderenti a società segrete, tra le quali la Carboneria, insurrezione avente per obiettivo il ripristino della Costituzione concessa da Ferdinando I, re Delle Due Sicilie, il 6 luglio del 1820; pochi mesi dopo, durante un incontro dei restauratori a Lubiana, lo stesso monarca chiese l’intervento delle forze della santa Alleanza, al fine di ripristinare il regime assolutistico post napoleonico. A capo della congiura del Cilento era Antonio Maria De Luca, carbonaro, eletto deputato nel 1820, durante i pochi mesi in cui era stata in vigore la Costituzione del 1820, che era un canonico, appartenente alla Congregazione del Santissimo Redentore.
Laureatosi in teologia il canonico De Luca, nato In provincia di Salerno il 20 Ottobre 1764, si dedicò prima all’insegnamento e poi alla predicazione, visitando molte cittadine dei distretti di Salerno e di Napoli. Da deputato molto si battè in favore dei contadini, contro il latifondismo dei nobili e del clero. Fatta decadere la Costituzione Ferdinando I ordina alla polizia borbonica di includere il canonico tra i sorvegliati speciali. Durante un omelia, il 7 luglio 1828, il canonico De Luca espose ai fedeli i vantaggi di uno stato costituzionale. Denunciato da alcuni delatori riuscì a sottrarsi con la latitanza alla cattura. Poco dopo venne catturato, arrestato e fugacemente processato dalle autorità di polizia. Anch’egli subì, poche ore prima della condanna, l’onta della sconsacrazione. Venne fucilato a Salerno, in uno spiazzo alle porte della città, di fronte ad una piccola folla ammutolita, il 28 luglio 1828.
Giuseppe Ugo Bassi nasce a Cento di Ferrara il 12.08.1801. E’ adolescente quando le truppe napoleoniche occupano anche la sua città natale; è di animo sensibile, ma possiede un temperamento energico, che lo renderà attratto verso le nuove frontiere sociali. Nel 1816 entra in un collegio barnabita; ricevette oltre a quella religiosa l’insegnamento dei classici, maturando una profonda vocazione religiosa. I familiari si dimostrarono contrari, ma Ugo fu irremovibile e prese i voti. I superiori lo destinarono all’insegnamento. Imparò con bravura a suonare il cembalo, la chitarra e il violino; scrisse racconti, ed esercitò l’arte del dipingere con estro e abilità. Come predicatore si rese famoso, recandosi a Bologna, Milano, Venezia, Livorno, Palermo e soprattutto nella chiesa di San Carlo a Roma. Le continue denunce contri i mali della società lo resero inviso alle autorità, sia civili che religiose. Ad Ancona, nel 1848, si attivò per raccogliere fondi ed arruolare volontari. Grande fu la delusione di Ugo bassi, prete barnabita, e profondo lo sconforto quando Pio IX rinunciò ad impegnarsi per la causa italiana.
Il 4 Marzo 1849 Ugo Bassi è a Roma. Garibaldi lo nomina cappellano della sua legione di volontari. Tutti gli storici sono concordi nell’affermare che alcuna arma egli possa aver imbracciato. Raccolse i feriti di San Pancrazio ed operò con fervore e dedizione negli ospedali e in prima linea. Molti furono gli eroi a difesa della Repubblica Romana che dalle sue mani ricevettero gli ultimi sacramenti, e tanti i feriti da lui amorevolmente curati. Perse le speranze di una vittoria anche Ugo Bassi lasciò Roma il 30 marzo, unendosi
al generale, che con Anita ed i suoi uomini, voleva raggiungere Venezia dove infuriava una rivolta. L’odissea dei fuggiaschi duro oltre un mese ed è celebrata con il nome di Trafila garibaldina. Le truppe nemiche li inseguivano da ogni parte. I governanti della Repubblica di San Marino li fecero entrare nei loro territori. Erano tutti laceri, affamati, demoralizzati. Ugo Bassi assistette i feriti nel Convento dei Cappuccini. Assieme a 250 uomini, Ciceruacchio e suo figlio, ed Ugo Bassi, Garibaldi riuscì a eludere l’accerchiamento, dirigenosi verso il mare. Nella notte tra l’ 1 ed il 2 agosto il manipolo raggiunse Cesenatico. Alcuni soldati croati vennero fatti prigionieri. Vennero requisite 13 imbarcazioni, chiamate “bragozzi”, ed alle tre di notte i legionari iniziarono l’imbarco. Essendo il gruppo che comprendeva il generale troppo numeroso, per dare meno nell’occhio Ugo Bassi ed un altro soldato si diressero da soli verso Comacchio. Intercettati da una pattuglia di soldati austriaci vennero arrestati in un’osteria dove si erano fermati a mangiare. Delegati della curia di Comacchio si presentarono al comando austriaco per chiedere il rilascio del barnabita, protetto dal diritto canonico. Il giorno 5 agosto i due arrestati vennero trasferiti a Bologna. Il comandante la guarnigione, forte dei suoi poteri, derivati dallo stato di guerra ordinò senza processo la fucilazione dei due prigionieri.
Incatenati ai polsi vennero condotti nel luogo dell’esecuzione e giustiziati senza misericordia.
Tra il 1851 e il 1852 la città di Mantova fu teatro di alcune vicende che si inseriscono tra le pagine più tristi, ma al tempo stesso più gloriose della storia del Risorgimento italiano, ovvero l’esecuzione capitali di molti patrioti mantovani, conosciuta come Martiri di Belfiore, dal nome della località dove erano eseguite le condanne a morte.
Con il congresso di Vienna gli austriaci avevano preso possesso di Mantova e ne avevano fatto uno dei capisaldi del famoso “Quadrilatero” difensivo dell’occupazione asburgica, con le altre tre roccaforti: Peschiera, Verona, Legnano.
In città arrivarono ad essere acquartierati fino a 10.000 soldati, provenienti dalle tante nazioni inglobate nell’impero austro ungarico. Tanti militari, centinaia di funzionari imperiali e le loro famiglie, i loro dipendenti e una schiera di imprenditori al loro seguito generarono conflitti con la popolazione residente, aiutando la diffusione degli ideali liberali e di indipendenza.
Verso la fine del 1851 venne arrestato a Mantova il sacerdote Don Giovanni Grioli, che era nato nel capoluogo l’ 8 ottobre del 1821. Entrò in seminario nel 1836. Il suo arresto avvenne in seguito all’accusa di aver tentato di corrompere due soldati di origine veneta dell’esercito occupante, i quali avevano denunciato ai loro superiore questo mal riuscito contatto, del quale unico riscontro restano agli atti solo le due testimonianze, senza altri riscontri o prove. In realtà, decenni dopo, alcuni conoscenti del sacerdote diranno che questi aveva solo aiutato i due a sfamarsi dando loro alcune monete. Dopo essere arrestato le autorità inquirenti fecero perquisire il suo appartamento, trovando del materiale, definito di propaganda rivoluzionaria. Don Giovanni Grioli, interrogato tramite tortura, dopo un breve processo, naturalmente privo di qualsivoglia garanzia giuridica, viene condannato a morte. La sentenza viene eseguita il 5 novembre del 1851, tramite fucilazione. Per vendicare la morte del sacerdote Tito Speri, affiliato alla Carboneria, si assunse l’incarico, assieme a tal Carlo Poma, di attentare alla vita del commissario di Polizia in Mantova, prefetto Filippo Rossi. L’attentato non venne mai eseguito, poiché, in seguito alle torture subite, uno dei congiurati, che era stato catturato, svelò l’intera trama e i nomi dei complici.
In seguito ad un’indagine, relativa alla circolazione di banconote austriache falsificate, in una abitazione di un indagato, venne trovata una cartella da L. 25 relativa al prestito lanciato dal movimento mazziniano per la campagna insurrezionale. Il possesso di questa ricevuta venne fatto risalire al sacerdote Ferdinando Bosio, professore al seminario cittadino, che venne immediatamente arrestato. Una perquisizione nel suo alloggio portò alla scoperta di altro materiale compromettente, tanto da rischiare la pena di morte. Il prete venne sottoposto ad una serie di stringenti interrogatori ( pare venisse quotidianamente bastonato); al punto che, con la promessa di avere salva la vita, alla fine rivelò i nomi dei capi dei congiurati, il principale, il più noto, il più importante dei quali era Don Enrico Tazzoli.
Nato a Canneto sull’Oglio nel 1812, Don Enrico era noto agli aguzzini imperiali, per essere già stato sottoposto agli arresti, il 12 novembre 1848, con l’accusa di aver pronunciato, in chiesa,una predica contro la tirannia.
Don Tazzoli era molto impegnato nella assistenza ai malati, ai poveri, ai bambini e alle donne, faceva dell’educazione popolare uno dei suoi punti di forza. Era conosciuto per questo genere di apostolato, tramite il quale diffondeva la sua convinzione di un moderno cristianesimo, umanitario e democratico,aperto alle rivendicazioni portate avanti dal Risorgimento nazionale unitario.
Il 7 dicembre 1852 Mantova assistette impotente all’impiccagione di cinque patrioti, Scarsellini, Poma, De Canal e Zambelli, oltre a don Tazzoli, che non venne risparmiato al capestro.
Due anni prima, il 2 novembre 1850, diciotto mantovani presero parte alla seduta cittadina che pose le basi di un comitato insurrezionale anti austriaco. Don Tazzoli, uno dei principali organizzatori, era d’accordo con lo stesso Mazzini, in quel momento esule a Londra, al fine di lanciare la sottoscrizione segreta delle cartelle per un Prestito Nazionale. Il 27 gennaio del 1852 don Tazzoli venne arrestato di nuovo. Il 24 novembre di quello stesso anno, il sacerdote condannato a morte subì da parte del vescovo Giovanni Corti il ritiro dei paramenti sacri, che gli vennero prima fatti indossare per essere rimossi, e, addirittura, alla barbara usanza del raschiamento delle dita, con un coltello, in quanto le stesse avevano sorretto l’ostia dell’eucarestia.
Risolto il conflitto con il diritto ecclesiastico gli aguzzini il 13 novembre 1852 venne confermata la condanna ai cinque, mentre altri ebbero la vita risparmiata, commutati in molti anni di carcere.
Il 7 dicembre le cinque condanne vennero eseguite a Belfiore, poco fuori le mura della città.
Il sud d’Italia, tornato borbonico, dopo il 1815, era percorso dai fermenti rivoluzionari mazziniani, culminati nell’impresa garibaldina dei Mille del 1860, durante la quale si mise in evidenza il frate Giovanni Pantaleo
( 1831 – 1879) il quale, per la sua attività politica si vide costretto a lasciare il saio, nel dicembre del 1864. Morì a Roma il 3 agosto del 1879, a soli 44 anni.
Di spessore va considerato il contributo fornito dal presbitero Vincenzo Padula.
Nato ad Acri, provincia di Cosenza, il 25 marzo del 1819. L’ordinazione al sacerdozio avvenne nel 1843. La sua vocazione era, oltre alla religione, lo studio dei classici e la letteratura. E’ del 1843 la novella in versi Il monastero di Sambucina; nel 1845 venne pubblicato il poema “ Il valentino”, dove appare evidente il tentativo di dipingere la società calabrese di quel periodo con i suoi contenuti “quasi selvaggi” come viene descritto nelle antologie letterarie che lo riportano le sue opere.
Vincenzo Padula aderì alla rivolta anti borbonica del 1848, durante i quali perse la vita il fratello Giacomo. In seguito al suo coinvolgimento perse il lavoro ed aprì una scuola privata, che fu costretto a chiudere in quanto le autorità gli tolsero il permesso. Alcune famiglia di mentalità liberale lo aiutarono dandogli l’incarico di precettore per i loro figli.
Nel 1854 si stabilisce a Napoli, tentando di concorrere alla cattedra universitaria di letteratura. Si dedicò al giornalismo e vide pubblicata una traduzione dal latino all’italiano delle pagine bibliche de L’apocalisse, cui aveva inserito commenti in chiave moderna.
Quando Firenze era capitale dell’Italia appena riunificata, siamo nel 1867, venne chiamato dal Ministro dell’Istruzione, che ne fece il suo segretario particolare.
Nel novembre del 1878 ottenne una cattedra a Parma, di Letteratura latina e vi rimase per due anni.
Nel 1881 era già tornato a Napoli, dove si spense l’8 gennaio del 1893, stanco, deluso e malato.
A Nola il 18 marzo del 1783 nasce Luigi Minichini; entrato nel seminario della città natale nel 1798, per entrare nell’Ordine dei Frati minori conventuali. Accusato dall’infamante accusa di tentato avvelenamento nei confronti di un confratello fu costretto a lasciare l’abito talare.
Entrò nella Carboneria dopo aver trovato il modo di lavorare come insegnate in scuole laiche. Partecipò alla rivolta del 2 luglio 1820 a Nola, per la quale divenne fautore del coinvolgimento dei contadini, piuttosto che della borghesia e dei militari. Recatosi successivamente prima in Sicilia e poi in Sardegna, non ottenne favorevoli risultati positivi alla sua predicazione in favore della rivolta contadina.
Fu esula prima in Spagna e poi in Inghilterra, dove abbracciò la religione protestante. Nel 1825 si imbarcò per gli Stati Uniti d’America, dove morì a Filadelfia nel 1861, raggiante per le imprese italiane e le campagne del generale Garibaldi.
Renato Traquandi

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