E’ liberale quando esalta il merito e combatte le oligarchie, socialista quando abbassa le tasse di 80 euro, cattolico democratico quando fa slalom tra i problemi della laicità dello Stato.
Giusto un anno fa era solo un Sindaco ambizioso e guascone. Ma, ora che guida il Paese, è legittimo chiedersi a quale delle culture politiche possiamo iscrivere Matteo Renzi. Così, tanto per orientarsi, anche se non ama le etichette ed è tutto pragmatismo, con una buona dose di cinismo. L’ideale del conterraneo Machiavelli.
Fuori d’Italia lo considerano un socialista, e un Pse vincente è merce rara in Europa, per cui è capo di un’area politica, pur essendo sbarcato su questa spiaggia solo ieri, con un blitz (un voto contro, ed una astensione). Cancellando, in pochi minuti, anni di resistenze, cattoliche e laiche, e di sogni sull’Ulivo mondiale.
Ma, se è difficile considerare socialista il segretario del PD, allora cosa è? Quale è il colore di Renzi? Lasciamo da parte tutte le battute maliziose sul suo berlusconismo, che se mai è comune istinto mediatico, compresi gli eccessi. Del resto, non sono stati Renzi e Berlusconi a dichiarare morte le ideologie e, purtroppo, con esse anche un pò le idee…
Per curriculum è certamente un cattolico in politica, ma non è un democristiano, perché l’arte più squisita di questa nobile storia è sempre stata la grande capacità di mediare e integrare. Un DC avrebbe portato in Europa D’Alema, e avrebbe eliminato Letta avvelenandolo dolcemente, non spazzandolo via con un tweet.
Andiamo avanti. Suo merito è di non aver mai usato a sproposito l’aggettivo liberale. Lo hanno fatto in tanti, a danno della reputazione liberale, da Berlusconi (il più distorsivo) a Monti (il più tendenziale). L’altro giorno, persino Bertinotti ha fatto outing, affermando la superiorità della cultura liberale. Renzi non ha mai voluto fare il sedicente liberale. Forse per poter meglio cavalcare il populismo di moda, fino a mettere in forse la democrazia rappresentativa, riformando Province e Senato, e va bene, ma “vantandosi” di aver tolto di mezzo i politici, cosa sconcertante per un liberale.
Insomma, Renzi è post ideologico, sicuramente in sintonia con i tempi, solo con il rischio di mescolare male l’amalgama. E’ liberale quando esalta il merito e combatte le oligarchie, socialista quando abbassa le tasse di 80 euro, cattolico democratico quando fa slalom tra i problemi della laicità dello Stato.
Questo essere un pò tutto è la scommessa decisiva, in una società secolarizzata e indifferente, che vuole risultati, poco importandole dei valori.
Renzi può essere allora l’uomo della sintesi riformista, che è quanto di più avanzato si possa auspicare in Occidente? Inseguendo Tony Blair, è certo più credibile di Hollande, di estrema sinistra in campagna elettorale, e ora aggrappato al liberalsocialismo del suo nuovo primo Ministro, che ha cacciato via i Fassina d’Oltralpe.
Oppure può fallire, annegando in un attivismo che funziona solo se dà risultati, oggi difficili per chiunque.
Il problema prospettico è sempre quello della modernizzazione della sinistra, da stabilizzare finalmente nel profondo delle convinzioni del suo popolo. Il PD per ora è ipnotizzato dal risultato elettorale, ma dentro porta ancora le tentazioni della lotta, renitente ai doveri scomodi di governo.
Emblematico l’imminente duello tra due renziani doc alle primarie in Emilia, che più diversi non potrebbero essere (ora saltato in seguito alle indagini della procura di Bologna sulle spese dei consiglieri regionali, ndr). Da un lato Richetti, quello che si è astenuto sul voto al Pse, e dall’altro un colonnello DS, quel Bonaccini che con cinico realismo, di stampo addirittura togliattiano, ha portato a Renzi gli ex PCI.
Dal tipo di proposta politica che nascerà da questo curioso scontro tra amici del premier, si capirà se Renzi non è solo, e soprattutto se pragmatico vuol anche dire riformista.

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