Diciamolo subito, senza tanti giri di parole: dopo oltre tre lustri dalla discesa in campo di Berlusconi – anni nei quali le forze politiche del Centro-destra sono state per lo più forza di Governo – la spinta, la ‘chiamata’ ad un cambiamento in senso liberale (e liberista) si era da tempo dissolta, mostrando la consistenza di tutte le promesse elettorali e il profondo (e trasversale) radicamento di una cultura anti-liberale nel nostro Paese. In questo contesto non sorprendono le iniziative del Governo in materia di libertà d’impresa, che sembrano un tardivo richiamo ad un programma dimenticato, un malcelato (e maldestro) tentativo di ridare smalto ad un’immagine morta e sepolta, di accreditare un Centro-destra che vuole ed è in grado di ‘liberare’ l’Italia.
In questa sede vorrei spendere qualche parola di commento sulle proposte destinate a modificare due articoli della Costituzione: il 41 e il 118. Il primo verrebbe integrato da un nuovo comma: “La Repubblica promuove il valore della responsabilità personale in materia di attività economica non finanziaria. Gli interventi regolatori dello Stato, delle Regioni e degli Enti locali che riguardano le attività economiche e sociali si informano al controllo ex post”. Invece all’articolo 118 verrebbe aggiunto il seguente comma: “Stato, Regioni ed Enti locali riconoscono l’Istituto della segnalazione di inizio attività e quello della autocertificazione, lo estendono necessariamente a tutte le ipotesi in cui è ragionevolmente applicabile, con esclusione degli ambiti normativi ove le leggi prevedono fattispecie di delitto o che derivano direttamente dalla attuazione delle normative comunitarie o internazionali”.
Intanto, il primo comma dell’art. 41 Cost. è netto e ‘pulito’ nel sancire che “l’iniziativa economica privata è libera” e il comma successivo a vietarne lo svolgimento “in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”. Per il terzo e ultimo comma, quello a mio avviso più controverso, “la legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”. E’ chiaro che mentre il comma 1 ha una matrice liberale, i commi successivi risentono della marcata presenza in Assemblea Costituente delle componenti socialista e comunista. Il citato disegno di legge, lungi dall’intervenire sui commi esistenti, ne aggiunge due: da un lato inserendo un principio di responsabilità personale (di cui non si capisce la necessità), dall’altro occupandosi della problematica della temporalità dei controlli (successivi e non preventivi) che lascia del tutto inalterato il contenuto del terzo comma, nel quale è persino lampante la traccia di una cultura dirigista e illiberale: appunto, la pretesa di “indirizzare l’attività economica privata … a fini sociali”. Insomma, il disegno di legge costituzionale rischia di avviare una mera operazione promozionale e di maquillage e di trasformarsi semmai in un’occasione perduta per intervenire davvero laddove l’art. 41 potrebbe necessitare di riforma. Quanto all’inserimento nell’art. 118 (che riguarda l’attribuzione di funzioni amministrative e l’attuazione del principio di sussidiarietà) di un comma concernente la segnalazione dell’inizio dell’attività e l’autocertificazione – mi domando se si tratti di temi che debbano assurgere a rilevanza costituzionale. La costituzionalizzazione di scelte e di regole che possono benissimo restare al livello di legislazione ordinaria è essa stessa una opzione a favore della rigidità, dunque contraddittoria rispetto all’intento politico dichiarato.
A questo punto vorrei aggiungere che:
1) anche in carenza di modifiche costituzionali è possibile rendere la funzione imprenditoriale più appetibile e semplice nel nostro Paese: l’esperienza di questi 20 anni, dopo le promesse non (o parzialmente) mantenute di sportelli unici, semplificazioni e sburocratizzazioni, dimostra che il problema non è la Costituzione, ma la Pubblica Amministrazione: sparare sulla Costituzione, però, è più semplice che avviare a concreto dimagrimento un gigante che – con buona pace del Ministro Brunetta – resta tale e continua a macinare e a produrre ciò di cui la politica ‘ha bisogno’;
2) la fase di ‘start up’ o di inizio dell’attività di impresa è certamente delicata (tanto vero che molte imprese ‘muoiono’ nei primi mesi/anni di vita), ma in parte ciò rientra nella normale selezione del mercato e d’altro canto le difficoltà stringono le imprese anche e ben dopo che hanno superato la fase di avviamento;
3) la libertà d’impresa nel nostro Paese è spesso soffocata non solo da regole e burocrazia, ma anche e soprattutto dalla criminalità organizzata e da carenze infrastrutturali da Terzo Mondo.
Se il Governo vuole investire davvero sulla libertà d’impresa si impegni seriamente in un cambiamento profondo del Paese, con scelte coraggiose e non necessariamente popolari. Riprogettazione e riorganizzazione della macchina e delle funzioni della Pubblica amministrazione (dismettendone tutte le funzioni gestorie e rendendo efficienti ed efficaci quelle di controllo), infrastrutture materiali ed immateriali per lo sviluppo (che non sempre necessita di ‘Grandi Opere’..), sicurezza e controllo dei territori.
Poi, o accanto, processi di riforma costituzionale.
Ma la politica ha le sue leggi, i suoi tempi, i suoi compromessi, le sue necessità: poco contigue, mi pare, alle invocate ‘libertà’. Quanto a noi, è da tempo che abbiamo smesso di credere alle panzane.
Paolo Marini
IL CENTRO-DESTRA SI ERA DIMENTICATO DI ESSERE LIBERALE… COSI’ ‘RISCOPRE’ LA LIBERTA’ D’IMPRESA E PUNTA A RIFORMARE LA COSTITUZIONE
Se il Governo vuole investire davvero sulla libertà d’impresa si impegni seriamente in un cambiamento profondo del Paese, con scelte coraggiose e non necessariamente popolari.
Di Paolo Marini

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