Prima come imprenditore, poi in politica: il decisionismo non è mai stato il suo forte.

D’altra parte, perché all’inizio degli anni Novanta il gruppo Fininvest si ritrovò fortemente indebitato, tanto che più d’uno ritiene che la famosa “discesa in campo” del 1994, oltre che figlia di Tangentopoli e della conseguente fine della Prima Repubblica, è stata conseguenza anche delle difficoltà del gruppo, poi risolte grazie all’aiuto della Banca di Roma e dello scorporo di Mediaset e della sua quotazione in Borsa?
Ma proprio per l’indecisionismo di Berlusconi, che si rese conto di quale buco finanziario provocasse la Standa, che aveva comprato nel luglio del 1988, solo dieci anni dopo. Quando con grave ritardo Fininvest cedette la parte “non alimentare” a Coin e la parte alimentare a Gianfelice Franchini, ex proprietario dei Supermercati Brianzoli. Un’ossessione, quella di non liberarsi mai di alcuna proprietà, che gli ha impedito di vendere Mediaset a Murdoch quando, per cifra e prospettive successive, sarebbe stato assai conveniente. Insomma, un gran venditore, capace di vendere frigoriferi in Lapponia, il Cavaliere, ma non altrettanto bravo come imprenditore a tutto tondo, almeno non all’altezza della fama che si è sempre portato dietro.
E che ha trasferito in politica gli stessi criteri con cui faceva business. Cito solo un episodio, primo di una lunga serie, ma che avrebbe fin dal 1994 rendere bene l’idea di come avrebbe fatto il premier: appena insediato a palazzo Chigi fu assediato dai lavoratori del Sulcis, che gli strapparono con gran facilità impegni e fondi per la rinascita della miniera. Impegni impossibili da rispettare. (twitter @ecisnetto)

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