
La celebre barzelletta del Cavaliere Nero di Gigi Proietti è divertente proprio perché racconta l’assurdo. Il problema nasce quando qualcuno prende l’assurdo, lo mette in mezzo alla guerra di Gaza e pretende di trasformarlo in analisi politica. A quel punto non è più satira. È confusione, e pure abbastanza grossolana.
Perché se vogliamo davvero giocare con cavalieri bianchi e cavalieri neri, allora raccontiamola tutta. Il Cavaliere Nero, in questa storia, non è quello che il 7 ottobre si è svegliato decidendo improvvisamente di invadere Gaza. È quello che ha attraversato il confine, massacrato civili, rapito uomini, donne e bambini e poi è tornato a combattere dentro uno dei territori più densamente popolati del pianeta, confondendo sistematicamente il fronte con la popolazione. Ed è proprio qui che la metafora comincia a fare acqua, perché nella guerra vera i cavalieri non portano sempre l’armatura. Alcuni non portano neppure l’uniforme.
Il problema di Gaza è esattamente questo. Il combattente può essere indistinguibile dal civile fino al momento in cui prende un’arma, può muoversi dentro un quartiere abitato, utilizzare tunnel sotto zone civili, combattere in prossimità di abitazioni e infrastrutture civili e poi tornare a confondersi nella popolazione. Bambini, donne e anziani non hanno alcuna responsabilità per questo, ovviamente. Ma non è Israele ad aver inventato questo modo di combattere e non si può pretendere che la difficoltà di distinguere in tempo reale chi combatte e chi no venga trasformata automaticamente nella prova che chi reagisce sia il “cavaliere nero”.
Poi arriva la parte più comoda del racconto: i bambini di Gaza. Certo che vanno protetti. Certo che ogni bambino morto è una tragedia. Certo che Israele ha l’obbligo di distinguere gli obiettivi militari, limitare i danni ai civili e rispettare il diritto internazionale. Ma esiste anche un’altra responsabilità, quella di chi decide di condurre una guerra dentro la propria popolazione. Perché se metti uomini armati, infrastrutture militari e attività operative dentro quartieri abitati, non stai proteggendo i civili. Li stai esponendo. E quando poi quelle vittime diventano materiale propagandistico, la domanda non dovrebbe essere soltanto “chi ha premuto il grilletto?”, ma anche “chi ha trasformato quel luogo nel campo di battaglia?”.
La deterrenza, poi, non è quella parola oscena che qualcuno vorrebbe far sembrare. È il principio più elementare della sicurezza: se attacchi uno Stato, quello Stato deve essere in grado di convincerti che non potrai farlo una seconda volta senza pagarne il prezzo. Altrimenti non esiste deterrenza, esiste soltanto l’invito a riprovarci. Dopo il 7 ottobre Israele non poteva limitarsi a indignarsi, contare i morti, liberare i posti a tavola e aspettare educatamente il prossimo attacco. Doveva distruggere la capacità militare dell’organizzazione che lo aveva colpito. Si può discutere di ogni singola decisione, di ogni operazione e di ogni responsabilità. Quello è legittimo. Quello che non è serio è fingere che la guerra sia cominciata dalla risposta israeliana.
Ben-Gvir? Netanyahu? Trump? Artù? Lancillotto? Possiamo mettere nel racconto tutti i personaggi che vogliamo. Possiamo anche chiamare Merlino per completare la compagnia. Ma infilare Ben-Gvir dentro il discorso serve soprattutto a spostare il problema. Ben-Gvir può essere giudicato politicamente, criticato, contestato e non votato. Non cambia di un millimetro il fatto che Hamas il 7 ottobre abbia attaccato Israele e che Israele avesse il diritto e il dovere di impedire che quell’attacco potesse ripetersi.
La vera differenza tra una favola e la realtà è che nella favola sappiamo subito chi è il buono e chi è il cattivo. Nella guerra urbana, invece, bisogna guardare alle cause, alle responsabilità, alle intenzioni e soprattutto al modo in cui si combatte. Se uno dei due contendenti sceglie di nascondere uomini e strutture militari dentro la popolazione, chi vuole fare il moralista dovrebbe avere almeno l’onestà di dirlo.
Altrimenti sì, torniamo pure al Cavaliere Nero di Proietti. Ma ricordiamoci una cosa: la barzelletta faceva ridere perché lo studente non aveva capito niente della storia che stava raccontando.
Piero Terracina

Lascia un commento