
Per settimane, la narrazione ufficiale è stata granitica, quasi rassicurante nella sua tragica linearità: un intervento antidroga di routine nel “boschetto” di Rogoredo, un sospettato che estrae un’arma nel buio, la reazione istintiva e necessaria di un agente per difendere la propria vita. Abderrahim Mansouri, 28 anni, veniva immediatamente declassato nelle cronache e nel dibattito pubblico a “balordo”, un’ombra senza volto da cui era doveroso difendersi. Eppure, il silenzio di quel fango nascondeva un’altra verità, una verità molto più torbida che i rilievi tecnici della Procura di Milano hanno infine portato alla luce, trasformando quello che sembrava un atto di servizio in un potenziale crimine di Stato.
Le indagini della scientifica hanno tracciato un perimetro probatorio che non lascia spazio a interpretazioni creative: sulla pistola trovata accanto al corpo esanime di Mansouri non sono state rinvenute le sue impronte digitali, né tracce biologiche riconducibili al ragazzo. Non l’ha impugnata, non l’ha estratta, non l’ha puntata contro nessuno. Secondo l’ipotesi accusatoria, suffragata da perizie balistiche e testimonianze incrociate, quell’arma sarebbe stata “piantata” sulla scena del crimine da un collega dell’agente che ha aperto il fuoco. Un tentativo disperato e coordinato di costruire una legittima difesa ex post, fabbricando una minaccia inesistente per giustificare un colpo di pistola alla tempia esploso a distanza ravvicinata contro un uomo disarmato.
L’aspetto forse più inquietante e umanamente insostenibile della vicenda non risiede solo nello sparo, ma nel “vuoto operativo” che ne è seguito. Mentre Mansouri agonizzava a terra, le lancette dell’orologio hanno girato per oltre venti minuti prima che venissero allertati i soccorsi sanitari. Ventidue minuti di silenzio radio, un tempo infinito che gli inquirenti definiscono agghiacciante, durante il quale, anziché tentare di salvare una vita come imporrebbe il giuramento di ogni servitore dello Stato, sarebbe stata messa in atto una cinica strategia di occultamento. In quel lasso di tempo si sarebbe consumata la messinscena: il posizionamento dell’arma finta e il coordinamento di una versione dei fatti che, sotto la pressione degli interrogatori, ha mostrato crepe profonde su orari, posizioni e dinamiche.
In questo scenario di estrema delicatezza investigativa, la politica non ha mostrato la prudenza che il ruolo istituzionale imporrebbe. Attraverso card social e slogan perentori come “Io sto col poliziotto”, la complessità di un evento drammatico è stata brutalmente ridotta a un binomio binario: l’ordine contro il caos, la divisa contro l’irregolare, il “nostro” contro lo “straniero”. Si tratta di una strategia comunicativa che ricalca fedelmente la tipica retorica della destra, dove lo schierarsi con le forze dell’ordine viene presentato non come una scelta politica, ma come sinonimo di una verità assoluta e incontrovertibile. Questa narrazione funge da pilastro per le politiche securitarie del governo Meloni, suggerendo che la divisa sia, per definizione, immune dal dubbio e che ogni critica o indagine sia un attacco alla sicurezza della nazione.
Tuttavia, al di là dei rilievi balistici, emerge un abisso etico che interroga le radici della nostra civiltà. Ogni vita è sacra, eppure le attuali politiche di destra sembrano ignorarlo per mero opportunismo, spingendo l’opinione pubblica verso una deriva culturale disumana che calpesta la dignità del singolo in nome di una presunta sicurezza collettiva. Come aveva profeticamente denunciato Pier Paolo Pasolini, siamo di fronte alla “morte della pietas”, la fine di quella compassione sacra che dovrebbe legare ogni uomo al suo simile. Risulta paradossale, se non apertamente bizzarro, che proprio chi inneggia pubblicamente ai valori del crocifisso finisca poi col calpestarlo nei fatti, promuovendo politiche violente e profondamente anticristiane che ignorano l’agonia di un uomo lasciato morire nel fango per difendere un’ideologia.
Nel ridurre un uomo a una categoria — l’irregolare, il balordo, l’ombra da eliminare — la propaganda compie il suo crimine più atroce: l’anestesia del cuore. Si finge di ignorare che quel respiro strozzato nel fango di Rogoredo trae origine da un ventre materno, lo stesso che oggi è rimasto a piangere un figlio che non è mai stato un’astrazione burocratica, ma carne e speranza di questa umanità vilipesa. Ogni uomo che cade sotto il peso del sopruso ha dietro di sé un pianto antico, una madre che urla al cielo un dolore senza nome; e uno Stato che sceglie di soffocare quel grido sotto il peso della convenienza elettorale, che volta lo sguardo per non vedere il sangue sulle proprie mani, smette di essere il garante del Diritto. In quel momento, la democrazia abdica, e tra le macerie della pietas resta solo il volto nudo e spietato della barbarie.
Mentre la raccolta firme a sostegno degli agenti — lanciata ufficialmente dalla Lega e promossa con forza da Matteo Salvini — prosegue imperturbabile online, alimentata da una retorica che ignora deliberatamente gli sviluppi processuali, la realtà ci consegna un quadro desolante. Quella mobilitazione, nata dai vertici del potere esecutivo, non è solo un atto di solidarietà, ma una forma di pressione politica sull’operato della magistratura. Eppure, il caso Rogoredo dimostra che la verità non può essere un optional politico, ma deve restare il fondamento su cui poggia l’autorità di chi indossa una divisa e l’unica giustificazione possibile per l’esercizio del potere in uno Stato che voglia ancora dirsi civile.
Antonio Laraia

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