Per evitare che i cittadini che hanno sbagliato ritornino velocemente “dentro”, occorre affrontare e risolvere il problema del reinserimento.

La prima considerazione che viene spontanea fare è che uno Stato che non è in grado di celebrare i processi, non dovrebbe costringere dei presunti innocenti nelle “patrie galere”. In altri paesi del “mondo occidentale”, in luogo della barbarie che si consuma in Italia, sono applicate le misure alternative al carcere, quali il rilascio su cauzione, il braccialetto e gli arresti domiciliari. Oltretutto, misure più eque farebbero risparmiare 6 mila euro al mese per ogni beneficiario delle misure alternative alla detenzione.
In passato, in occasione del varo dell’indulto, meglio conosciuto come provvedimento “svuota carcere” eravamo stati facili profeti. Avevamo previsto che di lì a poco le carceri,
si sarebbero riempite di nuovo. La prima delle ragioni che perpetua questo stato di cose, è che in prigione le persone non fanno -come dovrebbero- un percorso rieducativo. Gli uomini detenuti vengono ammucchiati in celle di pochi metri quadrati, dove non riescono neppure a scendere dai letti a castello; sono costretti ad alzarsi a turno. In un simile contesto, sono in continuo aumento i suicidi di carcerieri e carcerati.
Per evitare che i cittadini che hanno sbagliato ritornino velocemente “dentro”, occorre affrontare e risolvere il problema del reinserimento. I ragazzi e gli uomini che escono dal carcere, nessuno li prende a lavorare (salvo rare eccezioni d’imprenditori sensibili al tema) e ritornano a delinquere per procurarsi il soddisfacimento delle proprie esigenze. Senza affrontare i problemi strutturali della detenzione, si va avanti a improvvisare, imponendo “l’ingiusta” pena.
Altro punto nodale è la mancanza di un programma di edilizia carceraria, senza il quale, il problema rischia la secolarizzazione. Misure alternative, ma anche nuove carceri, per rispondere a quella che non si può più definire un’emergenza, ma un problema che va risolto in via definitiva.
Infine, va dato atto a Marco Pannella e ai Radicali italiani dell’impegno, con il quale portano avanti la battaglia per l’amnistia; non è la soluzione definitiva del problema, ma un mondo insostituibile per “ripartire” con un atto di clemenza e ristabilire condizioni umane nelle carceri italiane. I Radicali italiani, da sempre sensibili ai diritti civili, sono l’unica forza politica che si occupa seriamente e con continuità, del grave problema. Scontare la giusta pena è un conto; essere costretti in una situazione di degrado disumano è indegno di un popolo civile.
In un momento in cui i più vanno in vacanza, è giusto pensare a coloro che soffrono e che in nome di uno Stato ingiusto, sono privati della propria dignità, al cui rispetto tutti i cittadini (compresi quelli che hanno sbagliato) hanno diritto.
Infine, va affrontato il problema della depenalizzazione: per mezzo chilo di carne, oppure un pezzo di parmigiano sottratto al supermercato, due cittadini stranieri stanno scontando una condanna a 18 mesi di carcere, mentre sarebbe stata più funzionale la pena alternativa di assegnamento ai servizi socialmente utili. Queste sono le cose incomprensibili del nostro Paese.

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