Tutti i giorni siamo chiamati a registrare dati e indicatori che segnalano la grave crisi economica italiana. Eppure ce ne sono molti altri di segno opposto che pochi conoscono. Ringraziamo Lorenzo Borla per averceli forniti tramite il suo Zibaldone.
(Ministero Economia Finanze) L’Italia viene spesso descritta, soprattutto nella comunità internazionale, sulla base di alcuni indicatori negativi: il debito pubblico, la bassa competitività, il deficit nominale di bilancio che in passato ha determinato l’apertura di una procedura di infrazione da parte della Commissione europea. Tuttavia, accanto a questi dati ci sono grandezze economiche utili a rappresentare l’Italia per ciò che è: un Paese importante del mondo sviluppato, il secondo Paese per produzione manifatturiera in Europa, la terza economia dell’Eurozona. Un Paese che negli ultimi venti anni ha saputo tenere i propri conti sotto controllo, collocandosi, sotto questo profilo, tra i più virtuosi.
Aiuti di Stato alle banche (Fonte Eurostat)
I dati Eurostat mostrano come nel periodo della crisi economica (2007-2013) i sistemi bancari e finanziari nazionali di 17 paesi dell’area euro abbiano ricevuto aiuti dai Governi nazionali. Le banche italiane hanno ottenuto sostegni dal Governo per circa 4 miliardi di euro, a fronte dei 250 miliardi di euro percepiti da quelle tedesche e dei 165 miliardi da quelle britanniche. Il dato complessivo, calcolato da Eurostat, ammonta a un totale di 688 miliardi per l’Unione Europea. Di questi, 518 miliardi sono stati concessi nei Paesi dell’area euro. L’intervento italiano corrisponde quindi a poco meno dell’1% degli aiuti di stato alle banche erogati nell’area euro. E parte di questo sostegno è già stato restituito alle casse pubbliche.
Contributi ai fondi Salva Stati (Fonte Banca d’Italia)
L’Italia è il terzo contributore dell’area euro per aiuti versati ai Paesi in difficoltà (i cosiddetti “fondi salva-Stati”) utilizzati per fornire assistenza finanziaria a Cipro, Grecia, Portogallo e Irlanda. Come riportato dal Supplemento al Bollettino Statistico della Banca d’Italia dell’ottobre 2014 il nostro Paese ha contribuito dal 2012 al 2014 con una quota del 18,5%, per un valore pari a 60 miliardi di euro.
Rischio di sostenibilità (Fonte Public Finances in Emu 2013 / European Commission)
L’analisi della Commissione europea sulla sostenibilità delle economie dei Paesi aderenti all’area euro riconosce all’Italia un rischio, sia nel breve che nel medio e lungo periodo, sempre al di sotto della media dei 18 Paesi dell’area euro nonché dei 27 aderenti all’Unione Europea. Per rischio di sostenibilità viene inteso il divario tra la posizione strutturale di bilancio ed una posizione di bilancio sostenibile. Secondo l’analisi della Commissione il debito pubblico italiano è tra i più sostenibili nel lungo periodo in Europa. L’indice Esse2 (lungo periodo) è pari a -2,1 a fronte di una media Ue di 3 e di una media dell’area euro di 2,3. Un valore negativo dell’indice Esse2, come nel caso italiano, indica la sostenibilità delle finanze pubbliche negli scenari dati anche senza aggiustamenti ulteriori. Anche gli indicatori di sostenibilità di breve e medio periodo danno l’Italia tra i più sostenibili.
Debito pubblico (Fonte Eurostat, Fmi)
Dall’inizio della crisi economica, il debito pubblico italiano è cresciuto ad una velocità inferiore rispetto sia agli Stati Uniti che ad altri paesi dell’Unione europea (solo la Svezia ha un risultato migliore). La dinamica del debito in termini assoluti non è necessariamente indicativa della sostenibilità del debito: il rapporto tra debito e Pil è sicuramente un indicatore più affidabile in questo senso. Una lettura della dinamica del debito in valore assoluto insieme ai dati sull’avanzo primario può essere utile per sottolineare che il rapporto tra spese ed entrate ha influito meno di quanto non abbiano fatto la bassa crescita, i contributi ai fondi “Salva Stati” e il pagamento di debiti arretrati delle pubbliche amministrazioni.
Deficit/Pil (Fonte Ameco / Commissione Europea)
L’Italia ha registrato un rapporto deficit/Pil al di sotto del 3% nel 2013, così come nel 2012. Pertanto l’anno scorso la Commissione Europa ha sancito la chiusura della procedura d’infrazione per deficit eccessivo aperta negli anni precedenti. Secondo le previsioni attuali, le finanze pubbliche italiane sono conformi a tale requisito, previsto dai trattati europei per i paesi che hanno aderito all’unione monetaria e quindi adottato l’euro come valuta, anche nel 2014. Nel confronto con l’Eurozona, è evidente che l’Italia è uno dei pochi paesi che rispetta questa regola. E’ interessante osservare che tra i paesi estranei all’euro, sono molti quelli che presentano un rapporto deficit/PIL superiore a tale soglia. Tra questi il Regno Unito, il Giappone, gli Stati Uniti.
Avanzo primario (Fonte Ameco / Commissione Europea)
L’avanzo primario nei conti pubblici italiani è tra i più alti del mondo e il più stabile negli ultimi 20 anni tra gli Stati membri dell’Unione Europea. Nel 2013 l’avanzo primario in percentuale del Prodotto interno lordo è il secondo più alto, solo dietro alla Germania (per 0,16 punti percentuali) e pari al doppio dell’Austria che si colloca al terzo posto in questa classifica dei paesi virtuosi.

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