
La mattina del 7 ottobre 2023, circa 3.000 miliziani delle Brigate al Qassam, braccio armato di Hamas, fecero breccia nella recinzione che racchiude la Striscia di Gaza e attaccarono diversi kibbutz e villaggi nel sud di Israele. L’attacco causò l’uccisione di 1.200 persone, di cui circa 860 civili, più di un terzo dei quali si trovavano al Nova Festival, nonché la presa in ostaggio di 251 prigionieri, di cui 85 sarebbero morti nei mesi successivi. La risposta militare di Israele fu immediata, con bombardamenti a tappeto e, successivamente, operazioni di terra nella Striscia di Gaza. Sebbene dal 10 ottobre dello scorso anno sia in vigore un cessate il fuoco, le azioni militari israeliane continuano a mietere vittime a Gaza. Il piano in 20 punti del presidente Donald Trump è rimasto inattuato in due punti chiave: il disarmo totale di Hamas e il ritiro delle forze militare israeliane. Dal 7 ottobre la reazione militare di Israele ha provocato l’uccisione di oltre 74.000 palestinesi, l’83% dei quali civili, come riportato in documenti classificati dell’esercito israeliano, e alla distruzione dell’82% degli edifici del territorio palestinese. Negli ultimi tre anni, Gaza, e poi Libano, sud della Siria e tutta la regione sono entrati in un vortice di conflitti che ha investito anche il Golfo dopo l’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran. Tre anni dopo il terribile attacco di Hamas, Israele è un paese più isolato a livello mondiale, mentre la sua leadership è accusata di crimini contro l’umanità e genocidio. Il primo ministro Benjamin Netanyahu, sul quale da novembre 2024 pende un mandato d’arresto dalla Corte penale internazionale, si trova oggi alla vigilia di un’elezione cruciale. Nel voto del 27 ottobre, su cui pesano le recenti inchieste giornalistiche sulle presunte responsabilità del premier in relazione al 7 ottobre, Netanyahu si gioca infatti la sua carriera politica e l’immagine di garante della sicurezza di Israele.

Cosa ha significato per Israele
Il 7 ottobre è entrato nella memoria collettiva di Israele e di molte comunità ebraiche del mondo come il peggior massacro di ebrei dopo la Shoah. Il trauma della società israeliana si è sviluppato in diverse forme: quello dei sopravvissuti, delle famiglie di vittime ed ostaggi, nonché di chi ha sostenuto la campagna militare contro Gaza interpretando la risposta al 7 ottobre come una variante del concetto di “guerra al terrorismo”, come fu il 9/11 per molti americani. L’aggressione di Hamas ha di fatto messo in discussione uno dei pilastri su cui si fonda l’azione di ogni governo israeliano dal 1948, quello della sicurezza, posto a garanzia del diritto all’esistenza dello stato ebraico. Da tre anni la società israeliana vive attanagliata dalla necessità di maggior protezione nonché dalla radicalizzazione verso posizioni dell’estrema destra del suo governo. Politicamente, infatti, il 7 ottobre ha portato a una maggiore intransigenza da parte del governo Netanyahu non solo nei confronti di una tregua reale del conflitto, ma più in generale della questione palestinese. Al di là della Striscia, in Cisgiordania si sono moltiplicati gli insediamenti illegali e sono aumentate in maniera esponenziale le violenze dei coloni nei confronti dei palestinesi, spesso senza un intervento dell’esercito israeliano – secondo l’ong Oxfam, è stato raggiunto uno dei più alti tassi di uccisioni extragiudiziali mai registrato in Cisgiordania – compromettendo ulteriormente il destino di una soluzione a due stati.
E per la Palestina
Oggi la Striscia di Gaza è un cumulo di macerie, la cui rimozione potrebbe richiedere fino a un decennio. Si stima che la distruzione riguardi il 92% delle abitazioni, il 93% delle scuole, oltre metà delle strutture mediche, nonché l’87% dei campi coltivati e il 90% dell’infrastruttura energetica. Il territorio palestinese è disseminato di oltre 1.600 accampamenti informali e tendopoli che ospitano oltre 1,7 milioni di sfollati interni, privati di acqua corrente, servizi igienici ed elettricità. La rete di aiuti umanitari e i rifornimenti che giungono nella Striscia non è più tornata ai livelli precedenti al 7 ottobre. Il conto totale delle persone uccise in questi tre anni ha superato le 74.000 persone – di cui 1.460 dall’entrata in vigore del cessate il fuoco – in parte anche a causa dell’inedia dovuta ai lunghi mesi di blocco dei valichi. Tra le vittime si contano oltre 1.700 medici e infermieri, 595 operatori umanitari e quasi 300 giornalisti. Ma secondo alcuni studi scientifici i numeri sono destinati a salire per via dell’assenza di cure mediche adeguate e delle epidemie che potrebbero insorgere. Decine di governi, rapporti delle Nazioni unite, centinaia di organizzazioni della società civile (tra cui Amnesty international, Medici senza frontiere e l’israeliana B’Tselem) nonché un crescente numero di accademici e giuristi, inclusi diversi israeliani ed ebrei studiosi dell’Olocausto, hanno definito quanto accaduto a Gaza negli ultimi tre anni un genocidio. Per la Palestina in quanto Stato, gli ultimi 36 mesi hanno visto un sostanziale paradosso: è stato il lasso di tempo in cui ha ricevuto il maggior numero di riconoscimenti internazionali tra i paesi occidentali, ma in cui la soluzione a due Stati è parsa sempre più lontana dal diventare realtà.
Netanyahu più forte o più debole?
Secondo un’inchiesta pubblicata a inizio settembre dal quotidiano israeliano Haaretz, Netanyahu era stato informato personalmente degli attacchi imminenti del 7 ottobre dal presidente degli Emirati Arabi Uniti Mohamed bin Zayed. Più recentemente, inchieste giornalistiche di The Atlantic e del Wall Street Journal hanno raccontato come il leader israeliano fosse stato avvertito almeno due volte dai servizi d’intelligence egiziani sui preparativi di Hamas per una grossa operazione. Rivelazioni arrivate a poche settimane dal voto più delicato della storia recente dello Stato ebraico e della carriera politica del suo premier, il più longevo, ora alla ricerca del settimo mandato. Secondo un recente sondaggio dell’Israel democracy institute, per il 68% degli ebrei israeliani e il 32% dei palestinesi con cittadinanza d’Israele il 7 ottobre è un fattore dirimente per la scelta di che partito sostenere il 27 ottobre, quando si vota per eleggere la Knesset. Da decenni Netanyahu si presenta come il garante della sicurezza di Israele, ma questa immagine è stata fortemente compromessa dai fatti di tre anni fa e, secondo le ultime inchieste, le sue presunte lacune. In vista del primo voto dopo il 7 ottobre la campagna elettorale ruota attorno alla domanda: chi è responsabile delle falle della sicurezza? È difficile dire come le indagini giornalistiche possano influenzare il voto, ma certamente le opposizioni stanno sfruttando il danno d’immagine arrecato al premier. In particolare, Gadi Eisenkot, ex capo di stato maggiore che ha perso il figlio a Gaza e oggi il principale sfidante di Netanyahu, accusa il premier di sottrarsi alle sue responsabilità e chiede una commissione d’inchiesta indipendente sui fatti del 7 ottobre – azione sostenuta, come dimostrano diversi sondaggi, dalla maggior parte degli israeliani. Secondo altri recenti sondaggi, la coalizione intorno a Eisenkot dovrebbe aggiudicarsi 54 seggi su 120 della Knesset, mentre quella che sostiene Netanyahu 49.
Il commento
di Valeria Talbot, Head, ISPI MENA Centre
“Il 7 ottobre 2023 ha segnato una cesura netta. In Israele ha sbriciolato il senso di sicurezza e l’immagine di invulnerabilità del Paese. A Gaza ha prodotto una catastrofe umanitaria e una distruzione di dimensioni immani che segnerà generazioni di palestinesi. In Medio Oriente ha fatto venire meno equilibri di lunga data, aprendo una fase di perdurante instabilità e incertezza che investe l’intera regione dal Levante al Golfo. Dopo tre anni, lo scenario rimane a tinte fosche. Mentre Israele si prepara a elezioni dall’esito incerto tra le proteste dei tanti che chiedono chiarezza sulle responsabilità del 7 ottobre, a Gaza la popolazione vive tra enormi privazioni e in condizioni igienico-sanitarie fatiscenti, e la ricostruzione rimane solo un sogno.”
Istituto Ispi

Lascia un commento