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il 4 luglio di Leone IVX a Lampedusa

La visita di Leone XIV a Lampedusa è un gesto politico nel senso più alto della parola. Il Papa sceglie il 4 luglio, giorno dell’indipendenza americana e anniversario dei 250 anni della Dichiarazione del 1776, per andare nell’isola che più di ogni altra rappresenta il dramma dei migranti. Da primo Papa statunitense, parla al suo Paese e all’Europa nello stesso momento e invita a celebrare la libertà alla luce della sorte concreta degli esseri umani più fragili.

di Enrico Rossi | 4 Luglio 2026

La visita di Leone XIV a Lampedusa è un gesto politico nel senso più alto della parola. Il Papa sceglie il 4 luglio, giorno dell’indipendenza americana e anniversario dei 250 anni della Dichiarazione del 1776, per andare nell’isola che più di ogni altra rappresenta il dramma dei migranti.

Da primo Papa statunitense, parla al suo Paese e all’Europa nello stesso momento e invita a celebrare la libertà alla luce della sorte concreta degli esseri umani più fragili.

Nel messaggio rivolto agli Stati Uniti, Leone XIV richiama l’America alla sua storia migliore. Gli Stati Uniti sono diventati grandi anche perché hanno accolto generazioni di migranti, uomini e donne arrivati da lontano, spesso senza nulla, “diseredati” ma capaci di contribuire alla costruzione della nazione.

Torna alla mente John Fitzgerald Kennedy e il suo celebre libro “A Nation of Immigrants”, pubblicato dopo la sua morte nel 1964. Kennedy sosteneva una verità semplice e potente: salvo i nativi americani, tutti gli americani sono immigrati o discendenti di immigrati. L’immigrazione, per Kennedy, non aveva indebolito l’America, ma le aveva dato energia, sangue nuovo, forza economica e vitalità culturale. Ogni ondata migratoria aveva portato competenze, lavoro, speranza, desiderio di riscatto. Dando un contributo peculiare alla grandezza degli USA.

Le parole del Papa sono molto simili a quelle di Kennedy e suonano come una critica severa all’America trumpiana di oggi. Una nazione non dimostra la propria grandezza chiudendosi, ma proteggendo chi è esposto, chi è vulnerabile, chi viene considerato di minor valore. Senza nominare direttamente Trump, Leone XIV indica una direzione opposta a quella delle politiche della paura: la libertà americana non può essere separata dall’accoglienza, dalla dignità umana, dalla possibilità di un nuovo inizio.

Su un altro piano, ma con la stessa forza, interviene Emiliano Brancaccio con una bella intervista a l’Unita.

L’economista marxista smonta la tesi secondo cui gli immigrati sarebbero responsabili del peggioramento dei salari e delle condizioni di vita dei lavoratori italiani ed europei. Il bersaglio, dice, è sbagliato: i salari non arretrano perché arrivano lavoratori stranieri, ma perché sono state indebolite le tutele contro i licenziamenti, è cresciuto il precariato, si sono ridotti i controlli, si è abbassata la forza del sindacato mentre le grandi imprese hanno accresciuto il loro potere.

La propaganda della destra indica il migrante come nemico del lavoratore nativo, ma il conflitto reale riguarda la distribuzione della ricchezza, il potere del capitale, la libertà delle imprese di spostarsi dove il lavoro costa meno, le tasse sono più leggere e le regole ambientali più deboli.

Brancaccio aggiunge un punto decisivo: l’Europa sta invecchiando e perdendo popolazione attiva. Nei prossimi dieci anni il continente potrebbe perdere milioni di cittadini in età da lavoro, con un impatto particolarmente pesante anche sull’Italia.

“Le curve del declino demografico indicano che entro 10 anni perderemo in Europa 13 milioni di cittadini in età da lavoro, di cui 2,5 milioni in Italia. È assai improbabile che possiamo compensare questa caduta con un boom delle nascite. Avremo bisogno di lavoratori immigrati” sostiene Brancaccio.

Pensare di risolvere i problemi con la “remigrazione” o con il blocco degli ingressi non solo è disumano ma significa ignorare la realtà. Senza lavoratori immigrati rischiamo una scarsità di manodopera che porterebbe indietro l’economia e produrrebbe inflazione, crisi produttiva e caduta del potere d’acquisto proprio per quei lavoratori nativi che a parole la destra dice di voler difendere.

La contraddizione diventa evidente. Chi, dice ancora Brancaccio, invoca i muri contro le persone non propone mai di mettere limiti ai movimenti internazionali dei capitali. Si vogliono fermare i poveri che cercano lavoro, ma non i capitali che fuggono alla ricerca di salari bassi, di minori diritti, minori tasse e minori vincoli. Per Brancaccio, dunque, la vera domanda non è come bloccare gli immigrati, ma come fermare lo sfruttamento.

Il messaggio che viene dal Papa, dal libretto di Kennedy e da questa analisi economica convergono: l’immigrazione non va affrontata con disumanità e propaganda. Servono certo i salvataggi per salvare le vite in mare, ma soprattutto servono canali legali di ingresso in Europa, regolarizzazioni, cittadinanza, diritti del lavoro, tutela sindacale, responsabilità delle imprese e lotta allo sfruttamento.

Non sono i migranti a minacciare la democrazia sociale nei Paese occidentali ma l’ingiustizia economica e lo sfruttamento dei lavoratori nativi e immigrati.

Abbiamo richiamato tre voci molto diverse tra loro: un Papa, un presidente americano liberal-democratico e uno studioso marxista. Proprio dalla loro convergenza di idee, la sinistra dovrebbe partire per costruire una politica seria sull’immigrazione e non inseguire le falsità, le strumentalizzazioni e le stupidità della destra di Meloni, Salvini e Vannacci e compagnia cantante.

Enrico Rossi

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Enrico Rossi

Enrico Rossi è un politico italiano, presidente della Regione Toscana dal 2010 al 2020. È membro del Comitato europeo delle regioni (CoR) dal 26 gennaio 2015; dall’ottobre 2019 è vicepresidente del gruppo socialista al CoR. Sindaco di Pontedera dal 1990 al 2000, assessore regionale alla Sanità dal 2000 al 2010. Nel 1999 viene chiamato a Roma da Walter Veltroni per assumere l’incarico di vice responsabile nazionale dell’area economica dei Democratici di Sinistra.

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