
Le immagini del 25 Aprile nelle principali città italiane, da Milano a Roma, passando per Torino, Bologna e Firenze, parlano da sole. In un clima dove le grida e le bandiere sembrano soffocare il senso della memoria, c’è chi sceglie di fermarsi, evitando le “chiacchiere” per riportare al centro della scena una cronaca dei fatti che non ammette repliche. È una “pillola di storia”, necessaria per contestualizzare il presente attraverso le ombre del passato.
Richiamare questi fatti non è una provocazione gratuita, ma un atto di onestà intellettuale. La storia, specialmente quella della Seconda Guerra Mondiale, è un intreccio di responsabilità su cui, come si legge tra le righe di questo commento, “non si può scherzare né si può negare”. Mentre le piazze festeggiano la Liberazione, il monito è chiaro: per comprendere i conflitti di oggi, non possiamo permetterci di dimenticare i compromessi di ieri
Al centro della riflessione emerge la figura di Amin al-Husseini, il Gran Muftì di Gerusalemme. Mentre l’Europa bruciava sotto l’occupazione nazifascista, il leader nazionalista palestinese scelse di legare il proprio destino a quello dell’Asse. Non si tratta di interpretazioni, ma di documenti: nel 1941, al-Husseini si recò a Berlino per incontrare Adolf Hitler e i vertici del Terzo Reich.
L’obiettivo di quell’alleanza era chiaro: ottenere il sostegno nazista contro il mandato britannico e il progetto sionista. Tuttavia, la collaborazione andò oltre la diplomazia. Il Muftì divenne uno strumento della macchina propagandistica tedesca, impegnandosi personalmente nel reclutamento di volontari musulmani nei Balcani per le file delle Waffen-SS.
Roberto Caputo

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