
di Claudia Schettini*
Per oltre un decennio la trasformazione digitale è stata guidata da una promessa implicita: quella di uno spazio computazionale globale, aperto, interoperabile, quasi privo di confini politici. Il cloud computing, i flussi di dati transfrontalieri e le piattaforme digitali transnazionali hanno sostenuto la crescita di un mondo apparentemente unitario, dove l’infrastruttura si espandeva più velocemente della politica. Ma l’affermarsi dell’intelligenza artificiale (IA) generativa ha scardinato questo equilibrio. L’utilizzo diffuso dei Large Language Models (LLM) – con annesso il consumo energetico –, il fabbisogno di microchip avanzati e la comparsa di data center hyperscale hanno reso evidente che l’IA non è più un software etereo, ma un’industria vasta e fortemente concentrata. Nel momento in cui la capacità di calcolo diventa scarsa e costosa, chi ne controlla la distribuzione controlla anche le traiettorie dell’innovazione.
È da qui che nasce la “corsa all’IA di Stato”. Stati Uniti, Cina, Unione europea e, progressivamente, anche altre potenze regionali come India, Corea del Sud ed Emirati Arabi Uniti, trattano oggi le infrastrutture digitali alla stregua di beni strategici. La sovranità tecnologica è così divenuta il nuovo confine geopolitico che separa chi possiede il calcolo da chi ne dipende. L’IA entra a pieno titolo tra le infrastrutture critiche, al pari dell’energia, delle telecomunicazioni e del nucleare; la transizione digitale acquista così una dimensione geopolitica.
L’infrastruttura come asset strategico
Nel dibattito pubblico, l’attenzione si concentra spesso sui modelli, ma è sul piano materiale che si gioca la partita reale. L’addestramento di un modello di frontiera richiede miliardi di dollari in microchip specializzati, energia elettrica, raffreddamento e connessioni a bassa latenza. L’IA contemporanea vive di terre rare e semiconduttori, generatori e reti terrestri, contratti di fornitura e diplomi industriali, non solo di codici matematici. La concentrazione del calcolo crea barriere strutturali: solo pochi attori globali, i grandi hyperscalers (Google Cloud, Amazon Web Service, Microsoft Azure) e alcune potenze statali – in primis gli USA – possiedono la scala necessaria per sostenere il costo di addestramento e aggiornamento dei modelli fondazionali. Chi detiene il calcolo dispone, dunque, di un consenso materiale sulla conoscenza, di un potere che non è più simbolico ma infrastrutturale.
Da questa prospettiva, il caso di Anthropic diventa emblematico. Il laboratorio statunitense ha firmato con Google Cloud un accordo da circa 200 miliardi di dollari in cinque anni per garantirsi accesso preferenziale a risorse di calcolo e semiconduttori progettati su misura. Il dato riflette un fenomeno già evidente: il calcolo è divenuto oggetto di contratti infrastrutturali pluriennali, vincolanti quanto le concessioni energetiche del secolo scorso. La competizione non si misura più nella qualità degli algoritmi, ma nelle alleanze che assicurano stabilità computazionale. Lo stesso governo statunitense, attraverso il Center for AI Standards and Innovation (CAISI), effettua controlli preventivi sui modelli di frontiera per valutarne gli impatti sulla sicurezza nazionale. La frontiera tra ricerca privata e politica pubblica si fa così sottile e le aziende tech diventano così attori di interesse strategico, non semplici imprese dell’innovazione.
Stati Uniti: il calcolo come leva di potenza
Negli Stati Uniti, questa trasformazione è stata consolidata da un orientamento preciso: usare il controllo del calcolo come strumento di politica industriale e di diplomazia economica. Le restrizioni all’export di semiconduttori verso la Cina, introdotte dal Dipartimento del Commercio nell’ottobre 2022 e del 2023, hanno mostrato con chiarezza che la potenza tecnologica si misura nella capacità di negare l’accesso alle risorse di base. Non è più una competizione solo commerciale, ma un tentativo di rallentare lo sviluppo di infrastrutture IA “dual use” nei Paesi rivali.
Washington ha investito massicciamente nel rafforzamento della propria filiera, dal “CHIPS and Science Act” al “National AI Research Resource”(NAIRR), costruendo un ecosistema integrato che unisce imprese, ricerca e sicurezza nazionale. Il calcolo non è più neutrale: è diventato il più raffinato strumento di “geoeconomic statecraft” a disposizione del governo, una leva con cui plasmare la geografia dell’innovazione mondiale. E l’ultimo episodio della saga Anthropic – Dipartimento di Stato ne è un esempio lampante. Martedì 9 giugno l’azienda guidata da Dario Amodei aveva lanciato i due ultimi modelli di IA, Claude Fable 5 e Claude Mythos 5, avviando una collaborazione con il governo degli Stati Uniti per distribuire il modello. Solamente cinque giorni dopo Anthropic si è trovata costretta a disattivare i due sistemi per conformarsi a una direttiva ricevuta dal governo statunitense stesso che chiedeva di sospendere l’accesso ai sistemi coinvolti per “qualsiasi cittadino straniero, dentro o fuori dagli Stati Uniti, compresi i dipendenti stranieri di Anthropic”. Ma per garantire il rispetto della direttiva, la società ha deciso di bloccare i nuovi modelli per tutti i clienti. Si tratta di una decisione senza precedenti, che segna l’ultimo fronte di scontro tra Anthropic e l’amministrazione di Donald Trump
Europa: la sovranità come infrastruttura condivisa
L’Europa si muove su coordinate differenti ma complementari. Non potendo contare su giganti del calcolo paragonabili a quelli statunitensi o cinesi, ha imboccato la via di una sovranità regolatoria e infrastrutturale fondata su regole comuni e capacità distribuite.
Il 16 gennaio 2026 il Consiglio dell’Unione europea ha approvato l’emendamento al regolamento EuroHPC che istituisce le AI Gigafactories (proposta avanzata durante l’AI Summit di Parigi nel Febbraio 2025), centri di calcolo avanzato destinati allo sviluppo di modelli sovrani europei. L’obiettivo principale è quello di ridurre le dipendenze critiche mantenendo apertura economica. Questa scelta riflette l’intuizione che la sovranità digitale non può basarsi sull’autarchia, ma sulla diversificazione e sul controllo dei nodi chiave: microchip, dati, energia, infrastrutture cloud.
Il nuovo pacchetto europeo sulla sovranità tecnologica presentato a Bruxelles il 3 giugno 2026 rafforza ulteriormente questa traiettoria, affiancando agli strumenti normativi una più esplicita politica industriale orientata allo sviluppo di capacità europee nei semiconduttori, nel cloud e nell’IA. L’Europa costruisce così una sovranità cooperativa, fondata più sulla capacità di dettare regole che sull’egemonia industriale, ma sempre più orientata anche alla costruzione di infrastrutture strategiche proprie.
Cina: sovranità algoritmica e controllo strategico
La Cina rappresenta il modello più avanzato di integrazione tra sviluppo dell’IA e pianificazione statale. Attraverso programmi come “Made in China 2025” e la “New Generation Artificial Intelligence Development Plan”, Pechino considera l’IA una tecnologia strategica per rafforzare competitività industriale, sicurezza nazionale e stabilità politica. A differenza del modello statunitense, fondato sulla centralità del mercato e delle Big Tech private, quello cinese si basa su una stretta integrazione tra Stato, imprese e apparato regolatorio. L’IA viene incorporata nella manifattura avanzata, nella logistica, nella sicurezza urbana e nei sistemi di governance pubblica, trasformandosi in uno strumento di coordinamento economico e controllo sociale.
Le restrizioni statunitensi sull’export di semiconduttori avanzati hanno accelerato ulteriormente la strategia cinese di autosufficienza tecnologica, spingendo Pechino a investire massicciamente nella produzione domestica di microchip, infrastrutture cloud e modelli linguistici nazionali. In questo contesto, la sovranità digitale non è soltanto una questione economica, ma una componente centrale della proiezione geopolitica cinese nel lungo periodo.
Medio Oriente: il cloud come potere territoriale
Un nuovo fronte di questa competizione emerge nel Medio Oriente, dove Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti stanno investendo miliardi in data center, supercomputer e cloud nazionali. L’infrastruttura digitale è divenuta così il cuore delle strategie di diversificazione post-petrolifera, una leva per trasformare la ricchezza energetica in influenza tecnologica.
I cosiddetti “Sovereign AI Clouds” rappresentano una nuova forma di potere territoriale: centri di calcolo locali che controllano ciò che un tempo era diffuso nello spazio globale della rete. Attraverso partnership con NVIDIA, IBM e Google, i Paesi del Golfo stanno trasformando il calcolo in bene geoeconomico e in strumento di diplomazia regionale. Il cloud diventa il nuovo petrolio, i data center i nuovi hub di proiezione internazionale.
Una “cortina di ferro digitale”: dalla globalizzazione aperta alla frammentazione governata
In questo quadro, il concetto di “cortina di ferro digitale“, metafora utilizzata per descrivere la segmentazione del cyberspazio, coglie solo in parte la trasformazione in corso. Più che a una chiusura binaria, stiamo assistendo a una frammentazione governata, in cui coesistono interdipendenze selettive e linee di divisione ben definite. Alcuni ambiti dell’innovazione, la ricerca open source, gli standard tecnici, le reti scientifiche, restano globalizzati; altri, come la produzione di semiconduttori e la protezione dei dati sensibili, vengono progressivamente regionalizzati o securitizzati.
La verità è che i flussi di dati non scompaiono, ma diventano condizionati da regimi giuridici e infrastrutturali non compatibili. La globalizzazione digitale non si ritira: si riorganizza attorno a nuove gerarchie di accesso. In definitiva, l’IA è passata dal rappresentare un ecosistema di innovazione privata al diventare un’infrastruttura della sovranità. La capacità di calcolo non è più un semplice componente tecnico, ma un attributo politico. Chi controlla i microchip, l’energia e il cloud determina la posizione di un Paese nella nuova economia cognitiva.
L’intelligenza artificiale come geografia verticale di poteri
Il potere del XXI secolo risiederà nella capacità di addestrare, governare e scalare l’IA. Non è la fine della globalizzazione, ma la sua metamorfosi: da rete orizzontale di flussi a geografia verticale di poteri. L’IA non cancella i confini, li ricostruisce in forma algoritmica. La corsa all’IA di Stato rappresenta il momento in cui la transizione digitale diventa pienamente politica. L’IA, nata come innovazione privata, si è trasformata in architettura della sovranità. Il caso Anthropic lo dimostra: la competizione globale non si gioca più sul miglior algoritmo, ma sull’accesso al calcolo e sulla capacità di integrarlo in strategie nazionali.
La vera domanda non è più chi creerà il modello più sofisticato, ma chi saprà controllare le condizioni materiali, normative ed energetiche che rendono possibile costruirlo. In un mondo che si misura in petaflop[1] anziché in barili o chilowattora, la sovranità del calcolo è la nuova unità di potenza globale. In questa nuova geografia del potere, il calcolo è la valuta strategica: misura la capacità di un Paese di produrre conoscenza, di difendere i propri dati, di proiettare influenza.
Claudia Schettini
*Istituto Ispi
[1] Il petaflop è un’unità di misura della potenza di calcolo (equivalente a 1015) spesso utilizzata per descrivere le prestazioni dei supercomputer.

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