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I rimedi di Monti

di Davide Giacalone | 18 Marzo 2012

Non era facile, ma si è riusciti a scatenare la protesta delle banche su una questione che le vede dalla parte della ragione.

L’avere inserito nel decreto legge sulle (presunte) liberalizzazioni una norma che prevede conti correnti bancari gratis, per i pensionati che incassano fino a 1500 euro al mese, s’è rivelato un errore a testata multipla. Nel tentare di rimediare si stanno facendo sciocchezze a grappolo. Vediamo quali e come si può rimediare. 1. Non era facile, ma si è riusciti a scatenare la protesta delle banche su una questione che le vede dalla parte della ragione. Un miracolo. Abituate a farsi poca concorrenza e a fare cartello, abituate a considerare i clienti come limoni da spremere, le banche si sono ritrovate a essere trattate quasi come un pezzo di stato sociale, un’organizzazione caritatevole. Si sono viste imporre, per legge, l’obbligo di fornire servizi gratis. Il che non solo non è ragionevole, ma nuoce seriamente al mercato.

2. Quello che poteva essere un utile strumento per la concorrenza (ad esempio: se aprite il conto corrente da noi gestiamo gratis l’incasso della pensione di vostro nonno) è divenuto il suo opposto. Non solo, ma valendo automaticamente si produce un altrettanto automatico indebolimento contabile delle sole banche italiane, rispetto a quelle di altri paesi. 3. La demagogia ha premiato i pensionati, ma perché non farlo per i giovani, per chi avvia un’attività, o per i genitori singoli? Perché non cercare altre categorie da proteggere? Sarebbe follia, perché in questo modo si sposterebbe l’onere di pagare i costi degli altri sulle spalle dei soliti noti, sempre gli stessi: la pattuglia d’italiani che continua a produrre ricchezza e pagare le tasse. 4. Tale norma è stata inserita in un decreto che recava nel titolo le liberalizzazioni, ma non nel contenuto. E’ zeppo di norme dirigistiche e centraliste, che servono a sostentare reti disfunzionali, senza omettere il ridicolo d’occuparsi anche di beni a prezzi amministrati, ove la concorrenza non può portare alla cosa più utile, per il consumatore, ovvero ad un loro calo.

5. Il governo si oppose a quell’emendamento, ma poi chiese al Senato di votare il testo del decreto così come era in quel momento. Con dentro questo e altri errori. Ora che il decreto è in discussione alla Camera dei deputati il governo riconosce che il testo va cambiato, ma chiede che sia, ancora una volta approvato. Peccato, perché uno dei pochi pregi del bicameralismo perfetto consiste proprio nel potere correggere gli svarioni. Basterebbe ammettere che è emendabile. 6. Il governo ha paura a farlo, perché ciò comporterebbe un nuovo passaggio al Senato. Capisco, ma c’è di peggio che una simile ipotesi. E’ peggio vedere i membri del governo sostenere tesi diverse fra loro, e talora opposte. E’ peggio dover fare un decreto legge per correggere un decreto legge. E’ peggio dire che il Parlamento è sovrano, ma non libero di legiferare secondo le regole parlamentari. E’ peggio dare l’impressione che se un errore lo segnalano le banche si corre a rimediare, mentre gli errori che segnalano altri possono essere ignorati, perché siamo in emergenza.

7. Nessuno ha osato contestare al governo commissariale il diritto di decretare. Le tante voci che in passato ululavano per tale abuso (non io, è una tesi superficiale) ora tacciono. Forse sono gli stessi che ieri inorridivano per i vertici dei segretari di maggioranza, e oggi si lamentano se i vertici della non maggioranza tardano. Però un governo non frutto del voto popolare deve avere la fermezza di condizionare la propria esistenza al rispetto delle cose che ritiene necessarie. Se, invece, com’è accaduto, si decreta e poi si discute, anche accettando quel che non si condivide, viene meno la ragione che legittima un esecutivo di questo tipo. Ecco perché l’errore è a testata multipla, coinvolgendo il contenuto complessivo del decreto. Ed ecco perché ignorandolo si commettono errori a grappolo. Si può ancora evitarlo. E’ il caso di sbrigarsi.

Pubblicato in : Primo piano

Info Davide Giacalone

Dal 1980 al 1986 è stato segretario nazionale della Federazione Giovanile Repubblicana e dirigente del PRI. Dal 1981 al 1982 è stato Capo della Segreteria del Presidente del Consiglio dei ministri, Giovanni Spadolini. Dal 1987 al 1991 è stato consigliere del Ministro delle poste e delle telecomunicazioni Oscar Mammì. È stato consigliere d’amministrazione e membro del comitato esecutivo delle società SIP, Italcable e Telespazio. Pubblicista dal 1985, lasciata la politica, è direttore de La Ragione e di Smoking, ed editorialista de L’Opinione. È stato anche consulente della Fininvest. Attualmente è una delle firme di Libero e collabora con l’emittente radiofonica nazionale RTL 102.5 dove ogni mattina, da lunedì a sabato, alle 7:10 circa durante la rassegna stampa contenuta nel programma Non stop news, commenta una notizia apparsa sulle prime pagine dei quotidiani nazionali. Da questa esperienza è nato il libro Diario Civile, edito nel 2005. Scrive inoltre articoli pubblicati sul suo sito www.davidegiacalone.it.

Nel gennaio 2010 il consiglio dei ministri (Governo Berlusconi IV) lo nomina presidente di DigitPA, nuova denominazione del “Centro nazionale per l’informatica nella pubblica amministrazione” [5]. Nel 2011 è nominato Presidente dell’Agenzia Nazionale per la Diffusione delle Tecnologie dell’Innovazione, creata da Renato Brunetta, allora Ministro della Funzione Pubblica e l’Innovazione.

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