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I minibond in Italia esistono già

Al contrario dei minibot sono degli strumenti di credito per favorire investimenti e sviluppo.

di Mario Lettieri e Paolo Raimondi | 24 Giugno 2019

I minibond già esistono. Ma non possono essere utilizzati per pagare i debiti della p.a. Forse nella foga di «italianizzare» tutto, qualcuno per convenienza vuole confondere i «minibond» con i minibot.

Per i non addetti ai lavori i minibond farebbero rima con i mini buoni del Tesoro. Peccato, però, che abbiano un valore del tutto diverso. I primi sono strumenti di credito per promuovere gli investimenti e lo sviluppo. I secondi, invece, sarebbero la creazione di un’ulteriore e ingiustificata forma di liquidità per il pagamento dei debiti della p.a., in verità già coperti da precedenti stanziamenti di bilancio. Basterebbero dei controlli più stringenti e il rispetto delle decisioni.

Dei minibond si è parlato molto nei passati anni. Sono degli strumenti innovativi di finanziamento per le aziende non quotate in borsa, in particolare per le pmi, con un fatturato di oltre 2 milioni di euro, che hanno bisogno di capitali, di crediti e liquidità per sostenere i loro programmi di sviluppo e investimenti per la modernizzazione tecnologica e per l’espansione delle proprie attività e dei mercati, anche all’estero. Inoltre essi permetterebbero alle imprese di avere accesso anche al mercato dei capitali, in aggiunta a quello del credito bancario, un po’ troppo restrittivo.

In altre parole i minibond dovrebbero aiutare le imprese a produrre ricchezza reale, a far crescere il pil e l’occupazione. Anche per creare stabilità economica e sociale e per abbattere l’oneroso fardello del debito pubblico. Purtroppo, finora, hanno avuto un limitato utilizzo, che nel 2017 non ha superato i 7 miliardi . In passato si è parlato anche di eurobond, lo abbiamo fatto anche noi. Che sarebbero obbligazioni garantite in solido da tutti gli stati membri della zona euro. Avrebbero un tasso d’interesse basso con effetti stabilizzanti rispetto al bilancio e rispetto alle eventuali pressioni dei mercati finanziari. Si creerebbe un mercato obbligazionario europeo unico di dimensioni sufficienti per impedire eventuali attacchi speculativi.

Purtroppo gli eurobond non sono mai partiti, anche per l’opposizione di alcuni paesi europei, in primis della Germania, decisamente contrari alla mutualizzazione dei rischi derivanti dal debito pubblico degli Stati maggiormente indebitati. Comprensibilmente le operose formiche non vorrebbero pagare per le cicale spendaccione, come racconta la fiaba. In prospettiva, però, riteniamo che la soluzione di tale controversia resti la questione centrale per la realizzazione del progetto monetario europeo.

Subito e a beneficio di tutti i paesi dell’Unione europea potrebbe essere la realizzazione almeno di eurobond legati al project financing, cioè quelle obbligazioni necessarie per acquisire risorse indispensabili per investimenti nei settori delle infrastrutture, delle nuove tecnologie e della ricerca. Naturalmente sarebbero strumenti a lunga scadenza utili per coinvolgere anche gli investitori istituzionali non motivati da logiche speculative e di breve periodo.

In quest’ottica si pone anche il Piano di investimenti per l’Europa che utilizza il Fondo europeo per gli investimenti strategici (Feis) per fornire una garanzia, basata sul bilancio dell’Ue, alla Banca europea degli investimenti (Bei) mettendola in grado di fornire finanziamenti a progetti in quantità molto maggiore di quanto farebbe normalmente. Si ricordi che il Piano in questione, che adesso prosegue con il Fondo InvestEU aperto anche alla partecipazione di investitori privati, ha l’obiettivo ambizioso di disporre di 650 miliardi di euro entro il 2027 per investimenti in settori chiave quali quelli delle infrastrutture, dell’ambiente, dell’efficienza energetica, della tecnologia digitale, della ricerca, della sanità e dell’istruzione. I due obiettivi principali previsti sono l’innovazione e la creazione di nuovi posti di lavoro.

A ciò si dovrebbe aggiungere l’impegno, oggi generalmente condiviso ma ancora non realizzato, di scorporare dal computo del deficit le spese per investimenti produttivi, la famosa «golden rule». Argomento che abbiamo più volte sostenuto. Appare evidente che la realizzazione di simili idee avrebbe un effetto positivo sulla crescita economica e occupazionale dell’Ue e conseguentemente anche per un realistico abbattimento dei livelli del debito pubblico di alcuni paesi. A nostro avviso questi sono i temi su cui l’Italia si deve concentrare nel dialogo politico e programmatico tra Roma e Bruxelles.

Mario Lettieri (già sottosegretario all’Economia)

Paolo Raimondi   (economista)

Pubblicato in : Primo pianoTag: anni, banca europea, borsa, bruxelles, buoni del tesoro, capitali, debito pubblico, estero, euro, europa, germania, italia, lavoro, mercati, mercati finanziari, mercato, mercato obbligazionario, obbligazioni, opposizione, paesi europei, posti di lavoro, roma, sanità, soluzione, stati membri

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