
Il funzionamento del servizio sanitario nel Paese è peggiorato negli ultimi anni. Il diritto alla salute sta diventando un privilegio per pochi benestanti e non un diritto per tutti. Oggi sono messi in discussione le conquiste sociali portate avanti soprattutto dai socialisti che sono stati protagonisti di quella riforma sanitaria nazionale che ha dato a tutti l’assistenza sanitaria necessaria per consentire di essere curati gratuitamente applicando il diritto alla salute.
I medici di base che, ieri e oggi, hanno indetto uno sciopero hanno registrato la protesta di SMI contro l’obbligo di servizio nelle Case di Comunità.
Lo sciopero dei medici di base ha causato non pochi disagi con ripercussioni potenzialmente su tutto il territorio nazionale con l’obiettivo di accendere un riflettore su quello che i sindacati di categoria, ed i suoi iscritti, ritengono un vero e proprio sopruso per i professionisti. Stimare l’adesione potenziale allo sciopero dei medici di base è pressoché impossibile, anche perché sono pochi e rari i casi passati in cui è stata indetta una simile agitazione, ma, ovviamente, resteranno attive le dovute tutele legali per i pazienti.
Prima di arrivare ai dettagli sullo sciopero dei medici di base, vale la pena partire dalle motivazioni, ben spiegate dallo stesso SMI in una nota pubblicata dove si legge: “La principale rivendicazione dell’agitazione è quella di chiedere al Governo un passo indietro sul tema delle Case di Comunità e sull’obbligo di svolgere almeno 6 ore di servizi al loro interno, unitamente alla creazione di un unico ruolo di medico generale che scaturirebbe dalla riforma”.
In tal senso, il sindacato che ha indetto lo sciopero dei medici di base chiede, piuttosto, la creazione di un canale ad accesso volontario alle Case di Comunità e, allargando il suo sguardo, anche l’istituzione di una scuola di specializzazione universitaria in Medicina Generale, il ritorno della cosiddetta “Area della Medicina dei Servizi”, oltre all’introduzione delle normali tutele lavorative (tra infortuni e maternità) per i medici di medicina generale.
Nel Friuli Venezia Giulia, dopo le scintille di agosto tra i sindacati, Snami in particolare, e l’Azienda sanitaria universitaria del Friuli centrale, l’assessore regionale alla Salute Riccardo Riccardi cercherà di ricucire con il mondo dei medici di medicina generale in un incontro a Trieste.
Figure ibride: da una parte liberi professionisti, dall’altra legati alle aziende sanitarie da convenzioni che impongono regole e procedure, fissate anche da accordi regionali e nazionali. Come quello firmato a Roma a giugno, che prevede sei ore aggiuntive da dedicare alle nuove Case di comunità.
Denis Caporale, direttore generale di Asufc, ha tentato di applicare già da settembre questo accordo nei distretti di Tarcento e Cividale. La risposta nel Tarcentino è stata una sorta di ribellione: i medici di medicina generale hanno pubblicato una lettera aperta al di fuori dei normali canali sindacali, dopo aver visto bozze di orari con turni nella Casa di comunità di Tarcento senza confronto con loro.
Cavalca la protesta soprattutto lo Snami, sindacato minoritario che non ha firmato l’accordo nazionale. Più dialogante la Fimmg, sigla che invece ha avallato l’intesa con il ministero e che punta, dove possibile, a integrare gli studi dei medici all’interno delle Case di comunità.
I medici di base lamentano problemi di formazione e di tempo a loro disposizione.
C’è poi anche il tema dei compensi: l’accordo nazionale parla di 38 euro l’ora, contro i 60 euro che erano stati definiti a livello regionale. Nel dibattito interviene in maniera decisa il coordinamento dei quattro ordini regionali degli infermieri e altri ordini professionali sanitari, che giudicano positivamente le Case di comunità. “I numeri dicono che iniziano a funzionare”, affermano in un comunicato. Il messaggio ai sindacati dei medici di base è forte: “Smettetela di mettere ostacoli!”, dicono. Il problema dovrebbe piuttosto riguardare l’armonizzazione della nuova struttura con quelle esistenti senza gravare sulle risorse umane già impegnati in altre incombenze.
Nel Lazio la sanità del Lazio non può vivere in “emergenza permanente”. La diagnosi sulle condizioni del sistema sanitario regionale è stata refertata da ben 8 sindacati medici i quali hanno espresso “forte preoccupazione per il nuovo Piano Regionale di gestione dei ricoveri, varato senza un adeguato confronto con le rappresentanze dei professionisti”. I responsabili regionali delle sigle Anaao-Assomed, Cimo-Fesmed, Aaroi-Emac, Cgil, Cisl e Uil medici, Fassid e Fvm hanno denunciato che “in un contesto in cui il territorio (Case e di Comunità, presa in carico delle cronicità, gestione degli accessi a bassa priorità) è ancora incompleto, si chiede agli addetti di compensare attraverso continue riallocazioni di personale e posti letto, moltiplicazione dei livelli decisionali e crescente fungibilità delle competenze specialistiche. Tutto questo può produrre ritardi, percorsi meno appropriati, rinvii di interventi e diagnostica, e incertezza sulle responsabilità cliniche”.
Con un rischio “fattuale per i pazienti”. Le 8 sigle sindacali chiedono alla Regione di “definire un piano strutturale per organici e posti letto, distinguendo chiaramente tra misure emergenziali e organizzazione ordinaria”. Perché, concludono, “ridurre il sovraffollamento dei Pronto Soccorso è un obiettivo condiviso e non rinviabile, ma non può avvenire trasformando l’eccezione in regola né scaricando su ospedali e professionisti le carenze di una rete territoriale ancora incompiuta”
Già il 25 agosto l’Ordine provinciale di Roma dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (Omceo) aveva espresso “forte preoccupazione per i tempi di presa in carico, cura e assistenza che emergono dal nuovo “Piano regionale per la gestione del flusso di ricovero” approvato dalla Regione Lazio. Il presidente dell’Omceo, Antonio Magi, aveva messo anche in guardia la Regione contro i tempi di permanenza troppo lunghi indicati nel Piano: fino a 8 ore di media per un ricovero nei reparti e sino a una media tra le 12 e le 16 ore per un letto in Terapia intensiva.
Perché il documento regionale “prevede una permanenza media fino a 480 minuti dalla visita alla dimissione o alla decisione di ricovero, fino a 720 minuti per il ricovero in Terapia intensiva e Psichiatria e una permanenza media che, per il ricovero, può arrivare a 1.000 minuti. Inoltre, soltanto dopo il superamento delle 12 ore dall’accesso è prevista la presa in carico del paziente da parte del personale dell’unità operativa di destinazione”.
Troppe ore, come purtroppo già accade nei Pronto Soccorso laziali più sovraffollati. Nel 2025, infatti, nei 261.797 casi degli accessi nei Ps seguiti dal ricovero nei reparti o dai trasferimenti in altri ospedali è stata registrata una permanenza media regionale nelle astanterie di 11 ore e 38 minuti, mentre l’attesa media è stata di 29 minuti.
Però in 17 Pronto Soccorso le durate delle permanenze sono andate oltre la media regionale: quelle più lunghe sono state registrate al policlinico Umberto I (25 ore e 42 minuti di media), al San Camillo (25 ore e 34 minuti), a Bracciano (24 ore e 33 minuti), al Campus Biomedico (24 ore e 3 minuti) e al policlinico Gemelli (21 ore e 12 minuti).
Il presidente di Omceo ha sottolineato: “Parliamo di persone malate, spesso anziane, fragili e con più patologie, molte di queste croniche che non possono rimanere per molte ore in ambienti sovraffollati, in attesa di un posto letto. Il tempo trascorso in Pronto soccorso non è un semplice dato organizzativo: è tempo di cura e di assistenza e può incidere sulla sicurezza, sulla dignità e sugli esiti clinici del paziente”.
Secondo l’Ordine dei medici di Roma, invece, “bisogna potenziare urgentemente la medicina specialistica territoriale per ridurre gli accessi impropri ai Pronto Soccorsi”. Per l’Omceo, dunque, non può bastare il nuovo Piano regionale: “Accogliamo positivamente l’obiettivo di superare il cosiddetto boarding e di responsabilizzare tutti i reparti ospedalieri. Ma nessun modello organizzativo può funzionare senza personale sufficiente in ospedale come nel territorio sia medico specialistico e sia infermieristico ma anche posti letto realmente disponibili, diagnostica tempestiva, trasporti efficienti e servizi territoriali capaci di garantire filtro, continuità assistenziale e dimissioni protette. E non può essere fatto solo con la medicina generale o con ore aggiuntive ospedaliere”. L’Omceo Roma ha chiesto pertanto che “l’attuazione del Piano sia accompagnata da risorse professionali e strutturali ospedaliere e territoriali adeguate, da indicatori pubblici e verificabili e da un monitoraggio costante dei tempi effettivi di visita, diagnosi, ricovero, trasferimento e dimissione in ogni struttura. Non basta trasferire formalmente la responsabilità del paziente dopo dodici ore. Bisogna fare in modo che nessun cittadino debba attendere così a lungo prima di ricevere il livello di cura e assistenza di cui ha bisogno. Occorre intervenire sulle carenze strutturali e di personale, tutelando contemporaneamente i pazienti e i professionisti, che non possono continuare a sostenere da soli il peso delle inefficienze organizzative. Il Piano rappresenta un punto di partenza, ma ora servono prima di tutto confronto con gli operatori dell’ospedale e del territorio, tempi certi, risorse e risultati concreti”.
Nel frattempo gli ammalati continuano ad affollare le astanterie degli ospedali trasformate in accampamenti di emergenza come se fossero degli ospedali da campo.
Lo sciopero dei medici di base durerà un totale di 48 ore, senza interruzioni nel corso delle giornate di oggi e domani, ovvero, ovviamente, il 15 e il 16 settembre 2026 , ma il sindacato ha assicurato che verranno rispettate le dovute tutele per i cittadini: anche durante lo sciopero dei medici di base, infatti, verranno svolte tutte le visite domiciliari urgenti e verrà garantita l’assistenza di pazienti terminali; oltre che, più genericamente, tutte le prestazioni classificate come “indispensabili” negli accordi con le Regioni di appartenenza.
In concomitanza con l’inizio dello sciopero dei medici di base sono state indette anche numerose manifestazioni in tutta Italia. Per esempio: a Roma, il sindacato ha chiamato a raccolta gli iscritti nella sua sede in via Sambucuccio d’Alando 9, dalle 10:00 alle 13:00; mentre a Milano il ritrovo sarà in piazza Duca d’Aosta dalle 10:00 alle 12:00 e – tra gli altri – a Napoli in via Guglielmo Marconi 9 dalle 11:30 in poi.
La questione della salute riguarda innanzitutto tutti i cittadini che dovrebbero esprimere solidarietà e fare pressione politica per difendere i propri diritti.
Salvatore Rondello

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