C’è verità nel principio che chi cambia idea dimostra intelligenza. Ma in alcuni casi un “eccesso” di intelligenza nasconde in realtà l’offesa all’intelligenza. Il vaso trabocca e non si può far finta di niente. Ci riferiamo all’ultima uscita di Luigi Di Maio, che ha sconfessato il viaggetto di soli due anni fa a Parigi con Di Battista e il vicepresidente del Parlamento Europeo, Fabio Castaldo. Non dimentichiamoci di quest’ultimo, che non è l’innocuo Dibba movimentista e piacione. Castaldo, ora considerato un illuminato, è stato alleato del leader della Brexit, Nigel Farage, ha poi preso porte in faccia bussando inutilmente a tutti i gruppi politici europei, ma ora è diventato l’interlocutore del PD, che dimenticando Bibbiano, vuol portare il pezzo residuale dei 5stelle nel gruppo socialista di Strasburgo (quello che fu di Willy Brandt). C’era anche Castaldo a rendere omaggio ai gilet gialli che ogni sabato fracassavano il centro di Parigi e davano l’assalto, persino con il buldozer, al portone dei Ministeri, al grido di “morte a Macron”.
Il vicepresidente del Consiglio italiano in carica, e quindi in qualche modo a nome di tutti noi (toccò a Mattarella chiedere scusa all’Eliseo), era andato ad offrire ai gilet “il sostegno di cui avete bisogno”.
Sabati parigini precursori degli attuali sabati milanesi in cui, senza buldozer ma con molta violenza, migliaia di no vax inneggiano alla libertà. E i 5 Stelle i voti li hanno presi, in tempi non sospetti, proclamandosi tra l’altro no vax (e anche no Tav, no Tap, no trivelle, ma pretendendo di stare lo stesso in salute e al caldo).
Ebbene, per Macron Di Maio oggi voterebbe in Francia, e va applaudito spellandosi le mani in occasione dell’accordo italo francese, alla presenza di Mattarella, di cui era stato chiesto l’impeachment perché per fortuna non voleva il sovranista Savona all’economia, e di Mario Draghi, quello che Beppe Grillo, tra le matte risate dei suoi seguaci, già con Di Maio capo, aveva definito “una Mary Poppins un po’ suonata che tira fuori dalla sua borsetta sempre le stesse ricette”.
Una scenetta surreale: Macron, Mattarella e Draghi in prima fila, e Di Maio plaudente sullo sfondo degli specchi e ori quirinalizi.
Ci dovrebbe essere un limite a tutto, se vogliamo salvare la politica. Deve essere dinamica quanto la società di cui è espressione (e se non lo è, è giusto punirla) ma non ad ogni costo. E’ già discutibile quando si passa dal “mai con Salvini” al governo con la Lega, dall’”uscirei dal Movimento se si facesse un accordo col PD” (Casaleggio) al governo col PD, o al “fuori dall’euro c’è la salvezza” (Grillo) per arrivare infine al sostegno a chi l’euro lo ha salvato.
Un conto è ”fare politica” e alla fine avere almeno il governo Draghi, un conto cancellare quello che ha consentito di prendere un voto ogni tre italiani, e far finta di niente, al massimo “scusarsi”, senza trarne conclusioni ben più impegnative. Non si chiude la partita semplicemente diventando dorotei di ritorno, meglio allora quelli veri che hanno fatto qualcosa di importante per il Paese. Quando sono arrivati dalle piazze al potere, i grillini non hanno proposto sfumature, altrimenti sarebbero stati “come gli altri”. C’era la negazione di tutto quello che caratterizza una democrazia normale: non essere partito, non essere finanziati, essere in carica solo a breve termine, investire soldi sulla propaganda della restituzione, chiedere tutti i giorni alla “base” cosa fare, prendere l’autobus e non la macchina blu e così via. C’erano insomma un paio di secoli di democrazia parlamentare da buttare, in nome del nuovo in quanto nuovo, e dell’onestà, che è se mai una precondizione.
Ma poi ci sarebbe anche l’onestà intellettuale, e tutto cambia se si constata, per la forza dei fatti, che le idee che hanno fatto libero l’occidente ancora contano, vedi Germania con governo socialista, democristiano, liberale, fine dei populisti e sovranisti. Se insomma le istituzioni sono da rispettare e non da sbeffeggiare, non basta chiedere scusa e poi – visto che ormai già ci siamo – restare lì, tra ori e specchi, vivacchiando come se nulla fosse, allungando una parentesi di illusioni e di (costose) promesse.
Beppe Facchetti

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