L’antica contrapposizione dei liberali ai reazionari
La nascita del nuovo governo di coalizione tra M5S (che si dichiara né di destra né di sinistra), Partito democratico (conglomerato di cattolici, socialisti e altro) e Liberi e Uguali ripropone l’attualità di domande da troppo tempo in attesa di risposta. Chi sono i “liberali”? Silvio Berlusconi, presidente di “Forza Italia”, rivendica con orgoglio che i partiti da lui promossi e guidati in un quarto di secolo furono e sono intrinsecamente non “di destra” ma “centristi”, propriamente liberali ed europeisti. È innegabile. “Liberale”, originariamente aggettivo, è termine di tale pregnanza che da due secoli è anche sostantivo, soggetto di storia (“chi sostiene e professa principi di libertà”, scrive il dizionario). Lo divenne due secoli fa in Spagna, quando i liberali si contrapposero ai reazionari. I primi volevano vincolare la monarchia alla costituzione, precisamente a quella approvata dalle Cortes autoconvocate a Cadice nel 1812: una “Carta” ispirata da profondo ottimismo cosmico. Affermava, per esempio, che i cittadini devono essere buoni. Il potere del Re derivava dalla volizione della nazione: un principio a ben vedere ribadito dalla costituzione del 1978, garante della Spagna odierna. I reazionari, invece, miravano all’affermazione della priorità metastorica del sovrano rispetto a quello dei cittadini. Il monarca tale è per grazia di Dio. Le leggi promanano da lui.
I liberali spagnoli (e di lì a poco quelli portoghesi, che affrontarono problemi analoghi, anche per il “regolamento dei conti” fra madrepatria e impero coloniale) divennero punto di riferimento di quelli italiani, più di quanto all’epoca lo fossero gli inglesi e i francesi, sia per i legami secolari tra Madrid e gran parte degli Stati d’Italia, sia perché il regime franco-napoleonico non aveva lasciato un ricordo esaltante fra i liberali italiani, sino alla svolta dell’“impero liberale” varato da Napoleone al rientro dall’Elba, quando ebbe il consenso anche di Benjamin Constant e di Simonde de Sismondi.
La libertà: un principio morale senza frontiere
Lasciando per ora alle spalle quel passato remoto, alla domanda chi siano oggi i liberali e come si collochino nell’arco politico dell’Italia odierna si può rispondere che essi derivano la loro identità dal sostantivo: la libertà. Il liberismo, cioè una specifica dottrina economica, è un aspetto non esaustivo del liberalismo, come a suo tempo Benedetto Croce scrisse in controcanto a Luigi Einaudi. Per quanto apparentemente superfluo, va precisato che la libertà non è né di destra né di sinistra. È un ideale, un postulato, un principio morale. Essa è motore e al tempo stesso frutto di millenni di lotte dall’antichità ai giorni nostri. È privilegio di un numero tuttora molto ristretto di donne e di uomini di una parte molto circoscritta del Pianeta.
In Italia, aggiungiamo, da metà Settecento la libertà è stata costruita decenni dopo decenni da minoranze che non agirono per vantaggi propri ma perché credevano nel progresso generale dell’umanità, senza frontiere. Non sono parole al vento. In Italia da metà Ottocento a metà Novecento, esponenti insigni del liberalismo di portata europea sono stati, fra altri, Silvio Pellico, Cesare Balbo, Massimo d’Azeglio, Camillo Cavour, Giovanni Giolitti, Luigi Einaudi… Tutti pensatori e statisti che hanno mirato alla liberazione di moltitudini di persone che manco sapevano di avere la corda al collo perché vi erano abituate da secoli.
Quei liberali, veri e grandi, fecero leva sul sovrano, sul Parlamento e sull’opinione degli elettori per compiere e far compiere più celeri passi avanti sulla via dell’incivilimento. Fecero leva sullo Stato perché in sé le leggi non sono affatto nemiche delle libertà. Così era al tempo della monarchia rappresentativa, così è oggi ai sensi della Costituzione vigente. Lo Stato non è avversario delle libertà. Ne è garante.
Se per “sinistra” si intende liberazione dal dispotismo di “pieni poteri” e da “precetti” contro natura, allora si può convenire che il liberalismo trovò espressione nel democristiano Alcide De Gasperi: un “centro” che guarda anche “a sinistra”, verso orizzonti che la maggior parte dei cittadini non sempre intravede perché troppo assillata dalla quotidianità. Non nutre speranze per sé e diffida dei giovani.
La catastrofe della Scuola e della Ricerca sono i due segnali del declino di un Paese che se non ritrova lo spirito liberale che ispirò l’unità nazionale si chiude in se stesso mentre il mondo cambia alla velocità accelerata dalla telematica.
Internet è come la libertà: non è né di destra né di sinistra. C’è. Tutto dipende da chi e da come lo utilizza. Se lo usano liberali anziché tiranni è ottimo, sennò no. È come il Proclama di Moncalieri del 20 novembre 1849, con il quale Vittorio Emanuele II chiese agli elettori di votare una Camera di buon senso. Esattamente come ha fatto Giuseppe Conte quando ha invitato i cittadini a sostenere un governo che si propone di dare concretezza a un “nuovo umanesimo”, sorretto da un ministero all’Innovazione con l’obiettivo di dar corpo alla “cittadinanza digitale”, traguardo ancora lontano in un paese tecnologicamente arretrato qual è il nostro.
I principi generali del liberalismo universale
La risposta alla domanda sull’identità e sulla collocazione dei liberali d’Italia va dunque cercata nella storia. Il liberalismo non è un partito. Non è un catechismo. Non ha un “manifesto”. È uno “stato d’animo”, così etereo che se ne può scrivere solo premettendo che non se ne vuole proporre alcuna definizione. Semmai è doveroso precisare che cosa non fu, per evitare che venga confuso con altro, con le sue negazioni. Per esempio, esso promuove la liberazione dei popoli oppressi, l’avvento delle Nazioni senza Stato, ma non ha nulla a che vedere con il nazionalismo, che si è sempre tradotto in negazione della libertà e della fratellanza tra i popoli.
In premessa va chiarito inoltre che non esiste il “liberalismo italiano”. Sarebbe una contraddizione, perché la libertà è universale. Esiste invece il liberalismo “in” o “di” Italia: scintilla della visione cosmica espressa da Ludwig van Beethoven nel coro della Nona Sinfonia, giustamente adottato quale inno dell’Unione Europea. Dovrebbero ricordarsene Oltre Manica e nei tanti lembi d’Europa (dalla Catalogna all’Ungheria, che fu e per noi rimane la patria di Lajos Kossuth) ora infetti da pulsioni separatistiche, isolazionistiche, pseudo sovranistiche…
Nella seconda metà del Settecento, cioè in tempi più ravvicinati di quanto paia se ci si misura con la storia universale, in Italia il liberalismo attecchì in cerchie ristrette di persone colte, che si fecero carico di estendere la propria visione del mondo a chi aveva il potere di decidere (sovrani e principi “illuminati”) a beneficio di quanti, per condizioni storiche, non erano in grado di scegliere. Esso fece parte di un movimento filosofico, politico e costumale di portata intercontinentale. Il 4 luglio 1776 i delegati di tredici Stati Uniti d’America dichiararono i motivi della loro secessione dal dominio inglese, con parole semplici e chiare, che meritano di essere ricordate: gli uomini “sono creati” uguali, dotati di diritti inalienabili, quali la vita, la libertà, la ricerca della felicità. I cittadini hanno diritto di mutare la forma dei governi se questi conculcano i loro diritti. I delegati si appellarono al Supremo Giudice dell’Universo. Su quella scia tredici anni dopo, il 17 agosto 1789, l’Assemblea nazionale francese approvò la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino: gli uomini “nascono” liberi e rimangono liberi ed uguali nei diritti; il fine di ogni associazione politica è la conservazione dei diritti naturali e imprescrittibili dell’uomo; tali diritti sono la libertà, la proprietà, la sicurezza e la resistenza all’oppressione. La libertà consiste nel poter fare tutto ciò che non nuoce ad altri; l’esercizio dei diritti naturali di ciascun uomo può essere limitato solo dalla legge. Tutto ciò che non è vietato dalla legge non può esser impedito e nessuno può essere costretto a fare ciò che essa non ordina. Nessuno deve essere molestato per le sue opinioni, anche religiose, purché la loro manifestazione non turbi l’ordine pubblico stabilito dalle legge. La libera comunicazione dei pensieri e delle opinioni è uno dei diritti più preziosi dell’uomo. Ogni cittadino può dunque parlare, scrivere, stampare liberamente, salvo rispondere dell’abuso di questa libertà nei casi determinati dalla legge. Poiché la proprietà è un diritto inviolabile e sacro, nessuno può esserne privato, salvo quando la necessità pubblica lo esiga in maniera evidente e previa giusta indennità….
Quei principi avevano alle spalle secoli di fanatiche guerre di religione, conflitti tra Stati governati da autocrati interessati ad ampliare i loro domini più che a migliorare le condizioni dei loro sudditi. I migliori tra i sovrani dell’età moderna vennero assassinati. Fu il caso di due re di Francia, Enrico III, ispiratore del “partito dei politici”, che tentò invano di arginare il sanguinoso conflitto tra cattolici e ugonotti, ed Enrico IV, che pragmaticamente si convertì da ugonotto a cattolico per pacificare la Francia e sognò che ogni suo abitante avesse in tavola un pollo quotidiano. A suo modo precorse il pensiero del presidente americano Franklin D. Roosevelt (per inciso, un massone) secondo il quale la libertà di parola e di religione dev’essere accompagnata dalla libertà dal bisogno e dalla paura della guerra. Per gli “occidentali” odierni quei principi sembrano ovvi, scontati. In realtà furono e sono conquiste, da rincalzare ogni giorno. Il preambolo dello Statuto delle Nazioni Unite (San Francisco, giugno 1945) e la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (Parigi, 10 dicembre 1948) hanno ribadito i cardini del liberalismo. Gli italiani avevano e hanno bisogno di rileggere quelle “Carte”. Esse sono rispecchiate dalla Costituzione vigente, che, senza retorica, è tra le più liberali del pianeta.
L’attualità di Cavour, Giolitti ed Einaudi
Sorge allora la domanda: il liberalismo è “di destra”? Al riguardo esistono una narrazione e una confusione in netto contrasto con la verità dei fatti, perché dal 1943 il liberalismo in Italia è stato identificato con movimenti e partiti contrapposti a due suoi avversari (o nemici) formidabili. Esso venne combattuto e negato dal clericalismo arcaico, che entrava nella vita quotidiana dei cittadini e pretendeva usare la legge per soggiogare non solo i corpi ma anche gli spiriti, e dal totalitarismo comunista, eterodiretto dall’Unione Sovietica, che mirò a imporre il suo modello ideologico e sociale ovunque fosse giunta l’Armata Rossa, agognata anche da parecchi italiani. L’inclusione nella Costituzione dei Patti Lateranensi dell’11 febbraio 1929 suggellò la temporanea convergenza di quei due “blocchi”. Poiché i partiti liberali (o “laici”) persero seguito elettorale e per contingenti motivi di schieramento nelle aule parlamentari si arroccarono sulla destra, risultò comodo classificare il liberalismo come ideologia o ideario “di destra”. A volta la contiguità fisica creò una confusione ulteriore e peggiore: quasi i liberali fossero una variante degli eredi ideologici del fascismo nelle sue due varianti, quella pre e post 1943.
Per meglio comprendere la direzione di marcia dei liberali “in” o “di” Italia basta rievocarne alcune figure rappresentative e le loro imprese fondamentali. Asceso al governo quando il regno di Sardegna, riconosciuta l’uguaglianza dei cittadini dinnanzi alle leggi, abolì ogni discriminazione per valdesi e israeliti, Camillo Cavour si batté a sostegno delle “leggi Siccardi” che cancellarono i privilegi medievali del clero, come ricorda la stele elevata a perpetua memoria in piazza Savoia a Torino. A quel tempo il generale Alfonso La Marmora andava di persona ad arrestare l’arcivescovo di Torino, Fransoni, e lo conduceva nel forte di Fenestrelle, donde poi fu mandato in esilio. Concordata la convergenza di centro-sinistro (sic) con l’alessandrino Urbano Rattazzi, Cavour affrontò un decennio di marosi. Quando, dopo l’armistizio di Villafranca (luglio 1859) gli subentrò al governo, Rattazzi varò leggi destinate a durare settant’anni: sulla scuola (firmata dal cattolico moderato milanese Gabrio Casati), su Comuni e Province, sul riordino dell’amministrazione locale. Impossibile classificare quei liberali come “destra” se per tale si intenda chi si oppone al progresso popolare. Non lo furono i ministri che risanarono il bilancio sino ad assicurare il pareggio di esercizio nel 1876: Giovanni Lanza, Marco Minghetti e Quintino Sella, tenace nel volere l’ingresso in Roma dell’esercito italiano agli ordini di Raffaele Cadorna (20 settembre 1870), costato il rinnovo della scomunica per il re, i ministri, i parlamentari, il Risorgimento stesso.
Nel discorso politicamente più importante dopo il 1876 (Busca, 29 ottobre 1899), su suggerimento di Urbano Rattazzi jr il liberale Giovanni Giolitti spiegò: “I nostri reazionari d’oggi non appartengono alla scuola politica del conte di Cavour. Una politica reazionaria dovrebbe contare principalmente sulla forza armata”, cioè sull’impiego dell’esercito contro i cittadini. “Per ottenere la libertà – egli aggiunse – i nostri padri sacrificarono vita e averi; saremmo noi figli così degeneri da sopportare in pace che ci venga tolta? L’Italia deve essere governata con la libertà e con la legalità”, per soddisfare ai desideri della grande maggioranza del paese, attenuare il malcontento e far quadrato attorno alla monarchia rappresentativa, pilastro portante dello Stato.
Non furono certo “di destra” le grandi riforme politiche, sociali ed economiche del primo quindicennio del Novecento e l’introduzione del diritto di voto maschile quasi universale. Esse promossero l’avvicinamento tra cittadini e istituzioni e il progresso del Mezzogiorno. Giolitti fu meridionalista non a parole ma con la forza delle leggi e la collaborazione di ministri e consiglieri come i siciliani San Giuliano agli Esteri e Finocchiaro Aprile alla Giustizia, il calabrese Antonio Cefaly, i Senise. Nel suo quinto e ultimo governo chiamò alla Pubblica istruzione il napoletano Benedetto Croce.
Sarebbe miope classificare “di destra” il liberalismo di Luigi Einaudi, che da giovanissimo scrisse nella “Critica sociale” di Filippo Turati e Claudio Treves e persino nella “Revue Socialiste” fondata da Benoit Malon e puntò sul liberismo proprio quale volano per sciogliere l’economia dai lacci della burocrazia. Ministro del Bilancio restaurò per quanto possibile la finanza pubblica, restituì fiducia nell’Italia all’estero e nell’opinione dei cittadini, quelli che quotidianamente votano andando al lavoro e affidano i risparmi al sistema creditizio (a cominciare da quello postale, ideato da Sella). La Democrazia cristiana di Alcide De Gasperi, con Einaudi ministro, vicepresidente del Consiglio, presidente della Repubblica, fece propri alcuni capisaldi dell’età liberale. Impossibile classificarla “di destra”. Né lo fu il governo presieduto da Giuseppe Pella, antico allievo del “Sommeiller” di Torino.
Ecco dunque, in sintesi, che occorre ripensare in termini storiograficamente corretti e politicamente avvertiti l’identità tra libertà e progresso. Poco contano le sigle di chi è al governo. Ciò che davvero preme è il suo progetto. È la direzione di marcia: libertà nella legalità, europeismo, valorizzazione della Comunità internazionale in vista della pace, bene supremo per l’incivilimento dei popoli. In prospettiva storica Cavour, Giolitti, Einaudi e la moltitudine di ministri, parlamentari e uomini di Stato che ne assecondarono l’opera si mossero nel solco del liberalismo quale faro dell’Europa che stava trovando continuità logico-cronologica nell’assetto del Nuovo Mondo, dagli USA alla pleiade di Stati sorgenti dal collasso degli imperi coloniali iberici, un processo tuttora in corso.
Altrettanto vale per il ruolo dello Stato che si incarna nell’istituzione suprema: la monarchia costituzionale ieri, la presidenza della Repubblica oggi. Chi scorra i requisiti attribuiti all’una e all’altra dallo Statuto albertino e dalla Costituzione vigente vi coglie consonanze profonde, come ha ricordato il convegno a tal riguardo organizzato a Palazzo Carignano in Torino lo scorso 12 giugno dal Gruppo Croce Bianca. Anche a tale riguardo occorre fare chiarezza sia nella corretta ricostruzione della storia, sia nella terminologia: la monarchia non è “di destra”, è garanzia di equilibrio.
Si ha motivo di guardare con serenità al futuro del Paese? Il liberalismo è scritto nella Costituzione ed è penetrato profondamente nella vita quotidiana, più di quanto solitamente si ammetta. È come l’aria. Se ne sente subito bisogno quando viene a mancare. E allora si ricorre ai rimedi. Di sicuro esso ha anche una sua dimensione e manifestazione storica e presente: un vastissimo “centro”, che non si conta solo in termini di voti, di seggi (a Roma o al Parlamento europeo) ma sulla base del civismo diffuso e della capacità di immaginare e concorrere a costruire il futuro: quella “innovazione” che il governo promette di voler promuovere e assecondare ed è necessità storica dell’Italia, un Paese nato dalla lotta per l’indipendenza, l’unità e la libertà.
Aldo A. Mola

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