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I giovani arabi che vogliono fuggire

di Valentino Baldacci | 18 Ottobre 2020

Il Corriere della Sera dello scorso 6 ottobre ha pubblicato un articolo di Danilo Taino (“Quei giovani arabi che vogliono fuggire”) che a sua volta riportava i risultati di una ricerca condotta in 17 Paesi del Medio Oriente e del Nord Africa dalla quale risulta che, prima della pandemia, il 42% dei giovani arabi ha preso in considerazione l’idea di andarsene dal proprio Paese perché non vi vede prospettive per il proprio futuro. La ricerca fornisce dati disaggregati più analitici: uno dei più interessanti indica che solo il 13% dei giovani nati nei Paesi del Golfo Persico vorrebbe emigrare, mentre la percentuale sale al 47% per quelli del Nord Africa e addirittura al 63% per i Paesi del Levante (Giordania, Iraq, Libano, Territori palestinesi, Siria, Yemen). Altrettanto interessante è il dato relativo al Paese nel quale si vorrebbe emigrare: quasi la metà (il 46%) vorrebbe emigrare negli Emirati Arabi Uniti, una percentuale superiore a quella di chi indica negli Stati Uniti, nel Canada e nel Regno Unito le mete preferite.
Questi dati si prestano a molte riflessioni, alcune di carattere storico altre più legate all’attualità, anche se i due piani finiscono per intrecciarsi. La prima riguarda la propensione dei giovani arabi ad emigrare in un Paese come gli Emirati Arabi Uniti che, oltre ad offrire possibilità di lavoro e di realizzazione dei propri progetti di vita, assicura il mantenimento della lingua e della cultura d’origine. La ricerca non fornisce i dati relativi ad altri Paesi come il Bahrein, il Qatar, il Kuwait, l’Oman, che certamente farebbero salire la percentuale della propensione ad emigrare in Paesi affini per lingua e cultura. Questi dati indicano che lo strumento più idoneo per indirizzare la spinta all’emigrazione verso Paesi che possono offrire condizioni di vita e di integrazione assai maggiori di quelle che i giovani arabi possono trovare in Europa e negli stessi Stati Uniti è lo sviluppo economico, che da tempo differenzia i Paesi del Golfo (Emirati in primo luogo) dagli altri Paesi arabi, e in particolare da quelli dell’area indicata come Levante, da decenni caratterizzati da una forte instabilità politica se non addirittura da uno stato di guerra quasi permanente.
Questa divisione tra un’area di stabilità politica e di sviluppo economico e un’altra di instabilità e di sottosviluppo risale agli anni ‘50 e ’60 del secolo scorso, quando il mondo arabo fu attraversato da una ventata di rivoluzioni che portò all’abbattimento delle monarchie che avevano preso il potere dopo la fine del dominio coloniale e all’instaurazione di regimi che si autodefinivano progressisti – se non addirittura socialisti – e che avevano la loro base di consenso soprattutto nelle forze armate. Fu un processo che interessò, in tempi diversi, l’Iraq, la Libia, lo Yemen, la Tunisia, tutti Paesi che seguirono il modello della rivoluzione egiziana che nel 1952 aveva abbattuto la monarchia di re Faruk. Siria e Libano avevano avuto un destino diverso perché già dalla fine della I guerra mondiale erano entrati a far parte, sotto forma di mandati, dell’impero coloniale della Francia che aveva fatto fallire le speranze di un grande regno arabo sotto re Faysal I. Comunque anche la Siria seguì, dopo la decolonizzazione la stessa strada della creazione di un regime a guida militare fautore di una linea di sviluppo fondata sul cosiddetto socialismo arabo. A distanza di decenni si può verificare che quella opzione ha portato al sottosviluppo se non addirittura alla frantumazione degli stessi Paesi interessati, come è accaduto in Siria, in Iraq, in Libia, nello Yemen.
Naturalmente non si può far girare la ruota della storia al contrario e pensare alla restaurazione delle dinastie defenestrate in Iraq, in Libia, nello Yemen. Ma il diverso destino seguito dai Paesi del Golfo dove monarchie tradizionali hanno svolto una funzione di guida sulla via dello sviluppo obbliga a riflettere su categorie che per decenni hanno fatto parte del lessico politico, come quella che divideva i Paesi arabi tra progressisti e reazionari. Oggi dove si trovi il progresso e dove la reazione non è così chiaro come appariva in passato.

Valentino Baldacci

Pubblicato in : Primo pianoTag: anni, consenso, corriere della sera, europa, forze armate, francia, futuro, giovani, golfo persico, guerra mondiale, il corriere della sera, integrazione, iraq, lavoro, libia, mondo, processo, regime, secolo scorso, siria, socialismo, socialisti, stati uniti, sviluppo

Info Valentino Baldacci

Valentino Baldacci ha insegnato nella Facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri” dell’Università di Firenze. È autore di numerose pubblicazioni, fra le quali: Liberalismo e liberismo, liberalismo e borghesia nel pensiero di Piero Gobetti (1963); Estremismo e catastrofismo in Franco Rodano (1964); Il calcio come ideologia (1970, con Gerhard Vinnai); Pinocchio e la sua immagine (1981, con Andrea Rauch); L’”Encyclopédie” nella Toscana del ‘700: successi e fallimenti di progetti editoriali (1985); II 18 aprile 1948: la campagna di Toscana (1988); Filippo Stecchi. Un editore fiorentino del Settecento fra riformismo e rivoluzione (1989); II lampione e la lanterna: una chiacchiera sulla satira politica nella Toscana del Risorgimento (1993); La satira politica nella Toscana del Risorgimento – Periodici 1848/1860 (1993); Pietro Leopoldo, un grande riformatore (2000); Il sistema dei beni culturali in Italia – Valorizzazione, progettazione e comunicazione culturale (2004); Gli itinerari culturali – Progettazione e comunicazione (2006); Guadagnarsi il pane. Luoghi e tempi del lavoro in Toscana tra ‘800 e ‘900 (2008, con Zeffiro Ciuffoletti); La Toscana nell’età del Risorgimento (2010 – con Cosimo Ceccuti); Ernesto Nathan, Paolo Orano e l’antisemitismo in Italia (2012); Giovanni Spadolini: la questione ebraica e lo Stato d’Israele. Una lunga coerenza (2013); Tre diverse concezioni del patrimonio culturale (2014).

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