Dopo i mesi della speranza, della crescita annunciata con il lumicino in fondo al tunnel che nessuno più rischia di citare, sono arrivati i giorni della grande scissione, sociale e morale.
Eh già! Ha ragione Filippo Taddei, la mente macro-economica di Renzi e del Pd: “Un conto è gestire le speranze, un conto è gestire la disperazione”. Non sono più solo i mesi della crisi a farci paura, ora sono arrivati i giorni della scissione di parti del Paese. Le manganellate sugli operai di Terni della scorsa settimana a Roma ne sono l’esempio plastico. Le occupazioni della case popolari di Roma e Milano sono un altro campanello d’allarme più che concreto e più che sonante. Le piazze sempre più occupate da manifestanti altro segnale. Sono 150 i tavoli di crisi industriale aperti e giacenti tra i ministeri del lavoro e dello sviluppo economico. Sono 150 mila circa i lavoratori a rischio posto. 25 mila quelli già considerati esubero. Alt! A proposito, fermiamoci un secondo a pensare, in silenzio, che cosa può voler dire per una, per uno di noi, un padre di famiglia, una madre di famiglia, un giovane lavoratore che pensava di aver imboccato la strada della vita, che cosa può voler dire sentirsi addosso l’etichetta di “esubero”. Uno in più, uno non necessario, uno fuori, uno senza utilità, uno senza scopo, uno senza avvenire. Brivido totale. Si fa presto a dire esubero. E dopo? Dopo i mesi della speranza, della crescita annunciata con il lumicino in fondo al tunnel che nessuno più rischia di citare, sono arrivati i giorni della grande scissione, sociale e morale. Non quella più da notizia dei giornali politici di questo o quel partito, che in fondo interessa a ben guardare veramente poco, ma è la scissione dei corpi sociali che deve fare notizia. E’ la scissione tra economia e finanza che deve far impallidire e poi reagire. E’ la scissione tra bisogno e risorse che deve far scattare un piano di riordino di interventi e priorità. E’ la scissione tra progetti e risultati che deve innescare almeno un pentimento e una verifica. C’era un Paese che a marzo sentiva tutta l’aria di primavera economica e politica, a cui persino l’Unione Europea sembrava una istituzione amica, c’è un Paese che a novembre sente il freddo gelido e brividoso di una crisi che entra fin nelle ossa, di una società che ha perso due o tre generazioni per strada, di un ceto dirigente che non ha risposte. Tra il 1958 e il 1964 ci fu la grande trasformazione industriale italiana, gli anni passati alla storia con il termine “boom”. Dal 2008 ad oggi stiamo vivendo i sette anni non solo della nuova recessione ma della incapacità di interpretazione. Che forse è il dramma più grosso.

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